Litigiosità Fotografica

In ogni campo, noi umani sappiamo dividerci in bande con estrema facilità. Si tratta forse di una reminiscenza ancestrale, quando bastava poco per creare scissioni nelle tribù dell’Età della Pietra, e andarsene ognuno per conto proprio, immagino borbottando improperi. C’era chi adorava il sole e lo celebrava al tramonto, ma c’era anche chi intendeva celebrarlo all’alba: litigio e separazione, e nascita di due religioni distinte. Ora, non è che gli scienziati sostengano che le cose siano andate proprio così, ma per approssimazione possiamo immaginare che il meccanismo fosse più o meno questo. Ognuno di noi si ritiene il portatore di una verità incontrovertibile e guia a contestarla.

Indubbiamente ci sono campi in cui la competizione è particolrmente forte e lo sport è giocoforza il più importante: le tifoserie si lasciano spesso andare a scontri che ricordano davvero quelli tra diverse tribù. Anche l’eloquio è più o meno quello, fatto di suoni gutturali e insulti sbiascicati. Ma anche nel campo della cultura propriamente detta ci sono arroccamenti in fortilizi niente male, con un rifiuto del confronto pacato che spesso sfocia in gesti e atteggiamenti poco consoni. Poi, oggi, con Internet, tutto è moltiplicato per cento se non per mille. Il concerto di quel gruppo è stato fantastico, no era uno schifo e non sanno nemmeno suonare; il romanzo di quell’autore è meraviglioso, ma dài, è pieno di frasi fatte e la storia piena di buchi. E quel film? Stupendo! No, orrendo! Insomma, hai capito che voglio dire. Siamo, pare, programmati per dividerci, per prendere posizione e non mollarla nemmeno a costo di rimetterci la vita.

Come scrivono David Graeber e David Wengrow nel loro libro “L’alba di tutto“, negli anni Trenta del XX secolo l’antropologo Gregory Bateson coniò il termine “schismogenesi” per designare la tendenza degli individui a definirsi l’uno in contrapposizione all’altro: “immaginate due persone che litigano per un piccolo disaccordo politico ma, dopo un’ora, finiscono per sostenere posizioni così intransigenti da ritrovarsi su lati diametralmente opposti dello spartiacque ideologico, arrivando persino a sposare idee estreme che non accetterebbero mai in circostanze normali, solo per dimostrare che rifiutano in modo categorico le tesi dell’altro“.

Personalmente sono spesso caduto in questo tranello, ma non barare: anche tu, come tutti e tutte, ne sei rimasto vittima. E come fotografi di argomenti ne abbiamo a bizzeffe. Si inizia con il difendere il proprio marchio (Nkon, Canon, Sony, Olympus…) fino all’estremo di dire che è il migliore, quello che offre la qualità assoluta e alla fine della discussione gli altri marchi fanno schifo. Poi si vantano le capacità di certe ottiche al confronto delle quali le altre non valgono nulla. Poi ci si divide sui grandi autori, sui diversi approcci, sul colore (che Walker Evans definiva gentilmente “volgare“) e sul bianco e nero, sul digitale e sull’analogico.

Siamo tutti vittime della schismogenesi: saremmo persone ragionevoli, ma quando ci attaccano o ci sentiamo incompresi, ah beh allora diventiamo belve assetate di sangue, inflessibili difensori della purezza e giustezza delle nostre opinioni. In piccolo, si tratta della rappresentazione plastica di come scoppino le guerre. Una escalation senza senso basata sulle opinioni e non sui fatti, meno ancora su dati certi e verificati. E le opinioni sono come chi le difende: fallaci.

Il tutto mi è venuto in mente leggendo Zygmunt Bauman, il quale distingue tra una modernità solida e una “modernità liquida“, che è anche il titolo del suo libro più famoso, che sto finendo di leggere e su cui tornerò in questo blog. La prima è quella del capitalismo di stampo “fordista” fatto di autorità, leggi, regolamenti, leader riconosciuti e riconoscibili. Ancora se ne vedono esempi in alcuni paesi del mondo. Quando il popolo decide di obbedire a una guida “suprema” accantonando o autolimitando la propria libertà in cambio di una maggiore sicurezza, o di una vita in cui le scelte sono limitate e dunque chiare, senza troppe responsabilità ecco, quella è la modernità solida che in gran parte dell’Occidente è stata sostituita dalla versione liquida, anzi liquefatta, in cui non esistono più dei punti di riferimento precisi, netti e incontrovertibili. Certo, ci sono ancora i leader, ma spesso sono molteplici e il loro potere dura fintanto che risultano utili “al sistema”, per poi essere facilmente sostituiti.

Le due modalità, per Bauman, fanno riferimento da un lato alla “Società”, dunque a qualcosa che è per sua natura molteplice e in grado di riconoscersi in questo essere massa, dall’altro all’Individuo, che è oggi prevalente (e lo era già quasi trent’anni fa quando il saggio venne scritto, oggi è anche peggio). Insomma, viviamo nell’epoca dell’individuo, e vale anche in campo fotografico. Pensaci. Siamo passati dall’era del “maestro”, del “professionista” che andava seguito e imitato in quanto esponente puro del sistema fotografico, in quanto, soprattutto, guardiano delle regole da rispettare, e tali maestri erano per definizione pochi e ben riconoscibili, all’éra dell’individuo, in cui ogni essere umano in grado di premere un pulsante di scatto diventa ipso facto un “photographer” accreditato.

Un tempo, chi andava contro “l’accademia” veniva additato come eretico, anche se a volte di successo, pensiamo a Nino Migliori o Mario Giacomelli. Ma alla fine certe norme restavano vigenti, anche se si permetteva ad alcuni di violarle, quale eccezione che le confermava. Oggi invece ognuno si detta le proprie regole, ognuno sa che quel che produce è degno dell’Empireo della fotografia, e chi sostiene il contrario è come minimo un avversario, spesso un nemico. In questo clima, non c’è quasi più dibattito, quello che una volta afferiva ai circoli fotografici in cui ci si scannava ragionando intorno ai massimi sistemi. Oggi si afferma: chi non è con me, è contro di me.

Osservare quel che succede in un ambito così ristretto dello scibile umano, com’è quello della fotografia, è comunque utile per capire perché non ci sono più maestri: man mano che scompaiono quelli di una volta non vengono sostituiti, e non perché non ci siano fotografi altrettanto bravi, ma perché la figura stessa di “leader” è morta con loro, sostituita da influencer, o esperti, affetti da schismogenesi congenita. Di fronte a una modalità di ripresa considerata efficace e da rispettare non accettano alcun contraddittorio, se non minimo, per poi alzare un muro di difesa.

Questo atteggiamento è frutto, secondo Bauman, del modo “in cui gli esseri umani comprendono il mondo, [che] tende a essere in qualsiasi epoca prassimorfo: è costantemente modellato dalle cognizioni tecniche del momento, da ciò che la gente è in grado di fare e da come lo fa“.

Dunque l’avvento di Internet e della fotografia digitale, insieme, hanno rafforzato un atteggiamento che già la liquefazione della modernità aveva comunque portato a essere predominante. In una realtà che ha visto un netto scivolamento “verso l’autoaffermazione dell’individuo“, con un richiamo dantesco, Bauman scrive una sentenza premonitrice: “abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità fluida“.

Non esiste più il “mondo della fotografia”, esiste una galassia di piccoli mondi litigiosi, in costante fuga uno dall’altro come da un imponente Big Bang.

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