Macchie e Fotografie

Leonardo da Vinci scrive nel suo Trattato della Pittura: “… se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di varie macchie o in pietre di vari misti potrai lì vedere similitudini di diversi paesi, ornati di montagne, di fiumi, sassi, alberi, pianure grandi, valli e colli in diversi modi. Aggiunge poi: perché nelle cose confuse, lingegno si desta a nuove invenzioni.

Gli faceva eco, in qualche modo, Alexander Cozens, il teorico del Blot (macchia), concetto elaborato nella seconda metà del XVIII secolo. Macchiare”, scrisse, significa lasciare macchie e forme varie con linchiostro sulla carta producendo forme accidentali senza tracciato che permetteranno alla mente di rappresentare delle idee. Ciò è conforme alla natura: in effetti nella natura le forme non si distinguono attraverso delle linee, ma piuttosto attraverso le ombre e i colori. Fare uno schizzo è disegnare delle idee; macchiare è suggerirle.

 

Secondo Cozens, durante un processo di traduzione che mescola linconscio al conscio, lartista creerà un analogon di ciò che ha immaginato: in tal senso, come non notare una rassomiglianza con il concetto di equivalents di Stieglitz?

In entrambi questi autori (ma ce ne sono molti altri che si potrebbero citare) l’elemento casuale, la macchia, il dettaglio isolato dal contesto, divengono altrettanti soggetti in cui è l’abilità dell’artista a saper rivelare mondi e realtà concrete.

Questa è letteralmente la creatività all’opera: si crea qualcosa che non esiste partendo da oggetti reali. Non è quello che fa ogni vero artista?

Realizzare fotografie di dettagli, macchie, sassi, secondo la logica degli Intimate Landscapes così ben esplicitata da Eliot Porter, grande fotografo naturalista americano e tra i primi ad utilizzare le pellicole a colori, può portare a immagini di grande intensità, anche se a volte antispettacolari.

Per questo forse oggi pochi si dedicano alla ricerca del dettaglio: non c’è storia, sui Social, rispetto al paesaggio marino col tramonto infuocato!

Fotografando gruppi di foglie cadute sul terreno, arbusti intrecciati, alberi dalle forme contorte, particolari di rocce, muschi, torrenti, Porter ci ha rivelato un mondo che i patiti del Great Landscape non erano riusciti nemmeno a percepire, presi com’erano dal mettere, all’interno delle loro inquadrature, settori sempre più ampi dei vasti paesaggi che avevano davanti: e in America di paesaggi vasti ce ne sono a bizzeffe.

Porter ha dimostrato che non occorre allargare lo sguardo, spesso anzi è meglio stringerlo, focalizzarlo, renderlo tagliente come un laser e andare a ricavare senso e significato da ciò che, a rigore, sembrerebbe non averne affatto.

San Mauro Pascoli, Forlí

Cozens creava appositamente le sue macchie, i suoi blot, ma la natura fa altrettanto, e questo avviene sulle rocce delle montagne come sui muri delle case in città: muschi, licheni, alghe, ma anche deposizioni minerali, e graffiti urbani, schizzi di fango e di pioggia.

Sulfatara, Tuscania

Molti di questi elementi sarebbero considerati sporcizia. Cose da evitare. Ma lo sguardo dell’artista, e del fotografo, può trasformarli in soggetti degni di attenzione. La macchia suggerisce, sostiene Cozens: come dargli torto? Quante storie può rivelare una macchia? Più di quelle che pensi.

Basta non lasciarsi condizionare dalla razionalità, consentendo al subconscio di andare a pescare nellinfinito archivio che ha a disposizione, tutte quelle le immagini che hanno senso compiuto e sono colme di senso.

La prossima volta che passi radente a un muro, ad esempio, prova a concentrare lo sguardo su quellapparentemente informe e insignificante insieme di macchie e segni. Di questo ho già parlato in un precedente post, Il metro che fa la differenza,  ti consiglio di rileggerlo.

Libera la fantasia. Guarda al di là del reale.

A volte credo di ripetermi, di sostenere a più riprese pochi semplici concetti, e che tutta la mia attività didattica finisca per concentrarsi sui dettagli. Per fortuna, leggendo libri di altri autori mi son reso conto che alla fine non sono solo, anzi. Io credo in modo profondo a queste idee, e non posso fare altro che spingere le persone ad approfondirle.

