Psicofotografia, ovvero Mettere se stessi nel Fotogramma

No, tranquillo, non mi metterò certo a discettare di psicopatologie quotidiane e malfunzionamenti della nostra mente: anche se sono argomenti che mi affascinano, di certo non sono un esperto in materia.

Tuttavia mi piace osservare come l’emisfero destro del nostro cervello – sede delle dimensioni immaginative e artistiche, creative e dunque fotografiche della mente – abbia anche un ruolo fondamentale nell’attività onirica….. e ben sappiamo che i sogni sono da un lato una fonte di ispirazione (basti citare Dalì, ma anche fotografi come Clarence John Laughlin o John Heartfield), dall’altro una sorta di discarica delle immagini quotidiane, che poi vengono rielaborate e riciclate in una specie di “economia circolare” della mente.

psicofotografia

E come creativi, noi fotografi attingiamo a queste profondità continuamente, in modo più o meno consapevole. Da tempo, però, mi sono reso conto di quanto difficile sia convincere le persone che fotografare non sia un gesto tecnico (questo semmai segue l’ideazione della fotografia stessa) ma un’attività del tutto mentale, oltre che esperienziale.

L’attività artistica in generale, in fondo, poggia su un mondo sommerso, direi sotterraneo, che ci appartiene sin dall’infanzia ma che possiamo anche immaginare condiviso con il resto dell’Umanità: tale condivisione avviene attraverso la parola (specialmente presso le culture “primitive” in cui la condivisione orale era un tempo importante e a volte lo resta tutt’ora), attraverso la narrazione scritta e quella artistica tradizionale (dipinti e sculture) e oggi anche grazie a filmati e fotografie. Tutto questo ci mette in connessione.

Possiamo dunque creare un’immaginario comune che a tutti è utile anche per realizzare, a propria volta, qualcosa di personale, magari unico, come appunto una fotografia. Ogni volta che condividiamo una nostra foto aggiungiamo – potenzialmente – un tassello a questo “cloud” universale di emozioni, suggestioni, idee, pensieri.

Questo spiega anche perché molte volte mi scopro a pensare che quel paesaggio è così “ghirriano” o che quei campi coltivati sembrano tratti da una foto di Giacomelli, o di Franco Fontana. Per non parlare dei parallelismi pittorici.

Non è solo un fatto “imitativo”, è oramai anche un fatto psicologico, appunto.

Solo che la maggior parte delle persone non se ne rende conto perché seppellisce nell’inconscio ogni cosa vista, dal film d’essai al cinepanettone con Boldi & De Sica, dalla foto su una rivista di gossip a quella ammirata in una mostra importante, per poi tendere a rimuovere la consapevolezza di questa materia visiva così varia.

Tutto finisce, come i rivoli che si formano durante piogge abbondanti, in quel mondo sommerso, vasto e oscuro che per primo Freud ha esplorato.

E anche se oggi le sue teorie sono ampiamente superate, di certo il suo approccio ha fatto breccia e resta valido almeno nel momento in cui afferma che questa “località psichica” profonda, oscura e misteriosa è quella in cui “si forma uno degli stadi preliminari dell’immagine”.

E la cosa interessante è che le pulsioni sommerse che rinveniamo in queste profondità che ci portiamo sempre dietro, sono spesso negative.

Quei rivoli di cui parlavo finiscono infatti a ingrossare, idealmente, i cinque fiumi che secondo gli antichi popoli percorrevano il mondo degli Inferi: il fiume dell’odio (Stige), il fiume del dolore (Acheronte), il fiume del pianto (Cocito), il fiume del fuoco (Flegetonte) e il fiume dell’oblio (Lete).

Buoni conoscitori della psiche umana, già i Greci avevano percepito che una realtà profonda e ignota come l’Ade dovesse essere in qualche modo lo specchio di una realtà – altrettanto ignota, ma a volte “esplorabile”, ad esempio attraverso i sogni – che ci portiamo dentro.

inferno dantesco

Quanti fotografi attingono a queste acque per creare i propri progetti? Tanti, tantissimi, quasi che non si possa concepire un lavoro creativo che non denunci i mali del mondo, che non ci mostri mentre – ripiegati su noi stessi col volto rigato di lacrime – ci struggiamo per la pace perduta, per la bellezza violata, per il male che percorre il mondo.

