Maestria, memoria e volontà in fotografia

Se non fate progressi, non è perché mancate di buona volontà, ma perché non avete memoria… Non fate affidamento sulle conquiste fatte: i loro benefici svaniranno a poco a poco se non vi ricordate di rafforzarli attraverso la pratica quotidiana” (Anthony De Mello)

Lago di Bolsena – Fotografia stenopeica

Il fotografo è sicuramente un essere umano volitivo.

Desidera raggiungere dei risultati – chiamiamoli artistici – rilevanti, desidera diventare “bravo”, o efficace, insomma vorrebbe essere in grado di scattare fotografie che colpiscano l’immaginazione e il cuore di chi le guarderà, e che siano in grado di comunicare qualcosa.

Per conseguire questo risultato, si affida prima di tutto (spesso sbagliando) a fotocamere sempre più evolute, obiettivi sempre più “taglienti” e nitidi, investe somme importanti di denaro in softwares e computer in grado di farli girare.

Ovviamente segue corsi, workshop, si confronta con altri fotografi.

Poi legge libri, sfoglia riviste, acquista libri fotografici, naviga su Internet nella certezza che ancora qualcosa gli sfugga. Che gli basti scoprire quella determinata tecnica, o chiarire quel dubbio assillante (“ma dov’è che sbaglio?”), per poter finalmente conseguire i risultati che si attende.

Il tutto per ottenere qualcosa che nella nostra società – oramai – ha un valore relativamente limitato. Una fotografia.

Voglio dire: se hai l’hobby della falegnameria, avrai la soddisfazione di realizzare mobilio e accessori per la tua casa; se hai quello dell’elettronica, saprai montare una qualche strabiliante apparecchiatura, e così via. Addirittura e collezionisti di francobolli o monete possono dire di aver messo su una collezione che può sempre essere rivenduta con un buon guadagno (Bolaffi docet). Insomma, è un investimento.

Ma la fotografia?

Le attrezzature perdono valore con velocità impressionante, e a rivenderle a volte ci fai a malapena un quinto di quel che hai speso, e le tue meravigliose stampe non le vuole nessuno, se non amici e parenti, quando il quadro – un vero sgorbio – dipinto da tuo cognato tutti lo considerano “arte”. Deprimente, vero?

Allora, cui prodest?

Potrei dirti che lo facciamo per noi stessi, per esprimere le nostre emozioni, per cercare una forma di comunicazione, e così via.

Tutto vero.

Ma certo nel flusso continuo di immagini che ci travolge ogni giorno è oramai piuttosto difficile inserirsi e farsi notare, e questo nonostante noi siamo quelli “seri”, quelli che scattano a ragion veduta, mica ad cazzum come certi “influencer” che armati di smartphone e Instagram mostrano al mondo ogni minchiata stiano facendo.

Fotografie stenopeiche (barattolo)

Capisco allora che molti concentrino la propria attenzione non sul prodotto, ma su ciò che lo genera: la fotocamera.

Conosco sin troppi fotografi per i quali ciò che conta è lei, la reflex, la mirrorless, con cui giocare durante una passeggiata. Sono scarsamente interessati a ciò che se ne può trarre – e d’altra parte basta guardare le loro foto per accorgersene – ma molto coinvolti dalle possibilità tecniche che offre: e più pulsanti ci sono, più menu e sottomenu in cui navigare, più sono contenti, laddove gente come me sogna delle fotocamere digitali con tempi, diaframmi e Iso regolabili. E basta.

Non è che la tecnologia non mi piaccia, anzi. Solo che m’impiccia. Davvero. E’ spesso un ostacolo. Più la fotocamera è semplice e priva di fronzoli, più mi piace. Sarà per questo – forse – che sono tornato all’analogico…

Cimitero monumentale di Viterbo – Fotografia stenopeica analogica, fotocamera Agfa modificata

Il dato di fatto certo è comunque che la stragrande maggioranza dei fotografi pensa che la tecnologia sia in grado di compensare eventuali limiti personali quando, semmai, li amplifica. Perché senza consapevolezza e qualche idea in testa, non esiste tecnologia capace di creare una foto degna di essere guardata.

Insomma, la fotografia non può prescindere del tutto dalla tecnica e dalle attrezzature, ma è innegabile che sia il fotografo il vero artefice. A volte pienamente consapevole, a volte no, ma comunque non c’è fotografia senza fotografo.

La frase di De Mello che ho messo all’inizio di questo post ci offre uno spunto interessante. Non contano fotocamere e obiettivi, non contano foto “piacione” e foto “artistiche”.

Conta solo la pratica. Sembra banale, ma non lo è.