Sono davvero convinto che dedicarsi alle minuzie e ai muri in questo caso, lo stesso esempio che ho fatto nel post citato – sia lesercizio più potente di tutti. Apre nuovi orizzonti, apre la mente e lo sguardo, a prescindere da quello che poi si desidera fotografare seriamente. Gli esercizi non sono fatti per ottenere fotografie definitive, il più delle volte. Sono solo solfeggio.

Ho trascorso ore rimirando e fotografando i muri, e pensa che non mi hanno portato via con la camicia di forza!

Quando si vuol sottolineare il fatto che non si viene ascoltati, si usa dire: sto parlando al muro?. Io con i muri (e i sassi, e le foglie secche, e i tronchi) ci parlo spesso grazie a una fotocamera e sai una cosa? A volte mi sembra che ascoltino (a volte addirittura rispondono, ma questo è meglio non dirlo in giro).

Nella sua famosa serie Suono di una mano che applaude, Minor White ha raccolto fotografie di dettagli del ghiaccio depositatosi sui vetri della sua casa a Rochester. Sfido chiunque a non trovare potentissime quelle foto, anche se magari non dicono quel che White sperava.

Ma comunque parlano.

E Luigi Ghirri era un altro fotografo appassionato dei dettagli, delle inquadrature strette, del singolo elemento che rivela il tutto.

Il meccanismo è quello del simbolo, e anche della metafora. Oggi che le fotografie, per essere considerate efficaci, vengono riempite di elementi, la ricerca di una certa pulizia dello sguardo è importante.

Noto la difficoltà che hanno molti fotografi di semplificare il loro sguardo. Hanno pensieri complessi e questo è bene e credono che dunque anche le foto in grado di esprimerli debbano essere complesse. Niente di più sbagliato!

Anzi, se posso dirlo, più il concetto da esprimere è articolato, profondo e difficile, più è bene che la foto sia semplice, limpida, liberata al massimo grado da elementi di disturbo.

E tipico dei pensieri semplici cercare la complessità, che è in grado di nascondere la pochezza del sentimento. Ma se le idee e le emozioni ci sono, e sono forti, anche un comune filo derba, o una nuvola in cielo, se ripresi con sapienza, possono raccontarle.

E prenditi tempo. Tanto tempo: quello che Michel Serres chiama il tempo lungo, quello tipico di chi vive allaria aperta, a contatto con gli elementi naturali (come contadini o pescatori), contrapposto al tempo corto di chi abita in città e lavora negli uffici, sempre di corsa, inseguito dalla fretta, e che porta alla perdita drammatica – anche dei pensieri lunghi.

La devastazione del pianeta Terra è legata ai nostri pensieri corti, che dominano le nostre vite e ci spingono a dimenticare i ritmi naturali, le necessarie lentezze, il languore di una vita in cui ogni dettaglio è importante: anzi, in cui solo i dettagli sono importanti!

Allargando lo sguardo sempre di più, cercando disperatamente di scrutare lontano, non ci accorgiamo più delle piccole cose, non cogliamo i segni (e i segnali) che la realtà circostante ci invia, e siamo come la famosa rana di Marty Rubin (la sindrome della rana bollita, 1987) che non si accorge di star per morire bollita viva perché i segnali che potrebbero salvarla sono graduali e lenti e lei non riesce a coglierli.

La nostra sopravvivenza come esseri umani, come artisti e fotografi, è legata alla semplicità: per assurdo è un messaggio difficile da lanciare in unepoca che ha fatto della complessità il proprio credo assoluto.

Questa semplicità tuttaltro che elementare si impara con la pratica, e ribadisco che non conosco esercizio migliore del cercare dettagli e textures sui muri e per le strade, o nei boschi e nelle campagne.

Potresti prendere un sasso e girartelo per le mani prima di iniziare a fotografarlo da vicino: ogni più piccolo dettaglio ti rivelerà un mondo.

Come scriveva il poeta (un po fuori di testa) William Blake (1757-1827), occorre vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico, tenere linfinito nel palmo di una mano e leternità in unora.

Tu ne saresti capace?

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