La Sindrome della fotografia contemporanea

Facciamo un salto nel passato di – diciamo – trecento anni. Gli abitanti di un borgo (immaginiamocene uno tipico del nostro paese) sono circondati da boschi, campi coltivati, siepi. Alcuni dei boschi sono anche ceduati (all’epoca ci si scaldava e si cucinava solo con la legna), ma i campi coltivati e i pascoli sono ricchi di erbe selvatiche e in questo periodo li vedremmo “smaltati” di fiori multicolori. Gli animali – sebbene attivamente cacciati – sono comunque ancora abbondanti e di molte specie diverse.

Questa è l’immagine della natura che un abitante delle campagne (ma anche delle città) avrebbe avuto davanti nel XVIII secolo. Se una qualche industria – visto che la Rivoluzione Industriale stava arrivando – avesse deciso di impiantarsi in quella zona abbattendo i boschi e alterando il paesaggio, il confronto sarebbe stato con quel che si vedeva solo poco prima. Si noterebbe la scomparsa di orsi e lupi, di cervi e aquile, di boschi e fiori.

Ora veniamo ai giorni nostri. Oramai siamo abituati a ben altro. Campi sterili in cui vegetano singole specie di graminacee, come grano e orzo, senza che si veda un papavero o un narciso, qua e là stentati boschetti regolarmente ceduati. Gli animali che possiamo notare sono cornacchie o gabbiani, qualche volpe sfuggita alla furia distruttrice, se va bene qualche porcospino ma più facilmente ratti neri o specie introdotte, come le nutrie vicino ai corsi d’acqua.

Dunque, se facciamo una passeggiata in una pineta d’impianto artificiale (che comunque è “un bosco”) o lungo una strada di montagna ci viene facile definire tutto questo “natura”. Il nostro elemento di confronto è cambiato. Avere un po’ di alberi, o una spiaggia con il mare, ci sembra già tanto, ci fa sentire come se fossimo in un contesto autenticamente naturale, sebbene la varietà ecologica sia ridotta al lumicino.

Bene, questa si chiama Shifting Baseline Syndrome, Sindrome della Linea di Riferimento: in poche parole, l’idea che ci fa considerare normali, anzi addirittura “buone”, delle condizioni che in realtà sono di degrado, solo perché non si è conosciuta una situazione precedente, molto migliore. La SBS rende difficile convincere le persone dell’importanza di recuperare gli ambienti, di ricreare la natura vera, di lasciarle spazio.

Io sono convinto che questa sindrome valga anche per la fotografia, sebbene – è ovvio – con modalità diverse. Io, appunto, la vorrei definire Sindrome della Fotografia Contemporanea.

I fotografi, soprattutto quelli più giovani, crescono in un contesto iconografico in cui si confrontano due approcci sostanziali: la fotografia spettacolare e supersatura, molto postprodotta, specialmente in campo paesaggistico e la fotografia “triviale” in cui la qualità delle foto in quanto tale è di scarso rilievo, piegata alle esigenze del concetto, dell’idea. Dunque foto “finte” e irreali contrapposte a foto “sbagliate”, a volte decisamente brutte, termine non tecnico ma che rende l’idea, perché davvero a volte sembrano fatte dal nipotino a cui abbiamo regalato la prima fotocamera giocattolo. Crescendo in questo ecosistema fotografico e ignorando il più delle volte il lavoro dei fotografi del passato (possiamo dire “l’ecosistema primordiale” della fotografia) questi autori hanno come unico punto di riferimento simili modalità, e le diverse varianti che offre.

A differenza degli effetti della SBS in campo naturalistico, ovviamente la Sindrome della Fotografia Contemporanea non comporta gravi danni, da punto di vista concreto. Oltretutto spesso i progetti sono comunque validi, interessanti, ben concepiti: ce ne sono tanti che ho avuto modo di vedere e apprezzare. Il rischio però è un inevitabile appiattimento.

In campo architettonico tutti i fotografi sembrano aver dimenticato i colori, ma senza scegliere il bianco e nero, semplicemente le loro foto sono scialbe come se smacchiate in varecchina. I ritrattisti devono tutti aver scoperto il flash sparato in faccia ai loro soggetti, che appaiono spauriti e fuori posto, come se li avessero beccati a rubare. Le foto di Street paiono esistere solo per evidenziare delle fortunate combinazioni di gente che incrocia tabelloni colorati, linee e giochi di luci e ombre: sembra un campionato della BdC (spero si capisca che intendo) più che dello sguardo affilato.

Sto semplificando ed esagerando, s’intende, solo per evidenziare il punto. Non c’è nulla di male in queste fotografie, mode ricorrenti ci sono sempre state, basti ricordare quando tutti, negli anni ’90, c’eravamo fissati con il “cross processing” o, nel ritratto, con la “luce pennellata”. Tuttavia lo studio dei grandi maestri del passato, del loro approccio alla vita e alla fotografia, ci forniva abbondanti anticorpi, quelli che vedo latitare oggi. D’altra parte la cultura fotografica dovevamo costruircela sulle riviste e sui libri, mancando ancora Internet, la cui opera banalizzante è ben nota, sebbene per assurdo offrirebbe la possibilità di approfondire molto di più di prima ogni aspetto dell’arte fotografica. Diciamo che la colpa è forse soprattutto dei Social.

A dire il vero capita ancora che mi chiedano un consiglio su quali libri di fotografia leggere – e so che intendono i “manuali” per fare “foto perfette” – al che rispondo sempre che bisognerebbe iniziare da una buona “Storia della Fotografia” o prendersi uno di quei “tomi” di Taschen, venduti a costo ragionevole, dove si ripercorrono le varie fasi di quest’arte meravigliosa, per poi magari passare in modo più consapevole ai libri fotografici di autori interessanti (anche contemporanei) come quelli che recensisco per la pagina Facebook di Reflex-Mania.

Ma in genere non vengo ascoltato. La Linea di Riferimento si è spostata, l’ecosistema è semplificato, i modi per avere successo come fotografo non prevedono la varietà del passato ma quelle poche modalità “contemporanee”.

Magari un giorno nemmeno tanto lontano l’Intelligenza Artificiale cambierà ancora una volta tutto quanto. Ma proprio per questo avremmo bisogno degli anticorpi che solo la grande storia della fotografia potrebbe dare: vagare nel bosco intatto delle possibilità e delle idee, non nella savana desolata di pochi spunti di successo.

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