La lezione del salice piangente

Se le emozioni si possono fissare sulle cose, allora una fotografia che ci fa provare una sensazione di malinconia è la prova che è “malinconica”? Cioè che possiede davvero tale emozione, che noi possiamo percepire?

Le cose – un dipinto, una statua o una stampa fotografica che siano – sono pur sempre “cose”, sono fatte di materiali che non possiedono alcuna personalità, alcuna emozione, nessuna possibilità di immalinconirsi o rallegrarsi. Eppure riescono a comunicarci sempre qualcosa, in modo più o meno efficace. Se ci pensiamo un attimo, non è sorprendente?

In genere vengono scomodati, in simili casi, i neuroni-specchio, quei gangli nel nostro cervello che riescono a vibrare all’unisono con ciò che vediamo fuori da noi e che sono alla base del fenomeno dell’empatia, ad esempio. Vedo un uomo piangere e piango anch’io, lo vedo ridere e mi vien da ridere anche a me. Così, senza apparente motivo.

Ma allora perché ci capita anche con soggetti affatto umani? Va bene intristirci se vediamo la foto di un bimbo affamato, ma perché proviamo una sensazione di tristezza se guardiamo un salice piangente (Salix babylonica) o una sua fotografia? Davvero il salice “piange”? In effetti perché mai un albero dovrebbe provare una sensazione non solo di tristezza, ma arrivare addirittura a piangere a dirotto, al colmo di un’inarrestabile emozione? Mi dirai che no, il salice non piange, siamo noi ad attribuirgli questa caratteristica. Concordo, ma perché avviene?

Cos’ha il povero salice di così triste da farci pensare al pianto?

La questione, puoi capirlo, è fondamentale per chiunque operi nel campo dell’arte e della comunicazione in generale. Perché si tratta di evocare emozioni, sensazioni, atmosfere grazie a precisi elementi formali.

E si deve partire proprio dall’assunto che l’espressione di un sentimento non è un fatto meramente umano – semmai lo è il provarlo, ma non l’esprimerlo – infatti appartiene anche a fenomeni ed enti naturali.

Subentra in questo caso – sostiene Tonino Griffero nel suo saggio “Atmosferologia” – il principio gestaltico dell’Isomorfismo. Secondo questa teoria vi sarebbe un’identità tra le nostre esperienze dirette, quelle che facciamo quando entriamo in contatto con le cose, e i processi fisiologici che sono alla base dell’esperienza stessa. Insomma ci sarebbe corrispondenza tra i fenomeni (esterni) e i processi cerebrali (interni) che funzionalmente sono simili.

Il salice piangente non appare triste perché somiglia a una persona triste, sebbene spesso in alcuni disegni (soprattutto fumetti o disegni satirici) per far capire che un personaggio è triste lo si faccia piegare verso il basso appunto come un salice.

Per Griffero è più corretto ritenere che, data la forma dell’albero che rende l’idea del “pendere” passivo, si possa “in sede secondaria” – all’interno della nostra testa – imporre un confronto con il pattern psicofisico strutturalmente simile alla tristezza degli esseri umani, in altre parole con quello “schema mentale” – semplifichiamo così – che ci serve per capire quando siamo tristi.

E’, insomma, un carattere transmodale per dirla con Daniel Stern, che ha studiato a lungo la “sintonizzazione affettiva” nei bambini molto piccoli, soprattutto con le proprie madri. Ci sono, specialmente nei bambini, due modi di rispondere agli stimoli: modale e amodale.

Quello modale è basato sui sensi: vedo con gli occhi, ascolto con gli orecchi, percepisco le superfici col tatto e così via. E’ unidirezionale in quanto percezione e interpretazione dello stimolo sono allineati. Il secondo è invece indipendente dai canali sensoriali lo potremmo ritenere affine al fenomeno della sinestesia. Dunque a uno stimolo uditivo o visivo potrei rispondere con una reazione di tipo emotivo, fisico o altro. Questo tipo di interazione viene definita transmodale perché i canali percettivi coinvolti sono differenti tra loro. Non sono uno psicologo e sto semplificando, ma comunque per i nostri scopi questo è di certo l’aspetto più importante.

