Le foto-vetrina

E’ in atto una «vetrinizzazione sociale» […] tutto è apparenza e ci muoviamo in un sistema di immagini e informazioni che creano tanti «mondi in vetrina». Discriminante è che non inducano a pensare, che non sollecitino riflessioni, che non impegnino, non producano engagement, anche se senza engagement a morire è la motivazione e ad affermarsi sono l’indifferenza e l’abulia“.

Ugo Morelli (“Mente e Paesaggio“)

Tra le molte colpe di coloro che fotografano, sia che lo facciano perché impegnati come fotografi a rappresentare il mondo, o che siano semplicemente persone che utilizzano le fotografie per comunicare o per divertimento, c’è anche quella di modificare il mondo. Anzi, come dice Morelli, di metterlo in vetrina.

Ci avevi mai pensato?

Ogni rappresentazione serve certo a diffondere un messaggio, ma anche a creare uno schermo, a frapporre un “vetro” tra gli esseri umani e la realtà. Perché, è noto, la fotografia mente sempre e dunque ci restituisce del soggetto ripreso solo una parte, e non è detto che sia la migliore. Tutto è apparenza sebbene, come sostiene Anish Kapoor, «l’arte è solo illusione, ma è solo nell’illusione che si può scovare la verità più profonda». Chissà.

Perché in qualche modo noi viviamo in un mondo di illusioni, chiusi all’interno dei nostri corpi, separati dalla realtà da una distanza che la mente ci impone e le leggi della fisica rendono concreta, quasi palpabile. Non possiamo accedere alla realtà delle cose che per mere congetture oppure attraverso i dati della scienza che però non sono in grado di farci davvero percepire tale realtà, al più la rende comprensibile a un ristretto numero di esperti.

Così, ad esempio, conoscere i processi chimico-fisici che avvengono nel sole, avere delle valide teorie su come funzionino le reazioni nucleari che avvengono nel nucleo della nostra stella, non ci fanno certo “vedere” in modo diverso la luce che illumina il pianeta. Per questo ci affidiamo alle sensazioni che possiamo – quelle si – percepire fisicamente: il calore, la luminosità, il bagliore, il contrasto tra luci e ombre. E possiamo magari fotografare quel che vediamo, ma ben difficilmente avremo la possibilità di rendere davvero concreta la realtà ripresa, ma solo le forme che essa assume. Noi ammiriamo il soggetto, lo prendiamo in considerazione e lo proponiamo agli altri attraverso una fotografia, affinché anche loro possano “considerarlo”. Il termine “considerare” è particolarmente efficace in questo senso: deriva infatti dal latino cum + sidus – letteralmente “guardare alle stelle” – perché quando qualcosa attira la nostra attenzione le diamo importanza, sollevandola verso il cielo, verso le stelle, verso l’immensità.

Non è poetico? Ecco il considerare i nostri soggetti è un gesto che il fotografo accorto fa – o dovrebbe fare – sempre, ma questo espone al rischio di trasformare tali soggetti in entità quasi astratte, puramente estetiche, lontane, siderali, perse nelle immensità delle galassie. Per questo ci sono autori che evitano qualsiasi tentazione estetica, rifugiandosi in fotografie sciatte e apparentemente sbagliate. Temo però che nemmeno questo serva davvero a evitare la citata vetrinizzazione perché come ogni cosa umana, dopo un po’, quando viene accettata, perde la propria carica innovativa o rivoluzionaria. Basti considerare – a proposito – le foto di William Eggleston, che negli anni ’70 sembravano scandalosamente “brutte e insignificanti” e oggi invece sono imitate e prese a modello da tanti autori anche molto giovani. Non si sfugge.

Ma una differenza netta c’è, come suggerisce Morelli: il fatto che mentre alcuni lavori fotografici nascono per esplorare e approfondire la realtà (l’autore cita il caso di Olivo Barbieri), la gran parte della fotografia di massa che vediamo circolare senza sosta su Internet o intorno a noi – sotto forma di manifesti pubblicitari, ad esempio – è basata sulla superficialità, sulla mancanza di engagement (dunque di coinvolgimento, emotivo e intellettuale), su una comunicazione immediata che non induca a pensare, ma semmai a distrarre, a illudere, a convincere, a divertire.

Questo è l’altro pilastro della vetrinizzazione: quando si espone della merce in vetrina si cerca di renderla al meglio, di far sì che appaia desiderabile al potenziale acquirente, che insomma non possano sorgere dubbi sulla sua qualità e sul valore che può avere. In molte fotografie avviene lo stesso: oramai non parliamo più di “specchi” o “finestre” come faceva John Szarkowsky poi ripreso da Minor White (le foto-finestra servono solo a mostrarci quel che c’è al di là della loro superficie, quelle “specchio” invece inducono lo spettatore a partecipare al loro funzionamento), ma direttamente di “foto-vetrina”.

Il loro scopo è quello di mettere davanti allo spettatore – in modo il più convincente possibile – qualcosa che sia perfettamente definito in ogni aspetto, che non ci sia alcuna possibilità di errore, di riflessione, non sia mai di approfondimento. A volte questo intento è mascherato con uno stile contemporaneo e apparentemente creativo, ma di fatto dietro e davanti alla foto non c’è nulla: va presa per quel che è, e finisce lì. E questo a maggior ragione vale per i progetti fotografici, che appaiono spesso come insiemi di foto che ribadiscono in modo martellante lo stesso concetto, basandosi o su una estetizzazione spinta del contesto o su una modalità immediata, da “snapshot”, da istantanea, il più delle volte finta.

Il massimo della vetrinizzazione si ha con le immagini create con l’AI: mancando completamente un essere umano dietro una fotocamera e il mondo davanti, è ovvio che tali immagini – leccate, perfette, ma freddissime – propongano una “realtà” più vera del reale, immobile, senza alcuna possibilità di fraintendimento.

La morte della creatività, che sul fraintendimento basa una buona parte del suo potenziale successo. Ma oramai la fotografia ha perso il suo carattere eroico, di arte che rischia, che si mette in gioco, che cerca starde nuove per sondare l’inesplorabile e l’inconoscibile. Non conta più esercitare lo sguardo, approfondire le emozioni, sviluppare riflessioni complesse. Il più delle volte ci si limita – con un’alzata di spalle – a sfruttare i mezzi tecnici sempre più sofisticati per creare una perfezione da manichini: in pratica una perfezione senza alcuna scintilla vitale, senza profondità, tutta basata sull’apparire.

Ci si accontenta della perfezione – insomma – invece di scegliere la magnificenza di ciò che perfetto non potrà mai essere.

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