La libertà del fotoreporter

Ci sono sentieri misteriosi, nella mente di ognuno, che conducono verso oscurità profonde. Nella notte, forse dormendo, li percorri in cerca di non sai cosa, e trovi l’inaspettato. Chissà quante volte ti sarà capitato. A me capita, di tanto in tanto.

E mi scopro come un giornalista dell’impossibile, che incontra i propri miti fotografici e riesce a intervistarli, o almeno a dialogare con loro. La realtà di questi dialoghi a me sembra accertata, ma onestamente forse son solo sogni, sebbene realistici quel tanto che basta per emozionarmi.

Amo trascrivere queste conversazioni, o quel che mi sembra di ricordare, e perciò ti propongo oggi un’ intervista improbabile nella speranza ti sia utile per sentire dalla viva voce (oddio, non poi tanto viva, e non so quanto davvero loro) di due fotografi del passato un possibile approccio alla fotografia consapevole.

L’incontro di cui voglio dirti è avvenuto in un ambiente buio, una sorta di ampia stanza senza arredo, in cui mi trovavo non so bene perché.

Ad un certo punto ho sentito dei passi alle mie spalle, e mi son girato quasi di scatto, rabbrividendo (i fantasmi fanno questo effetto, no?).

Mi si fa incontro, materializzandosi nel buio, un uomo dal volto serio, le ciglia importanti quasi a monociglio, un naso evidente su una bocca abituata a sostenere inevitabili sigarette, due occhi scuri e profondi a creare uno sguardo corrucciato e, a incorniciare tutto, una massa di capelli corvini tagliati corti. Non era alto, ma ben fatto.

L’ho riconosciuto subito: l’ombra palesatasi davanti a me era Robert Capa.

Bob?…” azzardai comunque, concedendomi la confidenza che sapevo alle ombre non dispiacere.

L’uomo annuì e si avvicinò. Poi iniziò a parlare: “Amico mio, so di cosa vorresti parlarmi, lo percepisco perfettamente. Si tratta della domanda che ogni fotografo si è sentito porre, prima o poi, e che si pone da solo ogni volta che le cose non vanno come dovrebbero. Voglio solo dirti che il potere della fotografia esiste, ed è forte. Le foto parlano, testimoniano, raccontano. Dopo che le hai scattate diventano altro da te, e si offrono agli sguardi degli altri cercando di provocare emozioni. Non è quello che speriamo tutti? Che le nostre foto colpiscano al cuore?”.

Feci segno di si con la testa.

“Quando guardi a delle foto giornalistiche” aggiunse corrugando la fronte “tu, come chiunque altro, puoi decidere con una certa libertà cosa esse ti stiano dicendo. Ma purtroppo spesso non ti dicono niente di vero. Sembrano un inganno, una messa in scena”

“Una messa in scena?” farfugliai. “Non credo di averlo mai pensato, guardando le tue foto, almeno…”.

Capa sorrise lasciando che il silenzio si facesse un po’ di strada tra noi. Se non avesse fatto il fotografo, sarebbe stato un ottimo attore.

“Il fatto è che la maggior parte della gente lascia parlare i propri pregiudizi. Anche tu quando guardi una fotografia, hai già un’idea riguardo quelle immagini e loro non fanno altro che confermartela. Dunque rifletti su ciò che le foto suggeriscono, è vero, ma non riuscirai mai a farlo liberamente, pochi ci riescono, purtroppo. È la maledizione del fotogiornalismo, rimanere vittima dei pregiudizi della gente!” concluse allargando le braccia, un po’ teatralmente.

Vuoi dire che la fotografia alla fine è sempre propaganda?” chiesi.

Non volevi dire questo, vero Bob?” fece una voce femminile dall’angolo buio della stanza.

Gerda!” esclamò sorridendo Capa. “Ciao Endre”, fece l’apparizione camminandogli incontro e chiamandolo col suo vero nome. Era una bella donna con i capelli biondi tagliati corti, dai tratti gentili eppure uno sguardo diretto, che ti scavava dentro: “non starai cercando di convincere il nostro amico qui che la fotografia non ha niente da dire, a parte messaggi politicamente orientati…” e sorrise, abbracciandolo.

Capa la baciò su una guancia, la guardò dritta negli occhi, poi si allontanò appena: “la questione è più complessa di così, tu lo sai bene. Chi può saperlo più di te? Ricordi? Eravamo in Spagna appunto per raccontare quella guerra tragica, e non potevamo certo farlo da una posizione neutra. Lo ha fatto forse Hemingway? Non potevamo che schierarci. Non avremmo allora dovuto raccontare anche quel che accadeva tra i fascisti di Franco? Così sarebbe stato un racconto equidistante. Ma né tu né io l’abbiamo fatto. Tu l’hai pagata cara questa scelta…”.