Infatti possiamo dire che ogni fotografo che si rispetti cerca di superare la mera risposta sensoriale diretta (modale) – in sostanza: utilizzo lo sguardo e vedo quel che la foto mi mostra, e basta – per passare a una reazione transmodale: a quel che vedo non rispondo limitandomi allo stimolo visivo ma coinvolgendo altri sensi, altre percezioni. Così la foto mi fa sentire un suono, percepire una temperatura, mi suscita allegria (pensa a certe foto di Eliot Erwitt).

Allo stesso modo, di fronte allo stimolo visivo del salice piangente che sembra piegarsi verso il basso, rispondo in modo transmodale percependo la tristezza, udendo quasi un suono lugubre di pianto. D’altra parte se siamo tristi non diciamo “mi sento giù“? Ecco allora che il tendere verso il basso più che un fatto meramente fisico è un fatto interiore, ci si sente “a terra”, si “stramazza al suolo”, insomma non si vola “alti”, e allora qualsiasi cosa tenda verso il basso nella nostra mente esprime tristezza.

Similmente, come al salice piangente attribuiamo determinate caratteristiche, lo stesso facciamo con la nebbia, la notte, il crepuscolo, che in realtà sono semplicemente elementi fisici.

Noi però li percepiamo come “messaggeri” di sensazioni e stati d’animo che sembrano quasi esterni a noi e ci arrivano veicolati da questi agenti, invece che dalla nostra predisposizione. Stavo benissimo un attimo fa, poi è scesa la nebbia “e mi sono intristito”. Dunque è della nebbia la colpa, non mia. Ma questo è evidentemente impossibile, se non si è un meteoropatico grave.

C’è anche da dire che percepiamo alcuni elementi a seconda di come ne valutiamo l’esistenza. I salici in generale erano considerati gli “alberi della febbre” perché vivevano lungo i fiumi e nelle paludi, al freddo e all’umido e spesso, col vento, le loro foglie vibravano come in preda – appunto – alla febbre. Per la teoria delle “segnature”, alla base della medicina antica e di quella medievale, questo significava che erano piante in grado di curare proprio la febbre stessa. Il che non è sbagliato: ancora oggi l’acido salicilico si usa nei medicinali per la febbre come l’aspirina.

Ora prendete un salice che vive in ambienti simili e per di più ha i rami curvati verso il basso e ditemi se non è un esempio perfetto di tutte le iatture che possono capitare a noi umani. Però lui, il povero salice, non ne ha mica colpa: ha questa forma perché l’evoluzione (e la selezione fatta dagli umani) gliel’ha data e non è affatto triste per questo!

Queste considerazioni, come detto, sono essenziali per un fotografo. Infatti lavoriamo esattamente con le atmosfere e con le sensazioni che possiamo attribuire a elementi simbolici che – di per sé – ne sarebbero privi. Per questo il modo in cui rendiamo i soggetti è fondamentale. Ricordando che possiamo “appiccicare” a qualsiasi oggetto o persona l’etichetta percettiva che vogliamo, se ovviamente impariamo a farlo.

Come scrisse Jane Austin “se solo potessimo dimenticare per un momento il bello e scendere invece al delicato e al malinconico!”.

Vedi? Scendere e malinconia sono connesse. Ma i fotografi pensano sempre e solo alla bella foto. Invece il salice piangente ci insegna che occorre “scendere” per avvertire sensazioni diverse, che occorre guardare altrove. La percezione è l’avventura, scriveva qualche anno fa Gianni Celati, e riguarda la nostra vita in ogni momento “e non c’è bisogno di introdurre nel mondo storie più monumentali che non riguardano nessuno“. Per un fotografo la percezione è il grande mistero, il grande strumento, la grande possibilità. Se si impara a generare immagini “percettive” non serve per forza il paesaggio grandioso, il ritratto perfetto, il momento magico colto al volto, il banale (Ghirri docet) basta e avanza.

Ogni volta che ti chiederai come rendere un determinato soggetto nel modo in cui lo hai percepito, o sulla base di ciò che pensi del soggetto stesso, ricordati del salice piangente.

Lui non piange, ma chiunque lo vede triste e sconsolato. Un insegnante di fotografia emotiva assolutamente perfetto.

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