Lo stesso Henri Carier Bresson “sgridava” Ansel Adams e i suoi colleghi americani perché, mentre il pianeta era devastato dalla guerra, loro fotografavano dei “sassi”.

E anche il progetto più divertente e piacevole – come quello sui cani di Elliott Erwitt per dirne uno – viene visto come una sorta di “divertissement” e l’autore diverse volte finisce quasi per disconoscerlo, come una caduta di “tensione morale”.

la fotografia gioiosa di erwitt

La realtà è davvero così negativa, triste e problematica?

Di certo lo è, ma sappiamo, razionalmente, che c’è ben altro e tuttavia non riusciamo a sfuggire a questa sensazione che lo scopo di un artista impegnato sia la narrazione dei mali dell’umanità e che non farlo – automaticamente – lo faccia percepire come un artista “poco impegnato”.

Bravo, per carità, ma “l’artista sofferente” è un’altra cosa!”

Esisterà un’alternativa ai reportage sulle guerre e sulle carestie o sui disastri ambientali che non siano le foto “disimpegnate” di Glamour o di paesaggi da cartolina?

Io credo che il vissuto che ci portiamo dietro abbia un ruolo fondamentale, non solo come fonte di ispirazione, ma anche rispetto al posto nel mondo in cui ci collochiamo, o in cui veniamo spinti quando siamo distratti.

Come scriveva Rainer Maria Rilke nelle sue “Lettere milanesi”, nasciamo “provvisoriamente, da qualche parte e … a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente”.

Stare al mondo vuol dire rinascere costantemente man mano che nuove esperienze, nuove immagini, nuovi dolori, auspicabilmente nuove gioie si aggiungono alla nostra vita quotidiana e sedimentano nelle profondità del nostro animo.

Imparare a fotografare – per fare un esempio pertinente a ciò di cui parliamo abitualmente – significa rinascere, nel vero senso del termine.

Significa prendere tutta la materia che abbiamo in noi e metterla all’interno di un fotogramma e se è dolente, dolente sia, se è gioiosa, che gioiosa sia! Purché ci appartenga davvero e, da questo punto di vista, non potrà mai essere un’imitazione, anche quando “ricorda le foto di…”.

Perché mai la forma è sostanza, ma sempre la sostanza deve prendere una forma.

E guardare a quella forma è come guardare il famoso dito, invece che la luna. Purtroppo possiamo facilmente parlare della forma – che per noi fotografi significa ragionare di fotocamere e obiettivi, tempi di scatto e diaframmi, softwares e accessori – ma assai più difficilmente della sostanza, che è, come spero di aver almeno suggerito, una materia oscura e profondamente nascosta in noi, ma che comunque rappresenta le stesse fondamenta della nostra vita.

Anche senza rendercene conto, è lì che andiamo ad attingere per avere ispirazione, per trovare idee. Il modo in cui lo facciamo orienta le risposte che otterremo.

Quando nei miei corsi cerco di spingere i fotografi a lavorare con le parole chiave, con il pensiero laterale, con le liste creative, mi rendo conto di operare quasi come uno psicologo abusivo ma di fatto è l’unico modo per scalfire la superficie e scendere in profondità, allentare la presa della mente vigile – sempre problematica – e indagare terre sempre nuove e inesplorate.

Si tratta di un processo lungo e difficile, che non tutti hanno voglia di seguire: in verità sono in pochi a farlo davvero, specialmente perché non riescono a vederne l’utilità.

dalì e la fotografia

Se imparo a fotografare bene, a sviluppare accuratamente i miei file RAW, a realizzare un progetto ben fatto, perché mai dovrei avventurarmi fuori i confini di un porto così sicuro?

Su questo Henri Laborit, medico, biologo e filosofo francese ha addirittura scritto un saggio intitolato “Elogio della fuga”: la paura del naufragio frena così tante persone! Ma solo rischiando di lasciare la rada si possono scoprire nuove terre e il viaggio stesso è la ricompensa più preziosa.

Avere sconfinati orizzonti sempre davanti può a volte confondere, ma ci fa sentire liberi.

E magari un po’ di aria fresca arriverà anche a rimuovere le nebbie che aleggiano sui nostri “fiumi” interiori, a schiarire le loro acque fangose…

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