Oh caro Endre, è stata davvero dura quando sei partito per tornare a Parigi… Ma sapevo che ci saremmo rivisti da lì a poco… decisi di rimanere a Madrid, era il luglio del 1937 se non ricordo male. Tutto accadeva così in fretta, volevo raccontarlo. L’Europa intera, il mondo erano così distratti. Era necessario che sapessero…” disse Gerda guardandomi.

Non avevo il coraggio di dire una parola.

I franchisti iniziarono ad attaccare. Avevano il supporto dei tedeschi, erano meglio armati, insomma le cose si misero male…”. Ci fu una lunga pausa di silenzio. “dovemmo ritirarci e quel carro armato repubblicano…”. Capa le si avvicinò e l’abbracciò stretta: “lo so, lo so, Gerda… avrei voluto chiederti di sposarmi, lo sai? appena tornato, l’avrei fatto. Davvero. Quando mi raggiunse la notizia della tua morte… non so… mi sentii come se anche la mia vita stesse finendo in quel momento …”.

Gerda si liberò dolcemente dall’abbraccio e lo guardò sorridendo: “ma via, che idea stiamo dando al nostro amico, qui? Tutte queste smancerie lo metteranno in imbarazzo!”.

Robert recuperò in fretta la sua proverbiale disinvoltura: “non è solo propaganda, figliolo” mi disse dopo una breve riflessione, “la fotografia è vita, è pensiero, sono idee, ideali se vuoi. La propaganda è fredda determinazione, la si può progettare. La vera fotografia invece è schierata, di parte, ma autentica, spontanea, non la puoi decidere a tavolino. Devi solo essere nel posto giusto, nel momento giusto e con lo stato d’animo giusto. E restare sempre il più vicino possibile a dove gli eventi si svolgono. Devi vivere quei momenti con il massimo dell’intensità, esserci davvero, anche se hai paura, anche se la gente intorno a te uccide e muore, anche se muoiono i tuoi amici, le persone che ami…” e nel dire questo si voltò verso Gerda, che ora sorrideva anch’essa.

Vedi”, continuò, “molti hanno detto che la mia foto del miliziano ucciso in Spagna era un falso, una ricostruzione fatta appunto per propaganda, se vuoi pacifista, oppure antifascista, ognuno la vede a modo suo. Ma io ero lì, capisci? Quel ragazzo, e tanti come lui, erano i miei compagni di bisboccia, la sera prima. Parlavamo e scherzavamo, e poi loro morivano. Troppo spesso. A volte davanti a me. Credi davvero che li avrei usati per fare propaganda? Io volevo solo essere testimone. Dire: ecco, questo succede. Dalla mia parte, certo. Succedeva anche nella parte avversa, non lo nego. Ma io potevo fotografare solo ciò io che ero. Come puoi rimanere coinvolto in qualcosa che vuoi raccontare senza essere schierato? E’ impossibile..”.

Certo che lo è”, lo supportò Gerda: ”io mi rendo conto che rimanere neutrali potrebbe apparire più corretto. Equidistanti, si dice, no? Ma devi considerare“ fece guardandomi dritto negli occhi (non potei evitare un sussulto), “che se racconti una guerra, racconti qualcosa di così profondamente tragico, che non ci sono più sfumature. Ciò che conta in fondo è il punto di vista. Un fotografo, ma credo ogni persona su questo pianeta, come potrebbe mai prescinderne? L’idea che si possa essere neutrali, fa a pugni con la realtà. Un fotografo di paesaggi può essere imparziale? Ebbene no, nemmeno lui. Per esserlo davvero, dovrebbe scattare una foto da ogni cima del paesaggio di montagne che ha davanti, o da entrambi i lati dell’oceano sulle cui rive ha posto il suo cavalletto. Solo così potrebbe dire: ecco il paesaggio imparziale, tutto nella sua interezza. Ma la cosa è impossibile. Invece sceglie dove collocarsi e da lì scatta la sua foto inquadrando una parte del panorama che ha di fronte. Così fanno tutti i fotografi: scelgono una strada, un monumento, un volto, un evento, un giorno o una notte, una data e scattano la loro foto, che rappresenterà solo e soltanto quel momento, quel luogo, quel volto, quella situazione. La fotografia è tutto un fatto di scelte, di punti di vista. Perché mai per un fotografo di guerra dovrebbe essere diverso?”.

