Maledetti fotografi: Enrico Ratto e le sue interviste ai “grandi” della fotografia

In fotografia, come in tutte le discipline artistiche, emergono personaggi che si distinguono dalla massa e diventano icone o, se preferisci, guru.

Quando questo succede, agli occhi del pubblico l’artista diventa un tutt’uno con propria opera e la persona progressivamente si allontana all’orizzonte, sembra inarrivabile.

Il sentimento che prevale è l’ammirazione – per l’opera, appunto – ma a ruota segue una sorta di distacco, di lontananza, che rende il fotografo quasi un’entità astratta.

Invece non è vero. Ovviamente. L’uomo (o la donna) è sempre lì, in carne ed ossa.

E se hai le idee chiare, una buona dose di forza di volontà, e tanto entusiasmo, c’è anche la possibilità che tu riesca a entrare in contatto diretto con “il fotografo“. E allora ti stupirai a (ri-)trovare una persona che si rende disponibile a soddisfare la tua curiosità, rispondendo alle tue domande più indiscrete.

Non ci credi?

Ce lo dimostra Enrico Ratto. Fondatore di Maledetti Fotografi, un sito che ormai raccoglie quasi 100 interviste a fotografi di fama.

Da più di 3 anni, Enrico ogni mese intervista fotografi di ogni genere. Tra questi, alcuni veri mostri sacri, come Michael Kenna, Josef Koudelka, Oliviero Toscani, e tanti altri.

Josef Koudelka

 

Ma come fa?

Per scoprirlo abbiamo deciso di chiederlo direttamente a lui, Enrico, attraverso un’intervista nella quale ci racconterà come ha deciso di cominciare, che sensazioni prova, quali insegnamenti ne ha ricavato e tanto altro ancora…

Sei incuriosito? Bene, direi allora che la cosa migliore è venire al dunque, lasciando la parola a Enrico Ratto, di Maledetti Fotografi.

Enrico, in una foto di Maurizio Galimberti

 

D- Cosa è maledetti fotografi? Spiegacelo in un minuto

R- È un magazine online che ogni mese pubblica le interviste con fotografi italiani ed internazionali. Il format è molto semplice: l’intervista.

Nessun commento, nessuna introduzione critica, nessuna recensione. Solo domande e risposte. Alla fine di ogni anno, le interviste vengono raccolte in un libro (che puoi trovare in una pagina dedicata del sito di maledetti fotografi, N.d.R.), in modo che i lettori possano leggere la versione cartacea con più calma, in viaggio, annotando le cose più interessanti e facendo tutto ciò che sullo schermo non si può fare.

L’idea è nata in modo molto semplice: in lingua italiana, non esisteva nulla di simile. Ci sono validi portali e magazine dedicati alla fotografia, ma hanno un legame stretto con l’attualità, i libri in uscita, le mostre in agenda.

Uno dei segreti di Maledetti Fotografi? Non avere problemi rispetto al “tempo”. Le interviste restano per anni, non c’è fretta di pubblicarle, non hanno data di scadenza. In questo clima da costante breaking news, penso sia una cosa rara e in cui identificarsi.

 

D- Okay, ma perché “maledetti”?

R- Dietro questo nome non ci sono troppi ragionamenti, eppure è la cosa che incuriosisce di più. In realtà, per un paio di giorni ha avuto una motivazione razionale: all’inizio, il progetto avrebbe dovuto riguardare tutto quell’ambiente della fotografia di inizio anni ’90, i fotografi che hanno raccontato le subculture, le persone, la città, la moda.

Quindi da Ryan McGinley a Mario Sorrenti, a Davide Sorrenti, a Dash Snow, a Terry Richardson, alla Londra di Corinne Day… uno dei periodi della fotografia che mi ha sempre interessato perchè così legato alle scosse della società.

Un gruppo di “maledetti fotografi”, non c’era dubbio. Poi, però, quasi immediatamente ho pensato che il progetto potesse essere allargato, si è creato così un bel contrasto, perché pubblichi un fotografo estremamente raffinato come Frank Horvat in un contenitore chiamato “maledetti fotografi”.

Cosa che, a lui e agli altri, è piaciuta immediatamente.

 

D- A me non risponde neanche mia moglie, com’ è che tu chiami Oliviero Toscani o Josef Koudelka e loro ti rilasciano un’intervista? Spiegaci il tuo segreto!

