Il libro fotografico, questo mistero

Una riflessione su come concepiamo la fotografia oggi – o, per meglio dire, come la concepiscono alcuni, di certo non io – andava fatta. E per farla vorrei partire dai libri fotografici che, ancor più delle mostre, rappresentano una modalità di diffusione della fotografia molto interessante, e che io prediligo tra l’altro.

Infatti chi mi conosce sa che amo i libri fotografici. Insomma, non sono prevenuto. Però, però…

Ogni tanto mi faccio un giro nei siti specializzati nella vendita di libri fotografici – il più noto in Italia è Micamera – e ne esco sempre un tantino perplesso. Molto perplesso. Faccio sempre un esercizio, alla fine: mi chiedo che persona dovrei essere per acquistare quei libri. Mettiamo da parte i libri che comprerei subito, i grandi classici, i grandi autori, la fotografia chiamiamola pure “tradizionale”, che vende discretamente e magari è addirittura conosciuta dal grande pubblico e che già solo per questo viene considerata o troppo commerciale o troppo poco contemporanea, e parliamo invece dei libri d’autore – o, meglio, d’artista – esaltati dalla critica e considerati altamente innovativi, capaci di infrangere le regole con esaltante agilità anche a costo di perdere per strada “il messaggio”.

In questo periodo sto ad esempio leggendo un volumone pubblicato circa dieci anni fa da Aperture e intitolato “Self Publish, Be Happy” (di cui penso riparleremo) che fa un po’ il punto sui libri fotografici d’artista autopubblicati scegliendone una cinquantina e non ne ho trovato uno che fosse – ehm – comprensibile, intendo dal punto di vista strettamente fotografico.

Dunque che persona dovrei essere per acquistarli?

Dati i costi di alcune rarità (magari firmate dall’autore) potrei essere un collezionista, uno di quelli che vuole i libri quasi intonsi, senza nemmeno un graffietto e che dunque considera il libro alla stregua di un oggetto prezioso, intoccabile, a malapena da sfogliare onde evitare di rovinare la rilegatura. Nessun collezionista di francobolli userebbe un “Gronchi rosa” per spedire una lettera, così nessun acquirente di un’edizione originale di “American Photographs” di Evans lo userebbe per leggerlo. In tal senso è come certi collezionisti d’arte che acquistano un Van Gogh per tenerlo in cassaforte. Ovviamente acquisterei anche libri contemporanei, purché chiaramente preziosi, ad esempio “The Garden” di Sian Davey, 80 fotografie su 104 pagine per soli 300 €, sia chiaro con stampa annessa da appendere in salotto, volendo. Ma ci sono libri, spesso autopubblicati, che hanno costi inferiori, anzi la logica dietro le pubblicazioni come quelle riprodotte in “Self Publish, Be Happy” è proprio quella di cercare di mantenerne l’economicità. In tal caso il collezionismo è più legato alla capacità di trovarli, certi libri, ovviamente affatto distribuiti se non nei canali occulti da iniziati.

Magari potrei essere un fotografo incerto sulla direzione da prendere: vorrei tanto avere successo in un dato ambito, essere riconosciuto come “Autore” ed esporre in gallerie importanti o essere chiamato ai Festival senza passare per le forche caudine delle “open call”. Allora certi libri li prenderei se non per copiarli per almeno cercare di capire dove va “il mercato” (che non esiste, ma comunque ha un suo valore apologetico, di difesa della fede) e dunque inserirmi in quella corrente, dunque lasciando stare l’inutile impegno di fare le foto “belle” e puntando invece a un tema possibilmente impegnato, adeguatamente triste, meglio se autoreferenziale (lo potrei intitolare “Belly Button“, ombelico, quello che si guardano tanti di questi autori) e con foto chiaramente sbagliate che le persone normali definirebbero brutte o disturbanti ma i critici apprezzano grazie a una serie acconcia e lunghissima di incomprensibili aggettivi.

Infine potrei essere un fotografo che semplicemente è curioso di capire che direzione ha preso la fotografia contemporanea: piaccia o no, è comunque qualcosa di interessante. E chi la ama vuole sapere. Dunque acquistare libri e visitare festival è un ottimo modo per guardarsi intorno.

Tuttavia mi sembra sempre che il tutto sia pesantemente autoreferenziale, proprio come tanta arte contemporanea: roba per iniziati, per aderenti a una setta, ci si riunisce in un Mitreo per adorare una divinità iniziatica, e chi resta fuori non può capire, non ha cultura visuale, non è sufficientemente smaliziato.

E pensare che ho sempre creduto che la fotografia fosse una forma di comunicazione, un linguaggio addirittura! Lo so che questa modalità molti oggi la considerano superata, che Barthes o Sontag appaiono come cariatidi di un tempo passato, in fondo anche McLuhan molti lo guardano con atteggiamento archeologico e sono in pochi ad accapigliarsi ancora sulla natura indicale della fotografia.

Però rimango convinto che, come sosteneva Ansel Adams, in ogni fotografia ci siano sempre almeno due persone, l’autore e lo spettatore. Oggi le fotografie sono solitarie, contemplano solo l’autore – anzi “l’Artefice” – mentre lo spettatore si accomodi pure, ma solo se ci capisce qualcosa di “arte”. Al punto che viene da chiedersi perché tanti realizzino libri fotografici se poi a guardarli non ci si capisce niente. E accetto di passare per ignorante e passatista.

