Originalità, oh mia cara!

Devi essere originale!”.

Si tratta forse di tre delle parole che più mi son sentito dire nel corso della mia trentennale carriera. “Devi trovare una tua cifra stilistica, sviluppare un tuo modo di fotografare!“, chiosa in genere il guru di turno. Come se fosse facile! 

Diamine, essere originali oggi è maledettamente complicato in quanto, come scrive un grande grafico italiano, Riccardo Falcinelli (che per professione è quasi costretto a essere sempre il più originale possibile) oramai ogni tipo di ribellione viene fagocitata dai meccanismi di consumo. Qualsiasi originalità diviene immediatamente standard non appena ci si rende conto che funziona, almeno a livello commerciale.

E’ successo per i pantaloni portati bassi sino a mostrare le mutande, una “moda” che in realtà nasceva nelle carceri dove, per motivi di sicurezza, sono vietate le cinture. Così, come atto di ribellione, i carcerati – specialmente negli USA – portavano i pantaloni calati. Anche i tatuaggi nascono in ambito carcerario e marinaro, e dunque farsi tatuare vuol essere un modo per sembrare alternativi. Sembrare, appunto, perché oramai ci sono intere catene di tatuatori e farsi fare un disegno sulla pelle è facilissimo, basta pagare, e non serve certo recarsi nei bassifondi malfamati dei porti.

Ogni atteggiamento diventa moda due secondi dopo che viene inventato e piace, almeno a qualcuno.

Lo notavo anche stamattina quando mi son reso conto che tutti i ragazzini che vedevo recarsi a scuola portavano lo zainetto sulle spalle con gli spallacci lentissimi, in modo tale che lo zaino stesso arrivi in corrispondenza del fondoschiena. Chiunque utilizzi gli zaini sa bene che è il modo sbagliato di portarli perché il peso si scarica tutto sulle spalle, ma proprio per questo i giovani lo fanno. Originale? No, se il 100% sceglie questa modalità.

Ora, non serve fare altri esempi, mi sembra chiaro dove voglio arrivare. Ribellarsi, ma per davvero, è oggi maledettamente complicato in quanto ogni ribellione viene presto riportata nell’alveo della normalità. Vogliamo essere incendiari, ma ci ritroviamo sempre nel ruolo del pompiere.

Non potendo più aspirare ad essere unici, si cercano almeno delle unità più piccole, delle tribù, dei gruppi di appartenenza in cui ci si senta meno anonimi: in campo fotografico è il caso dei fotografi stenopeici, o di quelli che utilizzano il collodio umido (e in generale le antiche tecniche), degli analogici iperperfezionisti (ad esempio coloro i quali ricorrono a pesanti banchi ottici), di quelli che lavorano con l’Infrarosso o il Full Spectrum e giù sino a entità piccolissime come i fotografi “monomarca”: ci sono quelli che usano solo le Leica a telemetro (e a pellicola, ovvio) e quelli molto alternativi che amano fotografare esclusivamente con le toy camera tipo le Holga, o i fuori di testa per gli obiettivi vintage, anche qui con la distinzione tra i danarosi che inseguono autentiche rarità al lantanio e quelli che si dedicano a ottiche considerate “fondi di bottiglia” in grado però di restituire effetti “strepitosi” come lo swirling o le alteluci a palloncino.

Una vera infinità di varianti, da far girare la testa.

Io che tutte queste varianti le ho praticate e le pratico senza mai sceglierne una sola, mi diverto un mondo a navigare nei gruppi facebook che servono ad alimentare la passione degli adepti e in cui si viene facilmente scacciati se solo si osa uscire dal seminato: d’altra parte per aderire devi accettare un regolamento articolato come la Magna Charta, impegnandoti a non tradire mai lo spirito della tribù. Insomma, se appartieni alla “razza” dei fotografi che utilizza il bianco e nero analogico in formato quadrato (meglio se con Hasselblad, ed è un Gruppo, oppure con la Rolleiflex, altro Gruppo) non devi permetterti di pubblicare una foto di formato diverso, figuriamoci digitale. Che poi a volte mi chiedo se non ci sia chi bara, magari ricorrendo a qualche apposita “app”. Ma questo è un altro discorso.

La verità è che per essere davvero un fotografo impegnato devi avere una qualche etichetta che specifichi a quale minoranza appartieni e questo perché la maggior parte di coloro che fotografano lo fanno – banali! – con una fotocamera normale o uno smartphone. Invece mettendo davanti una definizione più specifica, puoi sentirti originale non già perché solo tu scatti le tue foto in un certo modo, ma perché puoi vantarti di appartenere a una nicchia che deve il proprio prestigio alla scarsità di aderenti. E, nota bene, non conta nemmeno tanto che le foto stesse siano significative ed efficaci, diciamo “buone”, conta solo che siano realizzate nonostante le difficoltà che un determinato approccio pone. Il collocarsi all’interno di un recinto implica sacrifici soprattutto perché devi rinunciare a un’infinità di strumenti che – diciamolo – sarebbero più adatti e soprattutto semplici da utilizzare. Ma sono le ambasce, le crisi e gli ostacoli da superare che contano davvero.

Per questo i citati Gruppi sono pieni di fotografi in apprensione che condividono i loro negativi graffiati, macchiati, quasi neri o addirittura trasparenti chiedendo con umiltà fantozziana: “che cosa può essere successo?”. Povera vittima sacrificale! Il Mega Direttore Galattico lo redarguirà con durezza elargendo consigli inutili per un principiante che ancora non distingue bene lo sviluppo dal fissaggio ma che, schiaffo sulla nuca dopo l’altro, verrà ben indirizzato verso il successo, quando otterrà la sua prima stampa analogica leggibile. Pessima, ma leggibile.

Il citato Riccardo Falcinelli ritiene che “forse una via d’uscita sta nel sottrarsi alla lotta tra consumare ed essere, tornando a fare“.

Lo credo anch’io. Non vorrei aver offeso qualcuno con la mia bonaria presa in giro, ma davvero penso che spesso certi atteggiamenti finiscano per essere “tossici” perché puntano troppo sulla tecnica, sul comprare (ad esempio attrezzature sempre più esoteriche e performanti), sull’acquisire competenze che permettano di scrivere “photographer” in calce alla propria foto, mentre in realtà si tratta di rimboccarsi le maniche e dedicarsi alla pura gioia di fotografare.

Di creare, di sentirsi liberi.

A quel punto che ci si definisca un fotografo dedito all’Infrarosso o al foro stenopeico, al fotomontaggio digitale o al bianco e nero analogico non ha poi molta importanza. E va benissimo iscriversi ai Gruppi specialistici per confrontarsi e avere consigli, ma sempre ricordando che la vera originalità è, e rimarrà sempre, in quello che pensiamo e proviamo e che dunque finiremo per inserire nelle nostre foto e ancor più nei nostri progetti fotografici.

Insomma, l’unica originalità siamo noi: se abbiamo qualcosa da dire e lo diciamo con la fotografia, il risultato sarà di sicuro originale, a prescindere da tutto!

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