R- Non ci sono segreti. Jacques Seguelà, prima di diventare il più grande pubblicitario di Francia e non solo, faceva il giornalista. Diceva che il giornalismo gli aveva insegnato che, se vuoi parlare con qualcuno, devi alzare il telefono e chiamarlo.

Non ci sono molte altre cose da fare. In realtà, quando hai un progetto chiaro, definito e semplice da spiegare, le persone ti rispondono. Forse è per questo che mogli e fidanzate rispondono meno 🙂

 

D- Hai intervistato quasi un centinaio di fotografi famosi …. Raccontaci un aneddoto che ti è rimasto particolarmente impresso

R- ​Sì, al momento sono una settantina, quando arriveremo a cento succederà qualcosa ….

Gli aneddoti sono molti, ci sono stati incontri di vera vicinanza, a volte diventati amicizia. Ti dico però una cosa su cui ho riflettuto.

Di solito le interviste possono durare un’ora, un​’ora e mezza. Oliviero Toscani (qui trovi la sua intervistami ha detto tutto in sedici minuti. Quell’uomo è la sintesi, come la sua Fotografia.

 

D- Ogni artista ha la sua personalità e il suo stile. C’è però secondo te un filo conduttore, qualcosa che accomuna tutti i gradi fotografi che hai intervistato?

R- ​Sì, tutti vivono per il loro mestiere. Sono pieni di contraddizioni, sono più o meno razionali, più o meno bugiardi, più o meno strategici, ma tutti vivono sinceramente per questo mestiere.

Voglio dire, non ci dormono la notte per il loro lavoro.

E fare il fotografo oggi è una cosa faticosa. Le persone spesso lo sottovalutano, magari se la prendono con Settimio Benedusi che te lo dice in faccia su Facebook, ma non capiscono che è davvero faticoso fare questo mestiere. Io, per dire, non lo farei mai.

 

D- Tu che ne hai osservati tanti, di successo,  da vicino, spiega ai nostri lettori “come si diventa un grande fotografo”. E’ possibile indicare un percorso?

R- Credo di aver risposto nella domanda precedente. Vivendo per questo mestiere.

Vivere significa non limitarsi nelle letture, nel rischio, nei confronti. Esserci sempre, interrogarsi sempre, essere però molto pragmatici. Chi lavora di più, è sempre un grande pragmatico, riesce a portare a casa il risultato e a stare in equilibrio tra le contraddizioni.

 

D- Adesso è arrivato il momento di dirci qualcosa di te. Parliamo in terza persona però, come si fa nelle grandi occasioni …. Allora, qual è il rapporto di Enrico Ratto con la fotografia? Quale il suo genere preferito? Che foto gli piace fare?

R- Non sono un fotografo, come ti dicevo. Faccio quel genere di foto che rientrano tra i “memories”, assolutamente prive di rischio, dunque poco adatte alla professione, restano nel telefono.

Penso di non riuscire a vedere il mondo per immagini, ma per parole, sono attitudini e non le puoi forzare.

Non ho un genere preferito, ho forse una generazione preferita, la fotografia americana e inglese dei primi anni ‘90, ma perchè mi interessa l’editoria, e in quel momento c’è stata una chimica pazzesca tra le due cose.

 

D- Un’ultima domanda, Enrico, anzi due. Fra tutti i fotografi della storia, qual è quello che vorresti intervistare? E se avessi a disposizione una unica domanda, cosa gli chiederesti?

R- Tra chi non è più possibile intervistare, Helmut Newton, aveva capito come stanno in equilibrio le cose del mondo. Parleremmo del potere e dell’ironia. Tra i vivi: i più inarrivabili, i nascosti, i riservati.

Big Nudes Helmut NewtonHelmut Newton

 

D- Grazie davvero Enrico per il tempo che ci hai dato, sia a nome mio sia a nome dei nostri lettori. Chi conosce già maledetti fotografi sarà stato contento di trovarti qua da noi, e chi non lo conosce ancora adesso si trova con più di 70 interviste da leggere! Hai raccolto un vero “tesoro”, e non vedo l’ora di scoprire cosa succede con l’intervista numero 100 … Ciao ancora!

R- Ciao a tutti voi!