Le mie capacità tecniche, dopo trent’anni e più di attività fotografica, sono senza meno cresciute, eppure non credo di essere – da questo punto di vista – nel momento del mio “massimo splendore” tecnico. Non c’è stato un giorno, dico sul serio, di questi oltre 10.000, in cui non abbia pensato o ragionato sulla fotografia e non l’abbia praticata.

Ad un certo punto credevo di sapere tutto. Arrancavo, quasi affannato, a cercare qualcos’altro da imparare, come se mi mancasse sempre un quid per raggiungere l’eccellenza, che magari avevo già raggiunto (a volte lo penso, riguardando i vecchi plasticoni di diapositive) ma a cui sempre aspiravo.

Posso dire che negli ultimi anni ho imparato nuove tecniche, eppure il lavoro più importante è stato quello di disimparare. Che non significa “smettere di saper fare qualcosa”, ma smettere di pensare che ci sia un unico modo per fare ciascuna cosa, e che le tavole della legge fotografica vadano rispettate sino alla morte. E’ stato quello che mi ha permesso di far pace con le mie fotografie, raggiungendo l’equilibrio (comunque instabile) che cercavo: realizzare immagini per me ma pensate per comunicare agli altri, senza però sperare di ottenere questo risultato a tutti i costi, bensì con naturalezza.

La parola magica insomma è: fare pratica.

Come ogni adepto di qualsiasi arte (più o meno esoterica) sa, solo esercitandosi continuamente si riesce a imparare, e a diventare maestri. Se hai letto “Lo Zen e il tiro con l’arco” già saprai però che gran parte del tempo serve a comprendere che quel che bisogna davvero praticare non è la tecnica, non è la perfezione stilistica.

Cimitero di Tuscania – Fotografia stenopeica, fotocamera Agfa modificata

Ciò che si deve praticare è la dimenticanza delle regole rigide, delle formule, delle tecniche: tutti strumenti utili (come l’arco per il tiratore), ma che da soli ti ostacolano, ti rallentano, ti fanno sbagliare.

Potrai forse colpire al centro il bersaglio, ma come Eugen Herrigel (l’autore del citato libro) dimenticherai che lo scopo del tiro con l’arco non è fare centro, ma diventare un maestro. Non è la stessa cosa. Il maestro può fare centro o fallire, ma di questo non gli importa nulla: ciò che conta è essere uno col bersaglio.

Per un fotografo è difficile capirlo. Guarda le fotografie dei “maestri” e spesso le trova meno “belle” delle proprie: magari poco nitide, mosse, leggermente sfocate; oppure troppo perfette, levigate, strane, incomprensibili, e così via. Ma le foto dei maestri comunicano al di là, direi nonostante, l’imperfezione (o la perfezione) tecnica.

La pratica ti permette di arrivare a comprendere se ciò che hai realizzato ti rappresenta o meno. Non saprei come dirlo diversamente.

Cartiera – Fotografie analogiche con Nikomat EL e 28 mm sigma

Per gran parte della mia vita la fotografia mi ha donato momenti meravigliosi, delusioni e scoramento profondo, e poi di nuovo gioia e soddisfazioni. E via così, a fasi alterne.

A volte mi chiedo se ne sia valsa la pena, se l’obiettivo della sicurezza economica e di una auspicabile pensione certa non fosse da preferire, lasciando la fotografia al ruolo di un hobby divertente e basta. Ma posso dirti questo: quando guardo alcune delle mie foto, posso orgogliosamente affermare che si, ne è valsa decisamente la pena. La mia vita sarebbe stata ben più misera senza questi pezzetti di carta e inchiostro, o gelatina d’argento, che ho penato tanto per realizzare.

Io amo le mie foto (non tutte, ma alcune decisamente). Dirò di più: io sono le mie foto, e loro sono me.

Non m’importa se non ricevono riconoscimenti e premi – d’altra parte le mie foto non le mando a concorsi e manifestazioni – se non sono esposte in Musei e importanti collezioni private (sebbene qualcuna in realtà lo sia), o presentate nei festival più importanti. Mi importa relativamente anche del fatto che ricevano o meno l’apprezzamento generale, nella consapevolezza che questo avviene di rado per chiunque.

Esse però respirano con me, grondano del mio sudore, sono calde del mio stesso sangue. Le guardo, e so che è come guardarsi nello specchio.

La pratica alla fine mi ha insegnato proprio questo: non a fotografare meglio, ma a essere un fotografo.

Argentario, torre Capodomo – Fotografia analogica, Bencini Koroll II – trittico

[Dato che ci siamo, e siamo tra amici, ho deciso di illustrare questo post con alcune delle mie fotografie recenti che prediligo e credo mi rappresentino. Sono tutte realizzate con fotocamere vintage o stenopeiche a pellicola, e sono tratte dal progetto “Una Momentanea Eternità” che a ottobre diventerà un libro fotografico]

Marco

Tags: