L’intervista

Raccontare un fiume è sempre una bella sfida, per un fotografo. Tra i molti fiumi, la mia fissazione è sempre stata quella per il Tevere. Da un lato mi attrae ma dall’altro mi respinge per i molti problemi che presenta, soprattutto da Roma in giù. Innegabilmente, però, possiede moltissimi elementi d’interesse e io lo so bene perché l’ho percorso più volte, dalle sorgenti al mare. Parecchi anni fa partii in bicicletta da Ostia raggiungendo le sorgenti sul monte Fumaiolo dopo una pedalata faticosissima ma anche piena di sorprese; anni dopo lo percorsi nuovamente in auto, fermandomi ovunque fosse possibile raggiungere le sue rive. Stranamente non è così facile: per gran parte del suo corso il fiume sparisce, è praticamente invisibile, nascosto da vegetazione e strutture umane.

Da qualche anno sono tornato a lavorare sul Tevere, in un progetto che – spero – vedrà la luce tra un paio d’anni. Nel frattempo ho collaborato con Antonella Cesari e l’associazione GEApolis per un progetto che mette insieme la Senna in Francia (il fiume di Parigi) e il Tevere (il fiume di Roma). Potete trovare i materiali relativi a questo link:

geapolis.eu/1-fiumi-deuropa-la-bellezza-del-paesaggio/

Nell’ambito di quel progetto, Antonella mi ha voluto fare un’intervista pubblicata sul loro sito, con domande a cui ho risposto cercando di rendere appieno il senso di quello che – personalmente – ritengo sia il senso della fotografia di paesaggio, e forse della fotografia in generale. Le riporto qui sperando siano utili ai miei lettori.

Per un fotografo, che significa abitare un territorio ?

Ovviamente il rapporto tra il fotografo e il territorio in cui vive varia a seconda del fotografo, della sua personalità e dei suoi interessi. Di sicuro per un fotografo di paesaggio come il sottoscritto è fondamentale. Dopo molti anni passati girando l’Italia e il mondo per realizzare i miei reportage, la scelta di fermarmi in un contesto che reputo interessante come la Tuscia – che ho scelto proprio per motivi ambientali e paesaggistici – è stato molto importante: posso dire di essermi trasferito a vivere all’interno del contesto che volevo raccontare fotograficamente. Negli ultimi quindici anni mi sono mosso pochissimo al di fuori di questo angolo d’Italia compreso tra Umbria, Toscana meridionale e Lazio, esplorandolo in ogni possibile recesso e naturalmente fotografandolo costantemente, realizzando un archivio di decine di migliaia di fotografie. Un archivio che credo sia tra i più completi possibile con riferimento a un territorio specifico. Qualche amico mi ha fatto notare che si tratta forse di un’ossessione, ma personalmente credo invece che si tratti del modo corretto – e coerente – di fare il fotografo paesaggista (o il narratore fotografico dei luoghi). Ansel Adams, ad esempio, considerato il fotografo di paesaggio più importante al mondo, non si è mosso quasi mai dalla sua California e dai grandi Parchi Nazionali che la caratterizzano (soprattutto Yosemite), Luigi Ghirri ha creato la maggior parte del corpus fotografico per cui è noto nei dintorni della sua abitazione, in piena Pianura Padana e il grande fotografo cecoslovacco Josef Sudek si è poche volte spostato dalla sua Praga. Dunque per un fotografo che abbia interesse ad approfondire una specifica realtà “abitare” un luogo (per lungo tempo o per tutta la vita) penso sia fondamentale.

Quali i punti di forza e le criticità da intercettare, magari con l’obiettivo fotografico, per promuovere una maggiore consapevolezza del patrimonio storico-artistico e ambientale sui territori locali?In che modo cerchi di farlo con il tuo lavoro?

Come tanti fotografi di paesaggio anch’io ho cominciato cercando le situazioni “belle e spettacolari”. Quando abitavo a sud di Roma cercavo di trovare spunti di questo genere nel Lazio meridionale e ho anche realizzato due mostre – finanziate dalla Regione Lazio – su questo contesto, che però appare residuale rispetto a un territorio devastato dal cemento e dall’asfalto. Col tempo mi sono reso conto che occorreva andare oltre. E’ vero che ci salverà la bellezza, ma solo se sapremo metterla a confronto con una realtà che invece non è affatto così, anzi appare spesso “brutta”. Non sono diventato un fotografo “di denuncia” – ce ne sono di bravissimi, ma non fa per me – ma ho cominciato a raccontare i territori nelle loro varie sfaccettature, dunque anche nei loro aspetti meno piacevoli. Ad esempio il mio lavoro “DOM(IN)US”, che è diventato un libro, è dedicato ai contesti urbani, in un viaggio che va da Roma a Terni, passando per Civitavecchia, Viterbo e altre città della Tuscia che da tempo hanno conosciuto uno sviluppo poco accorto, possiamo dire così. Nel libro ci sono immagini anche della valle del Tevere, che per me rappresenta il paradigma perfetto di come un territorio di altissimo valore ambientale, storico, artistico e architettonico possa subire modificazioni quasi mortali, basti pensare allo spopolamento o alle molte cave di ghiaia. Come sempre, ogni problema può diventare un’opportunità e così i laghetti di cava abbandonati potrebbero costituire un’importante risorsa naturalistica, oltre che utili raccolte d’acqua in tempi di mutamenti climatici, esattamente come le dighe di Alviano e di Corbara hanno dato vita a laghi artificiali che sono comunque utili per l’avifauna acquatica e per mitigare il clima a livello locale. Spero che una simile “resilienza” possa applicarsi anche agli impianti fotovoltaici a terra che stanno modificando il volto delle campagne soprattutto tra Tuscania e Montalto di Castro, anche se al momento fatico a vedere una tale prospettiva! Con i miei progetti in corso sto cercando di evidenziare le contraddizioni di una mancata pianificazione del territorio e delle sue potenzialità.

Siamo ancora capaci di perseverare e impegnarci per il bene e lo sviluppo dei territori e delle comunità locali? Perché? Che cosa sta cambiando?

Un vecchio slogan ambientalista (che trovo però efficace e corretto) sostiene che occorra pensare globalmente ma agire localmente. Se parliamo di mutamenti climatici – il problema ambientale per antonomasia, potenzialmente devastante per i destini dell’Umanità – è ovvio che il singolo si senta impotente e reagisca con la negazione o con l’indifferenza. Ma anche un oceano è fatto di gocce d’acqua. Dunque credo che le scelte e le azioni dei singoli siano fondamentali perché (per citare un altro slogan) nessuno commette errore più grande di chi non ha fatto niente solo perché poteva fare troppo poco! Perciò dobbiamo guardarci intorno, avendo consapevolezza di come vanno le cose a livello globale, pensando ai piccoli gesti che ognuno di noi può fare: usare meno l’automobile, piantare un albero (o evitare di tagliarlo), utilizzare meno elettricità e così via. E questo anche per migliorare la vivibilità quotidiana. Meno traffico vuol dire avere un’aria più respirabile, più alberi vuol dire avere temperature meno estreme in estate, evitare inutili illuminazioni notturne vuol dire “tornare a riveder le stelle”, e così via. Se apparteniamo a una comunità non dovremmo limitarci a dire di amarla – come tanti fanno – ma poi non proteggerla dalle aggressioni. Quanti sostengono di amare certi paesaggi e per questo vogliono costruirci casa? Peccato che il fenomeno dello “Sprawl” – le casette sparse che occupano la campagna – sia quello che più di tutti ha contribuito a snaturare i paesaggi del nostro paese. Sulla costa questo ha effetti ancor più gravi. Piccoli borghi marinari si sono trasformati in città lineari fronte mare, privi di ogni attrattiva se non la spiaggia. Io credo che una nuova consapevolezza stia crescendo, che abbiamo raggiunto una tale saturazione dei territori che un lento risveglio è palpabile. D’altra parte il “consumo di suolo” è il problema principale dell’intera Europa e porta alla scomparsa di ecosistemi e a una maggiore vulnerabilità, come insegna il caso dell’Emilia Romagna. Si tratta certamente di qualcosa che deve interessare soprattutto i giovani – non ho più tanta fiducia in noi “attempati” rappresentanti della specie Homo – perché ne va del loro futuro, e mi sembra che i segnali siano incoraggianti.

Attraverso quali iniziative culturali e percorsi formativi è possibile aiutare gli adulti a percepire il proprio territorio e le comunità locali come luoghi intrisi di storia e umanità, non solo da guardare ma da vivere e rendere vivi? In che modo cerchi di farlo attraverso i tuoi corsi? Qual è il profilo dei partecipanti ai corsi (adulti, giovani…etc..)? Perché decidono di partecipare? Attraverso quali metodologie cerchi di coinvolgerli?

Nasco – letteralmente – come ambientalista, nel senso che sin da quando andavo alle elementari sono appassionato di natura e ambiente e ho fatto parte di quasi tutte le associazioni ambientaliste italiane, partecipando attivamente. Mi considero uno di quelli “sconfitti” da questo impegno, diciamo pure uno dei disillusi: nonostante gli sforzi i cambiamenti sono stati troppo pochi e tardivi. Ma il peggioramento della situazione complessiva di fatto apre nuove opportunità: i nodi vengono al pettine e c’è chi inizia a notarlo. Nella mia attività fotografica ho così trasferito tutta la mia passione ambientalista e anche quando collaboravo con le riviste sono sempre riuscito a realizzare reportage che potessero comunque fornire un messaggio positivo rispetto a questi aspetti. In seguito ho continuato a lanciare “messaggi in bottiglia” attraverso i miei libri e in generale con i miei progetti e a inserire questo aspetto nei miei corsi di fotografia. C’è da dire che la fotografia per come la pensiamo normalmente è un’attività che è praticata soprattutto da persone “diversamente giovani”. In verità oggi tutti “fotografano”, ma i fotografi sono invece pochi. Dunque i giovani usano molto la fotografia come strumento di comunicazione di base, ma solo pochi di loro sono interessati a sfruttarla in modi più creativi e consapevoli. Ma anche qui qualcosa si muove e non dubito che prima o poi assisteremo a profondi cambiamenti, che saranno però inseriti in una realtà che a sua volta sta evolvendo in modi sin troppo veloci, basti pensare all’avvento della AI generativa. Io, comunque, resto legato all’idea resa nota dal grande fotografo Josef Koudelka il quale sosteneva che lo strumento princiaple del fotografo siano delle buone suole da consumare: camminare, esplorare, respirare, toccare, solo dopo fotografare. Ed è quello che cerco di insegnare ai miei corsisti: se una foto deve trasmettere un’emozione, occorre che quella emozione la provi, prima di tutto, il fotografo.

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