La libertà dell’osservatore

Clement Cheroux, quando si trattò di trovare un titolo per la sua monografia sul più grande fotografo di tutti i tempi, Henry Cartier-Bresson, non ebbe dubbi e la intitolò “Lo Sguardo del Secolo“.

Non è un caso.

Vedere, guardare, osservare sono parole che, quando si studia o parla di fotografia, e poi più ancora quando la si fa, diventano una specie di ossessione, e comprenderne fino in fondo il significato può fare la differenza fra un buon fotografo e uno grande.

Nell’articolo “come si legge una foto” Marco Scataglini ci aveva parlato di quanto è fondamentale sapere il “come e che cosa” guardare quando si guarda una foto.

Oggi invece ci fa fare un piccolo passo in più, e ci spiega un po’ meglio cosa significa davvero, secondo lui, osservare. 

“Cos’è che davvero si “osserva”?

Beh, le regole, ad esempio: se vuoi vincere una partita a carte, o a tennis, o qualsiasi altro gioco o sport, devi osservare le regole del gioco, o sarai espulso.

E nella società in cui viviamo è indispensabile osservare le leggi, per non finire in galera o, almeno, avere la disapprovazione altrui.

In queste accezioni quindi, il termine latino observare da cui deriva la parola, non fa riferimento al solo significato che oggi molto spesso gli diamo: guardare a qualcosa con una certa attenzione.

Ha invece un significato un po’ più profondo, che è di cruciale importanza per l’appassionato di fotografia, e di arte più in generale.

Cercherò allora di definirlo meglio.

Spettatore e osservatore

Guardare una foto, un dipinto, un film o uno spettacolo teatrale significa spesso essere semplicemente degli spettatori, cioè “coloro che guardano passivamente”.

Perché uno spettatore è, anche nel linguaggio comune, qualcuno che guarda con fare non partecipato.

Per un fotografo (o qualsiasi altro artista) lo spettatore è dunque un vero spauracchio, perché difficilmente si lascia appunto coinvolgere.

L’osservatore invece è fatto di tutt’altra pasta.

Come nel significato antico che ho introdotto all’inizio, l’osservatore si adegua alle regole, alle convenzioni, ai suggerimenti in questo caso imposti dall’artista. Aderisce spontaneamente a quelle norme, le accetta, le fa proprie.

Io potrei mostrare, asetticamente (ammesso che ciò sia possibile), un determinato luogo, per esempio un paesaggio attraverso una webcam, lasciando a chi guarda la totale libertà di decidere cosa sta appunto guardando, quali sensazioni provare, o idee farsi venire in testa.

In verità, già questa può essere una modalità “artistica”, amata da diversi artisti e fotografi come Paolo Gioli e altri autori concettuali degli anni ’70 soprattutto.

Ma solo per un momento accettiamo il fatto che questa sia una modalità del tutto neutra. Bene, la fotografia “autoriale” di quello stesso paesaggio, che potrei proporre “a chi guarda” subito dopo, rappresenterebbe dunque un insieme di codici, allegati – per così dire – all’immagine stessa.

La scelta della luce, dell’ora, dell’atmosfera, delle tecniche fotografiche (o pittoriche), e così via, tentano di portare quello che prima era un mero spettatore a diventare un fine osservatore, e a fargli provare le emozioni (o pensare le idee) che l’artista ha inserito nella sua opera.

Mentre lo spettatore è passivo, dunque, l’osservatore deve farsi parte attiva, accettando di conformarsi alle regole dell’autore, altrimenti la sua fruizione dell’opera non potrà mai essere efficace.

La libertà totale dello spettatore diventa una libertà vigilata nell’osservatore, ed è in questa limitazione (ma direi in questo dialogo tra due figure importanti quali l’artista e chi guarda) che risiede la grandezza dell’arte.

O almeno di certa arte”

(Adattato dal libro “Il fotografo nello specchio” di Marco Scataglini)

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