Maestri di fotografia – Cercasi!

Vorrei avere più fiducia nei giovani. Dico sul serio. Il fatto è che in campo fotografico i giovani latitano.

Potresti dirmi che non è vero, che oramai tutti i giovani e giovanissimi fotografano, e tanto.

Vero.

Ma non sono fotografi (anche se a volte si definiscono tali): scattano foto, a volte in modo compulsivo, fanno gli influencer e inondano di immagini i loro blog, tuttavia – lo ribadisco – non sono fotografi.

Il problema è che le cose sono molto cambiate da quando essere un fotografo era una prospettiva affascinante e motivante. Si guardava ai fotografi professionisti come modelli, come aspirazione. Oggi è diverso.

Perciò se sei un giovane, magari potrei cercare di darti qualche dritta motivazionale per smettere di premere compulsivamente il “pulsante di scatto” del tuo smartphone e invece iniziare a realizzare delle foto consapevoli e soprattutto dei progetti fotografici veri e propri.

Questo perché mi sono reso conto che i cosiddetti “maestri” – diciamo i fotografi di fama internazionale che tutti noi consideriamo comunque dei punti di riferimento – sono oramai piuttosto avanti negli anni. In Italia i più giovani che mi vengono in mente sono Paolo Pellegrin, Francesco Zizola, Alex Majoli. Comunque di mezza età.

E’ vero che per diventare “importante” un fotografo impiega anni, ma una volta a trent’anni potevi già assurgere al ruolo di esempio da seguire, con pubblicazioni su riviste, mostre, magari dei libri personali. Ma soprattutto questo ti garantiva numerose possibilità di sviluppare ulteriormente la tua carriera.

Oggi di trentenni ben proiettati in una simile prospettiva non ne vedo molti. Forse qualcuno ce n’è, chissà. Magari è anche una mia mancanza – in fondo non ho la consapevolezza a 360° del mondo della fotografia – ma non credo di sbagliare nel dire che, comunque,  se ci sono, sono pochi e difficilmente hanno davanti prospettive così feconde.

E allora – cari i miei giovani – chiediamoci insieme il perché di questa situazione.

Escluderei che dipenda dalla mancanza di talento: onestamente ho visto lavori di giovani fotografi che dimostrano montagne di talento. La materia prima non manca, è il contesto che ha dei problemi.

Senza voler dare risposte certe e assolute – nemmeno sono in grado di darle, anche perché non sono più giovane, almeno a livello anagrafico – ritengo che i mutamenti del contesto abbiano la loro responsabilità.

Analizzo punto per punto quelli che a mio parere sono alcuni aspetti fondamentali.

  1. La fotografia è morta. Non lo dico io, già molti anni fa lo scriveva Tomesani di Tau Visual, intendendo dire che il lavoro di fotografo come inteso tradizionalmente oramai è marginale: pochi pagano per avere una foto e basta. Oggi semmai si paga per avere un esperto di comunicazione a tutto tondo che guarda caso fotografa. Un creatore di immagini, potremmo chiamarlo. Ma il fotografo tradizionale è una specie più a rischio del Panda. E dunque è una figura assai poco attraente, giocoforza.
  1. La fotografia è facile. Ecco, qui sta il punto centrale: oggi, realizzare foto corrette (non buone foto, quella è un’altra faccenda) è alla portata di tutti. Un tempo no, era difficile e complessa. Se tutti fotografano e possono portare a casa dei risultati più che decenti, a che mi serve un “fotografo”? Infatti.
  1. CGI e AI – Belli gli acronimi, anche quando a noi fotografi fanno paura. Già da decenni le immagini generate dal computer (le CGI appunto) hanno cambiato il paradigma stesso della fotografia, specie in settori come l’automotive o il beauty. Parliamo si soggetti creati dal nulla con il computer, non di modelli modificati con Photoshop, sebbene anche questo aspetto conti molto. Oggi abbiamo l’ulteriore sviluppo dell’Intelligenza Artificiale che rende alla portata di tutti il CGI, che richiede molte competenze tecniche. Oggi dici al computer che foto vuoi e quello te la sforna già bella e fatta. Cari amici della fotografia di stock, addio anche a voi (non ora, ma a breve. Ah, faccio parte della categoria anch’io…).
  1. Non c’è un mercato – Che poi questo è conseguenza dei punti sopra. Tutti sanno scattare fotografie perfette, se non possono scattarla davvero la creano con un software AI, pagando un economico abbonamento. Nei soli Stati Uniti si produce in un minuto lo stesso numero di foto scattate in tutto il XX secolo, di quale mercato vogliamo parlare? Di fatto quel che resta di questa torta sbocconcellata è appannaggio di chi – sul mercato – c’era da prima. I grandi reporter, i nomi noti, possono contare sull’appoggio di un folto pubblico e degli editori, collezionisti e curatori, ma inserirsi in questo ristretto mercato per un giovane è sostanzialmente un terno al lotto. E i giovani al lotto nemmeno ci giocano.

