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Il principio M.A.Y.A. in fotografia

Autore di decine di loghi famosi e delle linee sinuose di molte automobili americane tra gli anni ‘40 e i ’60, ma anche di frigoriferi, tostapane, locomotive, autobus e aerei, Raymond Loewy (1893 -1986) – considerato il padre del Design Industriale – sosteneva un principio validissimo per il design, ma utile anche a noi fotografi, che indicava con l’acronimo MAYA: Most Advanced. Yet Acceptable.

E cioé: il più avanzato possibile, tuttavia accettabile.

Insomma, va bene creare oggetti che siano sempre “avanti”, che siano innovativi e anche rivoluzionari, ma è sempre bene fare in modo che il pubblico sia in grado di accettarli, dunque di comprenderli e soprattutto saperli utilizzare.

Se si progettano oggetti innovativi senza tener conto del pubblico a cui sono destinati, si potrebbe finire come i Google Glasses invece che come l’Apple iPhone.

Non si tratta ovviamente solo della forma, dell’estetica, o della funzionalità, ma anche, e forse soprattutto, delle esigenze a cui un oggetto può fornire una soluzione. L’iPhone, e gli smartphone in generale, hanno dato delle soluzioni pratiche, e gestibili da chiunque, a una serie di esigenze che era nell’aria, gli occhiali cibernetici di Google invece no.

Il desiderio di ogni creativo è di essere diverso da tutti gli altri, di inventare qualcosa di mai visto, ma spesso questo porta ad allontanarsi dal pubblico, a cui pure un Industrial Designer dovrebbe pensare, se non altro per fini puramente commerciali.

Se usciamo dall’ambito della progettazione industriale ed entriamo in quello dell’Arte, il principio MAYA continua a fornire un’utile guida.

E’ vero che l’artista dev’essere totalmente e completamente libero di esprimersi nel modo che ritiene più opportuno, però questo significa anche che ci sarà un pubblico che potrà seguirlo, e un pubblico che sarà giocoforza escluso. In generale, con molta arte contemporanea il primo sarà il pubblico di critici ed esperti, il secondo saranno tutti gli altri, che non sono in grado di comprendere l’opera e dunque la rifiuteranno o, peggio, la ignoreranno.

Se lo scopo dell’artista è rimanere nella sua torre d’avorio, non è un problema. Se invece lo scopo è comunicare, raggiungere il pubblico, è evidente che questo invece diventa un grosso problema, risolvibile in due soli modi: o si trova una forma di espressione innovativa ma ancora accettabile (cioè comprensibile), oppure si deve educare il pubblico affinché riesca ad “elevarsi”.

guido guidi

joan fontcuberta

 

joan fontcuberta

Nella foto in alto, un paesaggio anti-spettacolare tipico della poetica di Guido Guidi. Sotto,  per contrasto, due foto sperimentali di Joan Fontcuberta. 

Il principio di Loewy non è rigido: cambia nel corso del tempo e a seconda di come evolvono i gusti e le necessità del pubblico. Così, quando Duchamp presentò le sue opere, venne deriso, e lo stesso avvenne con i Cubisti, perché quelle opere erano sì “most advanced”, ma di certo “not yet acceptable”. Ovviamente parlo del grande pubblico, non degli addetti ai lavori.

Questo significa anche che ci sono artisti che a costo di rimanere incompresi (e spesso poveri in canna) preparano il terreno a coloro che verranno dopo e si troveranno per questo in un “ecosistema” forse in grado di accettarli e apprezzarli.

Questo vale anche per i fotografi.

Per quasi un secolo e mezzo la fotografia ha utilizzato moduli espressivi riconoscibili, comunque legati a regole e usi che chiunque era in grado di comprendere, magari solo superficialmente. Ma negli ultimi 40-50 anni quelle regole sono state dapprima piegate, poi rifiutate. La gran parte delle persone, però, non riusciva – e in buona parte non riesce tutt’ora – a comprendere questo nuovo modo di intendere la fotografia.

Il mosso, lo sfocato, le riprese “sporche” e apparentemente sbagliate, i soggetti incomprensibili, l’editing improbabile sono tutti elementi di un processo che non rispetta la regola MAYA. E spesso gli autori non sono interessati a creare un ambiente in cui il loro modo di esprimersi sia reso fruibile o comprensibile in qualche modo.

A molti di questi nuovi autori è sufficiente che siano critici e galleristi a capire quel che hanno da dire, del pubblico non specializzato si interessano appena. Non so se il destino di questa “nuova fotografia” (che, lo confesso, non riesco ad apprezzare fino in fondo) sia simile a quello dei Google Glasses o se col tempo si imporrà come un nuovo standard, ma di certo per adesso sembra esserci un distacco totale tra il grande pubblico e la gran parte di questi fotografi innovativi.

Neanche a dire che non esista un’esigenza profonda di avere una fotografia davvero nuova: in realtà, l’esigenza è fortissima, anzi, non è mai stata così forte.

Oggi che tanti amatori e professionisti sono in grado, grazie al digitale, di creare immagini spettacolari, ben fatte, perfettamente comprensibili e accettabili, e di conseguenza spesso banali, tutte uguali e poco profonde, è ovvio che in molti fotografi sia nata l’esigenza di cercare strade alternative.

Da un lato tornando a rivedere il passato (come, nel mio piccolo, ho fatto anch’io), dall’altro appunto infrangendo tutte le regole, nella convinzione che se una foto ben esposta, a fuoco, composta ad arte, con una bella luce e un soggetto riconoscibile e significativo è alla portata di tutti, allora solo facendo quasi esattamente l’opposto ci si possa distinguere, emergere in qualche modo, tornare a essere davvero un artista nell’empireo dell’arte pura.

Purtroppo è spesso solo una pia illusione, e questo proprio per il principio MAYA.

Perché un’opera per essere davvero “utile”, deve riuscire ad arrivare a un suo pubblico. Deve appunto essere la più avanzata possibile, innovativa al massimo grado, fornire un’iconografia mai vista e ispirata da un’autentica tensione creativa, e però dev’essere anche accettabile, agganciarsi a qualcosa delle passate esperienze e spingerle più avanti, fornire allo spettatore un qualcosa che lo metta a proprio agio, pur nel consegnarli un’immagine totalmente nuova.

La bottiglia della Coca Cola di Loewy è indubbiamente una bottiglia, ma nessuno aveva mai visto una bottiglia così. Grazie a quel design innovativo ma accettabile, sono nati moltissimi altri oggetti in cui forma e funzione dialogavano, in una logica certamente creativa, ma anche rigorosamente pratica.

Loewy

robert loewy

Bozzetti di Robert Loewy, pioniere del design industriale e autore delle celeberrima bottiglia della Coca Cola. 

 

Certo, l’artista potrebbe creare una bottiglia incapace di contenere liquido, a da cui sia impossibile bere, e la sua sarebbe una notevole provocazione. L’artista può prendere un orinatoio e sostenere che sia una “fontana”, e cambiare per sempre la storia dell’arte come ha fatto Duchamp.

Oggi molti “accettano” questo modo di fare arte ma – credimi – i più la trovano ancora insopportabile, preferendo di gran lunga i moderni con un legame al passato, come gli Impressionisti, o i grandi classici.

Il pubblico evolve assai più lentamente dell’arte, e questo da sempre. Ma dopo quasi due millenni di arte figurativa, pensare che l’astratto e il concettuale possano diventare un nuovo standard solo in forza delle aste milionarie in cui certe opere sono vendute, è davvero un atto di ingenuità. Anche se circolano un sacco di soldi, ma questa è un’altra faccenda.

Dove collocarti spetta deciderlo solo a te.

Sperimentale come Fontcuberta o tradizionale come Berengo Gardin? Il fotografo oggi ha mille possibilità. Ma se hai dei dubbi, ripensa a Loewy e al suo principio MAYA. Magari ti sarà utile.

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