Un piccolo mare

Ricordo quando ero un giovane fotografo che iniziava il proprio percorso in ambito professionale. Tra le molte aspettative – oltre quelle (poi concretizzate) di pubblicare le mie foto su importanti riviste – c’era ovviamente anche la speranza di poter un giorno realizzare un libro fotografico.

Ancor più che una mostra, il “photobook” rappresentava allora (parliamo di trent’anni fa) un po’ il certificato di “avercela fatta”, anche perché se ne pubblicavano davvero pochi.

Oggi la tecnologia consente a tutti noi fotografi di pubblicare facilmente i nostri libri, seguendoli dall’inizio alla fine. Di realizzare qualcosa, insomma, che ci rappresenti appieno e di cui abbiamo totale responsabilità: se è un successo il merito è nostro, ma ovviamente anche se è un fallimento dobbiamo prendere atto che la colpa è solo nostra.

Attualmente possiamo dire che esistano due scuole di pensiero: ci sono coloro che ritengono il libro fotografico un prodotto “di squadra” in cui le foto sono solo un elemento insieme alla grafica e all’impaginazione (perciò in genere per questi aspetti e per l’editing ci si affida a dei professionisti terzi) e gli altri che vedono nel libro un puro supporto per trasmettere il progetto e in cui dunque le foto hanno rilevanza assoluta.

Le differenze non sono soltanto teoriche o ideali: mentre i libri del primo tipo sono spesso basati su scelte contenutistiche e visive assai evolute – a volte azzardate – in cui possono giocare un ruolo non piccolo materiali extra-fotografici (disegni, mappe, riproduzioni di oggetti vari, cartacei e non) quelli del secondo tipo sono il più delle volte impaginati “all’americana”, cioè come “American Photographs” di Walker Evans: una foto sulla pagina di destra e la pagina di sinistra bianca. Anche in quest’ultimo caso si ricorre spesso a professionisti esterni per la preparazione del file per la stampa e per la grafica, sebbene non sia strettamente necssario se si possiedono le relative competenze (inutile dire che così aumentano le responsabilità).

Ci sono detrattori e appassionati di entrambe le tipologie; personalmente trovo che ci siano pubblicazioni valide sia che si tratti di photobook “alternativi” che di prodotti più tradizionali, ma è la mia preferenza va soprattutto a quest’ultimi. Negli ultimi anni perciò ho realizzato i miei libri seguendo questa filosofia, e finora non me ne sono mai pentito anche se magari – oggi come oggi – avrei fatto scelte diveerse per alcuni dei miei libri. Ma questo è normale, credo.

E’ andata così anche per il mio nuovo libro, che uscirà ad aprile prossimo e di cui è in corso il “crowdpublishing”, il processo di finanziamento “diffuso” che consiste di fatto nel preacquisto di una copia contando su un prezzo vantaggioso.

Nel volume ci sarà una foto per ogni doppia pagina, con qualche piccola eccezione per rompere la monotonia, e poco testo. Il lavoro è stato tutto concentrato sulle fotografie prima e sull’editing poi. Quest’ultimo è stato davvero complesso, perché all’inizio le foto erano quasi 2000 e alla fine son riuscito a selezionarne 400 e da queste – con dolore – ho ricavato le circa 100 definitive. Un vero lavoro di distillazione che ha richiesto mesi di riflessione.

Il tema del libro è l’acqua; l’acqua del lago, e del lago di Bolsena nello specifico. In verità ci sono solo tre o quattro foto in cui si percepisce di quale lago si tratti: non è infatti un progetto di tipo geografico, ma creativo. Le foto avrei potuto realizzarle anche in diversi altri laghi italiani ma abitando vicino a quello di Bolsena e frequentandolo abitualmente ho fatto una scelta ovvia. Negli ultimi cinque anni l’ho ripreso in tutti i modi che ho potuto escogitare: col drone, sott’acqua, in estate e in inverno, col sole e con la pioggia, con l’acqua calma o con le onde. Insomma è stata davvero una full immersion, letteralmente.

Potrebbe sembrare una monomania strana per uno – come me – cresciuto in riva al mare. Il fatto è che, come scrivo nel testo del libro, “il mare è vasto, privo apparentemente di confini precisi, ci puoi navigare dentro per mesi, per anni, e non trovare approdi, smarrito nell’immensità. Il mare è per spiriti che amano perdersi, che anelano all’infinito, all’incommensurabile”.

Per questo, forse, non lo amo particolarmente e sono, da ogni punto di vista, un uomo d’acqua dolce. A me piacciono i fiumi; ancor di più: amo i laghi. Mi affascinano e mi attirano in modo irresistibile, che siano grandi o piccoli; magari solo dei piccoli stagni.

Il lago ha spesso una grandiosità che si avvicina – apparentemente – a quella del mare, ma la differenza sostanziale è che ha dei limiti ben precisi. Penso che il lago di Bolsena, nello specifico, sia come un piccolo mare interno: possiede alcune caratteristiche del mare, ma le declina in modo diverso, circoscritto, comprensibile, definibile, misurabile. E questo vale a maggior ragione per il lago di Bolsena, il più grande lago vulcanico d’Europa.

Essendo quasi rotondo la distanza tra le rive rimane sempre piuttosto grande (circa 8-10 km in linea d’aria), la stessa che si può trovare nel lago di Garda (il maggiore tra i laghi del nostro paese) nel punto più ampio. Questo fa sì che specialmente quando c’è foschia o addirittura la nebbia, sembri di trovarsi sulle rive del mare e se tira la tramontana tesa di certi giorni d’inverno si formano delle onde che ricordano davvero i cavalloni marini.

Il progetto si intitola per questo “Un Piccolo Mare” e ho lavorato con impegno per dargli un’anima; ora per dargli un corpo mi serve il tuo aiuto: se vuoi sostenere la pubblicazione del libro puoi preacquistarne una copia – col vantaggio di non pagare le spese di spedizione (un risparmio di circa 6 €) – andando sul mio sito  www.kelidon.eu

Ovviamente te ne sarei davvero grato!

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