Porta pazienza ….

La legge di Hofstadter sostiene che per fare le cose “ci vuole sempre più tempo di quanto si pensi, anche tenendo conto della legge di Hofstadter“. Si tratta con ogni evidenza di una frase autoreferenziale, che però sottolinea un aspetto della vita che spesso non prendiamo abbastanza in considerazione e cioé la difficoltà di prevedere con sufficiente precisione il tempo che si impiegherà per eseguire una determinata azione o svolgere un compito.

Così ad esempio stimiamo che per realizzare un progetto fotografico ci vorrà molto meno tempo di quello che invece è necessario. Un errore fatale soprattutto se poi, anche se incompleto, il progetto viene comunque chiuso perché “il tempo è terminato”.

Viviamo senza dubbio nell’età della fretta: andiamo sempre di corsa e non abbiamo mai il tempo “di fare il nulla che abbiamo da fare” come recita una famosa battuta. C’è anche da dire che tendiamo sempre – o quasi – a fare in modo di arrivare a ridosso di una scadenza prima di impegnarci a realizzare un incarico o a portare a termine un impegno. Di fatto se abbiamo poco tempo diventiamo più efficienti, se ne abbiamo tanto scatta una procrastinazione che non ci aiuta affatto.

Chiunque abbia aspettato l’ultima settimana prima di un esame per mettersi a studiare sa che alla fine quella settimana diventa estremamente produttiva, sebbene il tutto sia magari utile per superare l’esame (a volte) non certo per imparare davvero delle cose. Ed è questo il punto: per memorizzare dei concetti può bastare relativamente poco tempo, ma per allargare la propria cultura ci vuole tempo e molta lentezza, perché la conoscenza è fatta di un lento sedimentare non di un veloce costruire.

Se ci accontentiamo di rimandare a memoria cosa sia il diaframma e a cosa serve, o come si eseguono alcune operazioni con Photoshop, è probabile che ripetendo il tutto una decina di volte alla fine si diventi “esperti”, ma se invece dobbiamo inserire il tutto in un flusso di lavoro che ci permetta di impiegare queste cose in modo naturale e proficuo ecco che le cose si complicano. Creare relazioni tra i singoli elementi – ad esempio collegare in senso efficace e creativo il diaframma, i tempi di scatto, gli Iso, la scelta dell’obiettivo e dell’inquadratura e così via – è estremamente complesso e solo avendo del tempo ci si può riuscire. E’ il motivo per cui non credo molto ai corsi della durata di qualche giorno: alla fine dei tre giorni “in presenza” si è certamente imparato qualcosa, ma non è detto che quel “qualcosa” ci rimanga disponibile, man mano che passano i mesi e gli anni, se non si fa pratica costantemente.

Ecco allora che per imparare a fotografare “ci vuole sempre più tempo di quanto si pensi“, direi molto di più. Ovviamente non vale solo per la fotografia, ma per ogni attività umana.

Con la fotografia digitale la possibilità di diventare esperti sembra a portata di mano ma questo ci aiuta poco quando si tratta non già di riparare uno scaldabagno ma di esprimere noi stessi, comunicare con gli altri attraverso dei progetti, dunque riuscire a organizzare dei lavori che non solo si facciano guardare con piacere, ma che coinvolgano gli spettatori. E’ talmente complesso che credo non si arrivi mai a poter dire: ecco, ora so tutto. Un tempo lo credevo e mi sono impegnato tantissimo, in un modo che si può tranquillamente definire maniacale. Ancora oggi non passa giorno senza che legga, studi, sperimenti “cose” sulla fotografia. E la cosa strana è che più leggo, studio e sperimento – nella convinzione di comprendere il tutto – e più il campo si allarga, i confini si allontanano, più mi rendo conto che si sono cose da scoprire. Non si arriva mai.

E nel corso degli anni mi sono reso conto che questo è ciò che della fotografia amo di più. Non è qualcosa che si esaurisce in se stessa – esattamente come uno scaldabagno – è qualcosa che serve a comunicare, è mezzo e fine allo stesso tempo, dunque ci si può fare di tutto: documentare, raccontare, emozionare, serbare ricordi, creare belle immagini decorative, testimoniare. Un infinito universo di possibilità. E se lo spazio è così ampio, ergo, occorre avere il tempo di esplorarlo, iniziare a conoscerlo, scoprirne le potenzialità. Per questo non ho mai compreso coloro che si chiudono dentro delle gabbie: un genere, un approccio, un modo – uno solo – di concepire la fotografia. Imparano a fare bene quel che sanno fare, lo perfezionano, lo rendono adamantino e poi non si muovono quasi più da lì. Io non ci riesco, forse perché sono troppo affascinato dalle mille possibilità per poterne davvero scegliere alcune e tralasciare le altre (come la fotografia Full Spectrum, con cui sono realizzate le foto che corredano questo post). In effetti percepisco la difficoltà di chi vorrebbe capire “che tipo di fotografo sei”, come se essere semplicemente se stessi non dovesse bastare: occorre che dopo il nome e il termine “fotografo” ci debba per forza essere un’ulteriore definizione, che permetta agli altri di incasellarti per bene.

Ad esempio ho lottato a lungo per liberarmi dalla definizione di “reporter” (e in buona parte non ci sono riuscito) visto che per quasi vent’anni ho lavorato con le riviste realizzando appunto “reportage”. In seguito (e ancora adesso) ho dovuto affrontare la definizione di fotografo “stenopeico” o “analogico”, appioppatami solo perché amo queste tecniche alternative e le utilizzo normalmente. Ma non solo quelle, però!

Penso – come sostiene giustamente il mio amico e collega Giulio – che ognuno di noi dovrebbe definirsi “un fotografo”, declinando la propria propensione come crede meglio, in un singolo stile o in molteplici approcci (stile Nino Migliori, per dire). Tutto questo, di nuovo, richiede tempo. Tempo per chiarirsi le idee, tempo per sperimentare, tempo per sbagliare e ripensarci, tempo per analizzare le proprie sensazioni. Tempo per completare le cose che abbiamo scelto di realizzare.

Quando lavoro ai miei progetti mi do sempre una scadenza per la pubblicazione del relativo libro. Ebbene, ogni volta che ho cercato di rispettare la scadenza – del tutto autoimposta – il risultato non è mai stato in linea con le mie aspettative. Ci vuole tempo, non ci possono essere scadenze. Un progetto è finito quando è finito, un editing è terminato quando sarà un “orologio svizzero” e funzionerà alla perfezione e un libro sarà pronto solo quando l’impaginazione risulterà davvero efficace. Almeno per me. Non prima, nemmeno dopo. E’ il motivo per cui il libro che volevo pubblicare in autunno è slittato. A quando? Quando sarà il momento giusto.

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” recita l’Ecclesiaste – “c’è un tempo per nascere e c’è un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante“. Aggiungerei: c’è un tempo per creare progetti fotografici e un tempo per pubblicarli perchè “nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte“.

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