È esattamente così” intervenne Robert a dargli man forte: “e fatta la scelta di campo, è necessario rimanere coerenti, aderirvi, non far finta di essere lì, da quella parte della barricata come per caso, quasi controvoglia, ma raccontare ciò che si vede con passione, e senza fanatismo. Con lucidità e onestà. Io ho mostrato la guerra per quello che era, non davo mica retta ai generali che avrebbero voluto farmi scattare solo foto dove il prode soldato americano sconfiggeva i nemici quasi senza combattere, senza soffrire e insozzarsi di fango. E non ho mai ripreso i nemici battuti senza rispettare la loro umanità, anche questo è importante. Non bisogna mai dimenticare, poi, che la guerra non è solo cannoni, carri armati, fucili e soldati in prima linea, ci sono anche civili nei rifugi, bambini privati dei genitori, o donne che fanno la loro parte in un evento in genere tutto al maschile. Gerta ha fatto delle foto meravigliose alle donne che si addestrano durante la guerra in Spagna. O alle cucine da campo, alle scuole tirate su alla bell’e meglio. Anche questa è guerra. Mostrare l’umanità in situazioni in cui l’umanità sembri entrare poco…”.

Trovavo le loro parole illuminanti, e tuttavia sapevo che c’era qualcosa che non mi convinceva, qualcosa di inespresso. “Mi chiedo allora” dissi, credo balbettando un po’ “se forse non sia una questione non tanto di correttezza del fotografo, del suo modo di vivere la fotografia con autenticità, quanto di educazione delle masse, che non sanno leggere un’immagine e trarne i dovuti insegnamenti. Io lo so di avere i miei preconcetti, come in fondo voi avevate i vostri. So di essere influenzato dal fatto di vivere in Occidente, so di non poter prescindere dalla mia formazione, dalla cultura in cui sono cresciuto, ma mi sforzo di capire. Mi sforzo sinceramente. Guardo le foto di guerra, o dei grandi eventi tragici della storia, le foto della Magnum e quelle più recenti, e mi chiedo come, guardandole, un essere umano mediamente intelligente possa non riflettere su come sia possibile che dopo millenni, ci troviamo ancora a questo punto, che ancora ci uccidiamo vicendevolmente in nome di idee, divinità o ideologie spesso incomprensibili. Ci siamo abituati all’orrore, Endre, e finiamo per non comprenderlo più, ci rifiutiamo di capire davvero e per questo troviamo rifugio nel preconcetto, nelle risposte che ci vengono offerte, già bell’e pronte. Così è più facile, no? E le foto più belle e significative del mondo nulla possono dinanzi all’ignoranza…”.

Robert e Gerda si guardarono sorridendo, quasi sorpresi dal mio sfogo. Poi fu Capa a rispondere: “La storia della fotografia è piena di foto non pienamente comprese, o fraintese, o comprese solo successivamente. Questo lo sai quanto me… ma io difendo la genuinità dell’opera del fotografo, e la bontà del mezzo prescelto. La comunicazione può anche non funzionare, e questo avviene spesso quando si hanno di fronte masse educate a non comprendere, ma a obbedire. Ne ho viste tante, di masse così, nelle piazze di Roma o di Berlino. Come puoi mantenere la tua fiducia nell’umanità quando vedi padri di famiglia con i loro bambini, madri con i figli piccoli ancora in grembo, inneggiare alla guerra, gioire per la battaglia, per i suoi lutti e le sue distruzioni? Ma quelle folle esaltate dai discorsi di dittatori e fantocci politici hanno anche saputo combattere per liberarsi dal giogo della schiavitù. L’uomo che comprende di essere schiavo, in primis di sé stesso, quando finalmente si rende conto della realtà sa diventare un combattente irresistibile, perché sa cambiare il mondo. E’ sempre stato questo il mio modo di fotografare. Mostrare me stesso e le cose che vedevo con onestà, per come mi era possibile, stando vicino agli eventi e poi attendere che quelle foto trovassero terra fertile per germogliare. Oggi chi viene ricordato e celebrato: il combattente per la libertà o l’oppressore? Diamo tempo ai germogli di fiorire! Ma vivete in un’epoca senza pazienza…”.

Sapevo cosa volevo controbattere: oggi con Internet, con il progresso, la tecnologia, le cose sono cambiate… ma in verità non trovavo le parole giuste. Quando rialzai gli occhi, Bob e Gerta erano scomparsi, e io mi stavo svegliando da questo sogno.

Tags: