Orientare il pensiero

Come sostiene il noto blogger e “motivatore” Darius Foroux nel suo libro “Think Straight”, noi siamo quel che pensiamo.

In effetti ci formiamo un’opinione su noi stessi sin da bambini, e a volte quell’idea è instillata dai genitori o dai contesti in cui viviamo, e anche dalle esperienze fatte.

Se un altro bambino ci fa sentire inferiori o inadeguati, e magari questo “incidente” si ripete più volte, ecco che ci formiamo la convinzione di non essere mai all’altezza, di essere “difettosi”, poco capaci, e così via. Non è certo una condanna definitiva: a volte la vita ci “mette una pezza”. Però capita spesso che tutto questo magma esperienziale si solidifichi in una autostima ridotta (o anche in una sovrastima, capita) delle proprie capacità.

Ma – è questa la teoria di Foroux e di altri come lui – il pensiero si può orientare. Non basta certo svegliarsi la mattina e pensare “da oggi cambio vita e sarò una persona diversa”. Magari fosse così semplice!

Si tratta invece di indirizzare positivamente tutto quel flusso di pensieri che costantemente scorre nella nostra testa, quel fastidioso rumore di fondo che ci impedisce di rimanercene tranquilli ad ammirare le nubi che vagano nel cielo e invece ci fa “ragionare” dei nostri guai, degli impegni che abbiamo, dei nostri limiti, dei desideri insoddisfatti, e così via. Tanto lo so che sai bene di cosa parlo.

Il filosofo trascendentalista americano Ralph Waldo Emerson ha scritto due secoli fa: “You become what you think about all day long” (“Diventi quel che pensi tutto il giorno”).

A furia di rimuginare sul fatto che sei inadeguato, è così che ti sentirai e ti comporterai ma se, viceversa, penserai con convinzione che invece non ti manca nulla per riuscire in ciò che per te conta davvero (tipo diventare un bravo fotografo) ecco che il successo arriverà.

Ma per riuscire in questa impresa, avverte Foroux, occorre prima di tutto sviluppare l’attenzione: “hai notato quanto bello fosse il sorgere del sole stamattina quando ti sei svegliato? O le gocce di pioggia? Hai sentito davvero l’odore del tuo caffè? La consistenza dei cereali della tua colazione? Se la risposta è no, hai davvero bisogno di uscire dalla tua testa. Smettila di pensare e inizia a sentire”.

Mi sembra un consiglio sensato, anche se personalmente spesso mi dimentico di applicarlo. Eppure è tutto lì. Pensare in modo continuo e ad ampio raggio non solo è inutile, ma distrae e allontana dalla nostra strada, ci fa perdere tempo e occasioni e soprattutto ci rende diversi da quello che potremmo essere. Rende inespresse le nostre potenzialità. Anche come fotografi.

Ricorda: si fotografa quel che si è. Non c’è scampo. Anche nella foto più superficiale, nel selfie fatto in vacanza, c’è dentro tanto – tutto – di noi, al punto che analizzando le nostre foto si potrebbe capire chi siamo, stile “profiler” americani nei telefilm “Criminal Minds”. Se vuoi commettere un reato, smetti di fotografare!

Per questo ho sempre sostenuto – e lo faccio anche ora – che per essere fotografi migliori, bisogna migliorare come persone: nel senso di avere la mente più concentrata, le idee più chiare, e avere stima delle nostre capacità di comprendere e interpretare il soggetto. Una stima basata sulla realtà, ovviamente. E’ questo che davvero porta al successo.

Il successo è ciò che voi vi date da soli, la fama è ciò che vi danno gli altri” sostiene la scrittrice e “creative assistant” Deanne Delbridge, una frase che assume un senso tutto particolare in quest’epoca di Social.  Ma come non essere daccordo?

Tu devi decidere dove collocare il traguardo e sapere quando l’avrai superato, non gli altri. Invece facciamo tutti in modo di farci valutare da una massa – spesso indistinta, anonima e virtuale come quella di Internet – e aspettiamo il giudizio come se non esistesse un domani.

Vedi come le convinzioni e i pensieri possono portarci fuori strada?

Ci passano tutti, comunque, se può tranquillizarti. Io stesso ne sono un esempio cristallino: non rinnego nulla (o quasi) di quello che ho fatto nel settore della fotografia editoriale per quasi 15 anni, perché mi è stato dannatamente utile, ma sono anche consapevole che avrei potuto scegliere sin da subito la “mia” strada senza farmi influenzare dalle circostanze e dai consigli, e perdere molto meno tempo. Ma l’importante è camminare, non quanto tortuosa e complessa – o faticosa – sia stata la strada.

Tanto non si “arriva” mai: semplicemente si raggiunge un nuovo punto di partenza.

La mia esperienza come docente al corso “Smettere di Essere Principiante” (sul quale qui trovi ampie informazioni ), mi ha portato a rafforzare ulteriormente le mie convinzioni su come un fotografo possa trovare questa benedetta “strada”, spesso partendo per l’appunto da un corso, o un workshop, a volte anche semplicemente da qualche manuale cartaceo.

Credo davvero che lo scopo di un “docente” sia quello di offrire un metodo di pensiero, non dei contenuti standard.

Ogni persona è diversa, ha aspettative ed esigenze troppo differenziate per poter essere utile spiegargli semplicemente “come si fa”. Occorre invece aiutarla a comprendere che occorre riorientare il proprio pensiero – per dirla ancora con Foroux – e scegliere un percorso in cui i parametri siano dettati non già dagli altri, ma dalla propria stessa crescita (più procedi sul cammino, più ti viene voglia di andare avanti!) e dalle proprie legittime aspettative.

Alcuni sostengono che sbaglio a non “stroncare” alcuni dei lavori dei corsisti. Ma in vita mia non ho mai visto una stroncatura sortire un qualche effetto positivo, a parte rabbia, dispiacere, voglia di mollare. Non è un grande risultato.

Inoltre per stroncare il lavoro di qualcun altro occorre sentirsi ben in alto e saldi su di un piedistallo, ed è un’immagine che trovo orribile, quella di me stesso che pontifico su ciò che è bene e ciò che è male dall’alto di una cattedra!

Le foto che commento non debbono piacermi per forza, non è questo il mio compito come docente. E non è questo l’approccio che ho scelto nella fotografia. Altrimenti, visto che sono un fotografo di paesaggio e un praticante del bianco e nero, tutto ciò che non assomiglia a Weston o Adams dovrei trovarlo insopportabile.

Invece amo immensamente fotografi che scattano a colori (come Haas o Ghirri), e che magari fanno generi che non pratico e non praticherò mai, come il reportage, la ritrattistica, o la fotografia di moda.

Cito sempre la frase detta da Marthin Luther King, che per me è un mantra da non dimenticare mai: “giudico un uomo dalle sue idee, non dalle mie”. Cioè valuto se è coerente, se sta impegnandosi nel realizzare gli obiettivi che (liberamente) si è dato, e così via. La strada dev’essere la sua, non per forza coincidente con la mia.

Così frequentemente di un autore ammiro più la coerenza e il coraggio che le opere in sé. E d’altra parte un fotografo produce un numero incredibile di immagini, come potrebbero piacermi tutte? Sono certo che se potessi dare un’occhiata all’archivio di Berengo Gardin, troverei che dei due milioni e passa di provini che contiene moltissimi non mi piacerebbero. Gardin stesso dice che molte delle sue foto non lo soddisfano, e penso sia normale.

In linea generale cerco di non confondere quelli che sono i miei gusti, le mie preferenze e anche le mie convinzioni più profonde, con il valore di ciò che guardo. Posso non amare Picasso pur sapendo bene che è un autore fondamentale della storia dell’arte, e se è per questo gran parte dell’arte contemporanea la trovo insopportabile, ma non mi sognerei mai di giudicarla secondo questo parametro. Cerco di comprenderla e se non ci riesco passo oltre.

Questo mi aiuta anche a reggere l’impatto delle critiche al mio lavoro: è pura follia credere che ciò che facciamo possa piacere a tutti. L’importante è che siamo convinti delle nostre scelte, saldi sul nostro cammino e allora le critiche ci faranno crescere, non ci annienteranno.

Per questo, tutti  – tutti indistintamente – i corsisti di SEP che hanno condiviso i propri tentativi, i propri errori e fallimenti, successi e soddisfazioni sulla pagina Facebook del corso stesso, hanno avuto pieno e completo successo: non perché le loro foto  arriveranno a vincere premi o garantiranno loro una sfolgorante carriera nel dorato mondo della fotografia (che poi non è mai esistito), ma perché hanno sempre messo in gioco se stessi e cercato di imparare.

E non da me, ma da se stessi, grazie al mio aiuto (spero), ma prendendo coscienza che si cresce nella misura in cui si comprende che nulla è al di fuori della nostra portata, se smettiamo di credere che lo sia e ci impegniamo di conseguenza.

Che sembra una frase fatta, o di una pubblicità, lo so.

Me ne sono reso conto quando ho iniziato a vedere che potevo realizzare le foto che desideravo fare, come volevo e con i mezzi che avevo a disposizione. Ho realizzato il mio ultimo libro fotografico (“Una Momentanea Eternità”) con solo foto analogiche in bianco e nero e stenopeiche, qualcosa che non avrei mai fatto prima, perché convinto che non avrebbe funzionato, che nessuno avrebbe “apprezzato” un simile lavoro. In fondo viviamo nell’era del digitale e del colore “spinto”.

Perché credi che abbondino libri fotografici di belle donne, bei paesaggi, fiori colorati e cose del genere? Se cerchi la fama, la otterrai, ma è davvero un successo?

Il successo vero è fare ciò in cui credi, sperando che gli altri lo apprezzino perché vedono l’impegno che hai messo nel realizzarlo e comprendano il “messaggio”.

I lavori dei corsisti, di quelli almeno che hanno deciso di mettersi alla prova anche con una sorta di “saggio” finale, stanno lì a testimoniare che principalmente sono stati motivati dall’inebriante consapevolezza di progettare qualcosa e portarlo a compimento con il massimo dell’impegno.

Ecco il pensiero che agisce a nostro favore e non contro di noi.

Pensaci la prossima volta che avrai per le mani una foto in cui credi davvero e il “popolo dei Social” te la criticherà solo perché non rispetta le abusate regole del “bello da Internet”. Analizza sia la foto che i commenti e decidi se hanno ragione o torto.

Ma fai in modo di essere tu il giudice. Solo tu.

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