Per forza che poi i libri fotografici vendono al massimo 500 copie (quando va bene). E’ come certi film di cui si sottolinea la profondità, il contenuto così innovativo, la recitazione minimale e in cui non succede niente perché avere una storia è banale. I pochi che vanno al cinema a vederli tendono ad addormentarsi dopo i primi venti minuti di assoluto silenzio, ma certamente sono capolavori. Come dubitarne?

Abbiamo bisogno di queste opere che non comunicano o che lo fanno secondo logiche che alla stragrande maggioranza delle persone appaiono incomprensibili? Non esiste davvero alcuna via di mezzo tra il libro fotografico di successo che tratta di “Come fotografare le stelle” (o qualsiasi altro soggetto: su Amazon ai primi 22 posti dei bestseller ci sono manuali, il primo libro “serio” è al 23° posto, ed è “Kodachrome” di Luigi Ghirri) e il “Photobook” d’artista venduto a caro prezzo e stampato su carta giapponese ricavata dall’ultimo esemplare di una specie di albero ora estinto?

Tale via di mezzo sembra rappresentata solo dai classici – il citato “Kodachrome” ad esempio – mentre pare che per molti editori impegnati sia difficile se non impossibile coniugare l’esigenza di comunicare senza rinunciare all’originalità e alla profondità di pensiero. Così si ripiega sui “Coffee Table Books“, insomma libri molto belli, curati, quasi di lusso con fotografie spettacolari da tenere non in libreria ma aperti sul “tavolo da caffé” del salotto. Sulla stessa linea si inseriscono libri di successo che cercano di tener dentro un’estetica raffinata e creativa pur strizzando l’occhio al mercato (diciamo alla “piacevolezza”) e mi viene in mente ad esempio “Trees” di Irene Kung.

La logica di creare “prodotti” (eh sì, alla fine il libro è un oggetto da vendere) super raffinati e costosi, con copertine e sovracopertine preziose, carte spesse e di alta qualità e così via tradisce però quasi sempre la volontà di produrre qualcosa che venga percepito come “inarrivabile”, per cui dovrebbe scattare il desiderio di possesso, un po’ come certe persone si indebitano per acquistare un’automobile sportiva che non potrebbero permettersi. Succede di rado, però.

E allora si punta alle tirature limitate. Sapendo che si venderanno poche copie, le si numera quasi fosse una scelta e non una logica conseguenza di un mercato asfittico e con numeri limitatissimi. Lo ammetto, l’ho fatto anch’io, ma almeno senza per questo sparare prezzi altissimi che servono a guadagnare almeno qualcosa da un’operazione che per l’editore il più delle volte è in perdita, o in pareggio se le cose vanno bene.

Così, ho cominciato a chiedermi perché un fotografo dovrebbe voler realizzare un libro.

Se deve servire a far conoscere il nostro lavoro, a condividere il nostro pensiero, a far conoscere un argomento che ci sta a cuore, perché mai dovremmo creare qualcosa che costa 50,00 € come minimo e dunque metterlo di fatto fuori mercato?

Ghirri i suoi libri li faceva con copertina semplice, un’impaginazione “all’americana” rinunciando a tanti arabeschi grafici, li vendeva a prezzi ragionevoli e nessuno lo ha certo criticato per questo. Ed è l’unico vero “autore” che ancora venda discretamente (grazie alle ristampe di Mack) senza che si tratti di un manuale pratico o peggio del “Libro dei Peni” (dico sul serio, al 34° posto della classifica di Amazon c’è un libro con 7000 foto di attributi maschili).

Viceversa se ci tengo davvero che sia un prodotto di alta qualità, “figo”, che attiri l’attenzione per le sue qualità fisiche oltre che contenutistiche, che insomma sia un “oggetto libro” piacevole anche al tatto, va benissimo ma debbiamo sapere in anticipo che sarà un qualcosa di nicchia, riservato a chi apprezza il nostro lavoro e ci stima, ma che al di fuori del “cerchio magico” circolerà pochissimo. Se funziona auspicabilmente potrebbe aiutarci a varcare le porte del raffinato mondo della fotografia impegnata. Una nicchia dentro un’altra nicchia.

Penso che una possibile via d’uscita sia rappresentata dal tema prescelto. Se rinuncio a raccontare qualcosa che resta solo all’interno di me stesso o nelle ristrettezze del mio mondo personale e invece affronto un argomento che possa interessare molte persone o alcune comunità (penso ai progetti sugli effetti della Xylella sugli ulivi in Puglia, oggetto di diversi progetti fotografici), allora anche un linguaggio non lineare comunque alla fine produrrà un certo interesse e questo può aiutare le vendite.

Così si spiega perché poi tra i libri fotografici che comunque vendono ci siano soprattutto quelli di reportage, potremmo dire “fotogiornalistici”. Chi resiste alle storie, figuriamoci alla Storia?

Ovviamente non ho cercato nemmeno di circoscrivere l’argomento con queste mie semplici riflessioni. E di sicuro intendo tornare sull’argomento, perché amo tantissimo i libri fotografici e mi piacerebbe poter trovare progetti profondamente innovativi eppure non avulsi da una certa modalità narrativa chiara, forte, coinvolgente. Oggi sembra un ossimoro, forse perché tanti libri non partono dalla fotografia, anzi sembra che questa oramai conti relativamente poco. Mi chiedo se tale atteggiamento di fatto non lasci uno spazio vuoto che qualcuno potrebbe decidere di riempire. Chissà.

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