Ontologia del fotografo di strada

Ontologia del fotografo di strada è un articolo de L’uomo Nella Folla, rubrica di street photography a cura di Alex Coghe

 

I miei allievi mi chiedono spesso cosa significa per me essere un fotografo di strada.

Alcuni si aspettano ragionamenti accademici, filosofia, storia dell’arte, discussioni infinite su questa o quella corrente.

Io preferisco rispondere in maniera semplice, con una serie di pensieri e idee che, messi insieme, costituiscano un mio personale atto d’amore nei confronti di un modo di intendere e vivere non solo la fotografia ma la mia esistenza.

Come fotografo di strada, cerco da sempre di seguire il percorso suggerito dai maestri Lee Friedlander e Garry Winogrand, Stephen Shore e Joel Meyerowitz.

Un approccio diretto, incentrato sul contenuto, sulla trama, senza alcun intervento di editing pesante per edulcorare, senza effetti speciali per affascinare il pubblico … solo l’onesta verità di ciò che il mio occhio e la mia esperienza mi permettono di trovare nelle strade.

Onestà prima di tutto con me stesso, cercando di realizzare sempre una vera “fotografia diretta” ( – straight photography – scopri di cosa si tratta ), cioè una fotografa che mostra quello che ho davvero visto.

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Perché credo che non siano il contrasto spinto o una situazione d’ombra irreale a fare una foto di strada, ma ciò che un fotografo è stato in grado di osservare e documentare con la sua fotocamera.

La Street Photography è un’attitudine, una mentalità, un modo di vedere e vivere il mondo attorno a noi.

Per questo è, contemporaneamente, il genere di fotografia più difficile e più semplice da fare.

Il più facile perché hai solo bisogno di una fotocamera e un buon paio di scarpe.

Il più difficile perché tutto (estetica, analisi, forma, contenuto, scelte, emozioni) avviene in frazioni di secondo, e quindi non è facile fare una foto che sia davvero buona.

Tanto più che la street è un genere in costante evoluzione, che riflette i cambiamenti della nostra società.

Per esempio penso che oggi il concetto Bressoniano di momento decisivo non sia molto attuale. Certo, spesso continuiamo ad attingervi; ma è stato affiancato da altri approcci e intenti.

Oggi come oggi, quando si tratta di Street Photography, preferisco parlare di energia.

Io parlo di energia perchè, almeno per me, la Street Photography ha bisogno di esprimere quella particolare tensione che possiamo trovare nelle strade delle nostre metropoli.

E per sentire quella tensione e poterla trasmettere, in quella energia ti ci devi immergere. Allora si che la street photography diventa molto di più che fotografare in un luogo pubblico.

Mi piace ripetere che per essere un buon fotografo di strada devi “essere” la strada.

Citando Bruce Gilden:

“Se riesci ad annusare la strada guardando la foto, è una foto di strada”

E’ esattamente quello che penso io. Se non sei realmente connesso con la strada, non sarai in grado di fare una buona fotografia di strada.

Che poi non ci sono, in realtà, confini per la fotografia di strada.

Chi vuole mettere dei limiti forse è un sostenitore del pensiero accademico, ma la Street Photography è il genere fotografico meno accademico che esista.

Composizione? Contenuto? Visione? Estetica? Se vuoi davvero distinguerti con la Street Photography, la cosa più importante si chiama … idee.

Nuove idee, nuove fotografie.

Qualcosa che non puoi vedere tutti i giorni. Qualcosa di coraggioso, diverso, fuori dall’ordinario. Altrimenti sarai sempre un fotografo normale.

Per questo motivo preferisco quei fotografi di strada che cercano di abbandonare i luoghi comuni, uscire dalla zona di comfort, lasciare le cerchie artistiche tradizionale, scegliendo invece di fare le loro cose.

Io provo a fare lo stesso il più possibile.

Anche nelle scelte sull’attrezzatura.

Come fotografo di strada uso sia film che digitale, senza pregiudizi e snobismo.

Ma preferisco le impostazioni manuali e la mia preferenza va alle fotocamere compatte e leggere. Nella mia esperienza ho visto come il “vecchio approccio” sia il migliore per la Street Photography.

Preferisco concentrarmi sulla messa a fuoco e usare un mirino ottico, ma non ci sono leggi universali: con fotocamere tipo Ricoh GRD e Fujifilm XF10 che contano con un fisso 28mm del mirino si può anche fare a meno.

Adoro tutto ciò che riguarda la Street Photography. Amo uscire e girare. Adoro quell’adrenalina che mi scorre nelle vene ogni volta che sono pronto a fare una foto. Amo incontrare altri fotografi di strada, condividere idee e punti di vista con loro.

Quello che faccio e quello che dico ai miei allievi nei percorsi che facciamo insieme è che se hai deciso di andare in giro con una fotocamera per strada, devi prendere la cosa seriamente. 

Questo non vuol dire non divertirti, anzi, tutto il contrario!

Ma la strada impone un mettersi in gioco in maniera speciale, non andando a cercarsi problemi, per carità, ma facendo i conti anche con determinati rischi. Il calcolo delle probabilità dice che l’esperienza in strada può recare con sé anche problemi, non dimenticarlo mai. ((leggi la mia esperienza nei Barrios messicani).

Per strada un elevato grado di destrezza e reattività è richiesto: si tratta di vedere, riconoscere, pensare e dunque risolvere compositivamente per ottenere una foto e al tempo stesso settare la fotocamera nel migliore dei modi per ottenere quel che vogliamo.

La chiave di questo si chiama semplicità: di pensiero e di azione.

Perdi tempo e avrai perso la fotografia. Mantieni la tua attrezzatura piccola, silenziosa e senza complicazioni.

Io sono perfettamente consapevole del fatto che quanto scrivo sconvolgerà più di un lettore, ma credimi! Non hai bisogno di tantissime lenti o di cambiare costantemente fotocamera.

L’idea che ti convertirai in un migliore fotografo acquistando una determinata lente è una idea diffusa che non corrisponde a verità.

Quello di cui hai davvero bisogno è solo una lente (meglio se fissa e non zoom, perché più veloce, luminosa e performante) e un corpo macchina, ma li devi conoscere davvero bene.

La Street Photography non ha bisogno di grande tecnologia. In strada è invece richiesta presenza mentale, prontezza di riflessi, fiducia in noi stessi, audacia, curiosità.

La street è  un’attività profondamente intellettuale e, probabilmente anche spirituale.

Proprio ieri David Carol, un grandissimo fotografo di strada che ho intervistato per il Leica Camera blog qualche anno fa, ha condiviso una sua recente esperienza:

” Sono sul alto della strada e sto scattando una foto. Un uomo si avvicina e mi chiede – A cosa stai facendo una foto? – E io: – Questo fresco arbusto, non pensi che sia interessante? – L’uomo guarda l’arbusto per alcuni secondi e dice: – Per chi la fai la foto? Per un agente immobiliare o per il proprietario? – . Ho detto, – No, faccio la foto per me.- Perplesso inizia ad allontanarsi, poi si gira e tornando indietro mi dice: – Vuoi dire che stai scattando la foto solo perché pensi che sia bello? –  Ho detto, – Sì -.

In questo aneddoto c’è condensata l’essenza stessa del fotografo di strada.

Come fotografi di strada siamo diversi, possiamo essere visti come pazzi, e del resto ci sono perfino fotografi che fanno altri generi che non ci comprendono, alcuni addirittura credono che stiamo facendo qualcosa di illegale.

Il fotografo di strada non ha certamente la motivazione di fare soldi con questo tipo di fotografia.

Siamo osservatori delle persone, della loro apparente banalità nel quotidiano, che è proprio quello da cui siamo attratti.

Oggi sono fiorite comunità su internet, ci sono festivals, riviste ma non è sempre stato così.

I pionieri di questo genere probabilmente erano visti ancora di più come eccentrici, per non dire pazzi.

Le difficoltà in strada oggi sono diverse da prima.

Oggi si reagisce, a volte, in maniera più sgarbata quando non violenta alla attenzioni di un fotografo e di questo sono responsabili i governanti che in questo contesto storico giocano molto, per loro tornaconto e controllo della società, con limitazioni ai diritti individuali, con campagne di terrore.

Si guarda, purtroppo, al fotografo come ad un “terrorista” della privacy. Assurdo.

E invece il fotografo in strada, quando si trova davanti al soggetto e ad una storia da narrare, è semplicemente un solitario.

Un solitario “flaneur”, che vaga senza meta particolare, con il solo obiettivo di cogliere momenti rivelatori della condizione umana.