Quando è troppo è troppo

La fotografia è oggi troppo importante per essere davvero presa sul serio. In fondo è diventata il nuovo linguaggio popolare: si parla, si comunica, si litiga con le immagini. Voglio sbeffeggiarti? Modifico una tua foto con Photoshop (magari ti metto orecchie da asino, per dire) e poi la posto su Facebook. Che ridere!

Ma anche le aziende oramai comunicano con le immagini, ovviamente leccate, precisine, colorate, bellissime. Un’automobile è resa come un’opera d’arte che scivola silenziosa e senza apparentemente sputtanare il clima del pianeta tra strade di città pulite e senza altre auto, senza traffico, in un’atmosfera ovattata e rilassante. La versione capitalista delle orecchie d’asino, insomma.

Il tutto è ovviamente un modo di utilizzare e fruire le immagini (foto e video soprattutto) del tutto superficiale. Il fatto è che ci sono così tante immagini che per emergere da questo caos visivo occorre o seguire il mainstream – ma alzando l’asticella ricorrendo a trucchi e trucchetti che oramai l’AI rende alla portata di tutti – oppure creare qualcosa di talmente spettacolare e unico che non lo si possa ignorare. La creatività, il più delle volte, c’entra assai poco, almeno quella a cui siamo abituati.

Conosco fotografi che studiano più psicologia che fotografia: maneggiano i “bias” delle persone (i preconcetti, le fisime, le manie) meglio e più efficacemente di tempi e diaframmi e i loro “guru” non sono Koudelka o Adams, ma sociologi e filosofi, se non esperti di marketing.

Il problema che tutti questi “fotografi” (se vogliamo restringere il campo a chi ci interessa di più) si trovano ad affrontare è quello del riconoscimento, dell’emergere dalla massa magmatica di Internet dove ci sono miliardi di potenziali ammiratori (e futuri clienti) che però sono distratti da miliardi di contenuti alternativi. Se poi il fotografo – ahi! – è uno che fa sul serio, che vuole dedicarsi anima e corpo alla fotografia creativa, insomma “artistica”, che vuole comunicare idee e concetti veri e personali, allora son guai seri.

Pochi si interessano a “messaggi” profondi e culturalmente pregnanti. Potresti sostenere che è un effetto indesiderato di Internet. Non è così e invoco la legge di Gresham a supporto.

Sir Thomas Gresham è stato un banchiere inglese del XVI secolo, un’epoca in cui le monete avevano un valore nominale (quello che c’era scritto sopra, in pratica) e un valore intrinseco, visto che erano d’oro o d’argento. Perciò i banchieri tendevano ad accettare solo pagamenti con monete intatte, che pesavano di più e dunque valevano intrinsecamente di più, e a pagare con monete danneggiate (se non appositamente “limate”) che pesavano di meno e dunque pur avendo valore nominale certo, ne avevano uno intrinseco minore. Dunque la legge di Gresham, in soldoni (è il caso di dirlo) si può declinare come “moneta cattiva scaccia quella buona“.

Tale assunto è stato poi trasportato nella sue essenza in ambiti diversi da quello bancario o economico. Declinandola in ambito culturale, ad esempio, si può sostenere che “la cultura superficiale finisce sempre per scacciare la cultura più profonda“.

Insomma, gli operatori della cultura vi propina monete danneggiate e si tiene per sé le cose buone, come dimostrato dal fatto che la “cultura” è un fatto di elìte, e si fa in modo che sia sempre così. L’arte contemporanea la capiscono in pochi (e pochi possono comprarla) e la fotografia contemporanea appare strana, incomprensibile, “sbagliata” ma è solo perché chi deve capire capisce (specialmente il valore collezionistico di certe opere), agli altri si elargiscono generosamente gattini, tramonti e donne poco vestite.

Un’ulteriore dimostrazione di quanto sto dicendo ci viene proprio da Internet, ed è il mitico “bounce rate” o frequenza di rimbalzo, cioè quell’indice che segnala la percentuale di persone capitate su un sito e che subito se ne scappano via. Insomma, se un sito viene visitato per sbaglio di rado ci si rimane per più di 60 secondi.