Va bene, può bastare. Ci sono altri elementi di cui potremmo tener conto, ma questi son quelli che contano davvero, gli altri vengono solo di conseguenza.

Chi inizia oggi il viaggio nella fotografia intesa come professione ha solo incertezze: non c’è un mercato chiaro, non si sa quali sviluppi tecnologici interverranno nel frattempo, non vede un’accoglienza sociale motivante. Parlo di fare il fotografo tout court, perché poi la speranza viene da un diverso approccio, in cui non si fa il fotografo ma, appunto, come detto, l’operatore culturale.

E allora la faccenda cambia radicalmente perché, a onor del vero, di operatori del genere c’è molta richiesta. E un fotografo è nella posizione giusta per aspirare a un simile ruolo in quanto sa gestire il linguaggio delle immagini, sa come guidare le emozioni di chi le guarderà, è un tecnico di software (per forza, oggi come oggi) o almeno sa utilizzarli in maniera adeguata.

Personalmente sono entrato nel mondo della fotografia in un’epoca che appare lontanissima, sebbene in fondo fosse non poi tanti anni fa, quando si andava nelle redazioni dei giornali a proporre il proprio lavoro e se si avevano capacità e un pizzico di fortuna poteva bastare. Oggi è talmente diverso che non mi azzardo a dare consigli a chi si sta affacciando al mondo della fotografia “seria” o professionale.

Però vorrei concludere questo post con alcune considerazioni strettamente personali (nel senso che me ne assumo la responsabilità sapendo che il “mainstream” va in tutt’altra direzione) e che credo e spero possano essere utili.

  1. Partite dalla fotografia – Abbiamo detto che la fotografia è morta eccetera eccetera, però trovo poco saggio pensare a progetti (e ne vedo tanti) in cui questa non è al centro. Ci sono fotografi – almeno si definiscono tali – che puntano tutto sul “contorno” di un progetto: i video, il sito apposito, i messaggi via social, i post sul blog, il dietro le quinte, eventi speciali e così via. Va tutto bene, fa parte del nuovo modo di intendere quest’attività, ma spesso mi chiedo: e le foto? Il più delle volte sono tirate via, poco interessanti, magari volutamente sbagliate, di certo il tempo che vi si dedica è una frazione di quello destinato al resto. Non è una novità: già Ed Ruscha creava progetti “tirando via” le foto, ma erano gli anni ’70 ed era una cosa dirompente, oggi annoia, anzi a me fa anche un po’ arrabbiare. Perciò, per favore, partite dalle fotografie, che siano curate, comunicative, dense di significato!
  1. Create progetti che non siano solo di nicchia – Intendo quei progetti incomprensibili, strani, con foto slegate (il curatore dirà volutamente) tra loro, oppure progetti che parlano solo all’ombelico di chi li realizza, così autoreferenziali – a volte composti di autoscatti o selfie – che dimostrano quanto smisurato sia l’ego dell’autore, che ritiene di poter assurgere a metro di riferimento dell’umana esistenza. Ci sono così tante tematiche da affrontare che possono coinvolgere le persone comuni che non capisco perché i fotografi, specialmente giovani, continuano a pensare solo a conquistare l’attenzione del critico importante (in caso pagandolo) o di un qualche curatore o dell’art director di riviste specializzate che leggono in dieci (anche se sono lettori che contano in quello che viene definito “il sistema dell’arte”). Sarò “vecchia scuola” ma penso che allargare lo spettro potenziale dei fruitori di un progetto non possa che far bene alla fotografia;
  2. Attenzione alle tecnologie digitali – Diciamolo: il digitale è una gran cosa, e chi sostiene il contrario sta mentendo. Però è anche vero che spesso il fotografo viene travolto dalla tecnologia secondo l’adagio: siccome si può fare, allora lo faccio! Mi capita spesso di vedere lavori in cui l’aspetto meramente tecnologico sembra prevalere su tutto, quasi si voglia dimostrare, in primis, di saper sfruttare adeguatamente le nuove tecnologie. Ma come fotografi, comunicatori, creatori di progetti dovremmo sempre aver presenti le due persone che in questo processo sono coinvolte – come sosteneva Ansel Adamsl’artefice e lo spettatore. Diciamo pure il messaggio e il canale con cui viene portato urbi et orbi. Troppe volte ho visto persone visitare delle mostre fotografiche e chiedersi cosa stavano guardando! Questo sarà un aspetto sempre più importante in un’epoca di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.

Parlo dei e ai giovani, che di questi aspetti masticano da quando son bimbi piccoli, ma in verità noi attempati professionisti dovremmo prestare attenzione a certi aspetti, perchè il nostro spazio d’azione esiste nella misura in cui sapremo guardare alla realtà (e intuire il futuro) senza sperare che possa tornare un passato oramai morto (o in coma) ma invece sfruttando le competenze “classiche” come strumento per creare progetti ibridi, in cui le competenze acquisite e quel minimo di saggezza che deriva dall’età possano tornare davvero utili e fare la differenza. Non “contro” i giovani, ma al loro fianco.

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