Un “bounce rate” del 90% è frequente per un sito di fotografia creativa. Per dire: una frequenza di rimbalzo non dovrebbe superare il 30-40%.

La verità è però che i siti fotografici di un certo tipo hanno un bounce rate alto perché se si fa una ricerca per “fotografia creativa” su Google probabilmente è per vedere foto (appunto) di gattini, nudo “artistico”, bei tramonti e così via, e se si approda invece su un sito che mostra immagini davvero creative, subito si passa oltre. A gambe levate. Oddio, cos’è ‘sta roba?

Certo, c’è sempre quel 10% o poco più di persone che sul sito si fermano, magari lo “sfogliano” un po’ guardando le gallerie, insomma non si limitano alla Home Page. Ma sono numeri davvero risibili, specialmente se confrontati con quelli mostruosi degli “Influencer fotografici”, con i loro milioni di follower a cui danno in pasto, – appunto – glamour, tramonti su spiagge esotiche e certo, anche gattini.

Sebbene sappiamo per certo che un giorno finiranno tutti all’inferno, intanto se la godono alla grande.

Dunque non ci sono speranze per noi poveri fotografi “seri” o che cercano di esserlo? Potrei rispondere “no” e chiuderla qui. Ma visto che questo post mi è stato ispirato dalla lettura di un mio vecchio appunto di quattro anni fa, temo che la mia capacità di arrendermi all’ineluttabile – tentazione sempre presente – continua però a fare cilecca. E dunque penso che invece qualche spazio ristretto ci sia, se solo si accettano alcune precondizioni, anzi tante. Troppe. Per ora me ne vengono in mentre tre comunque importanti:

1 – le possibilità che un tempo avevano i fotografi non esistono più, come dimostra il fatto che tutti i nomi dei “grandi” fotografi restano ancorati a un Olimpo di persone come minimo “agè“: insomma, c’è chi campa sulle posizioni acquisite e si guarda bene dal cedere il passo a chi vorrebbe entrare nel magico mondo dell’arte fotografica;

2 – Internet ha aperto moltissime possibilità, è vero, ma tante altre ne ha chiuse e dunque occorre pensare fuori dagli schemi. Più si resta ancorati alla logica “faccio una bella foto e chiunque vedrà quanto son bravo-figo-inarrivabile“, più si pensa al “fine art” stratosferico che se “quello lì” (sul mercato da cinquant’anni) vende le sue foto a 30.000 euro, ci riuscirò anch’io, più si pensa che – come un tempo – sia l’assoluta qualità della propria produzione a farci uscire dall’angolo, più si finisce per restare fuori da un mondo che macina fotografie al ritmo di uno schiacciasassi, che sforna progetti affatto “fine art” (anzi più le foto sono “sbagliate” meglio è) ma molto intellettuali (e tanto non importa, che non si vendono, in caso, per quello);

3 – occorre avvicinarsi il più possibile allo spirito del tempo (zeitgeist) in cui si opera: ci sono epoche che hanno prediletto la visione ravvicinata ed epoche che hanno puntato tutto sulla distanza. Guardatevi le foto e lo noterete. Oggi va la distanza, con qualche eccezione. Ma soprattutto nel momento in cui fare foto ben fatte è alla portata di tutti, farle “male” è uno stile che si apprezza molto. Per foto fatte “male” non intendo solo quelle volutamente sfocate o mosse o storte, ma in generale quelle che non rispondono ai canoni “classici” della “bella foto”. Per quelli come me è un dramma perché resto ancorato al concetto di foto fatta bene, ma per altri è una manna: meno tempo speso a fare le foto e più tempo da trascorrere ai cocktail dove si decide che vende e chi no, chi sarà famoso e chi no.

Riassumendo, oggi bisogna operare per ridurre il “bounce rate” del nostro sito, se ne abbiamo uno o abbiamo intenzione di crearlo (chi viene a vedere chi siamo deve restare affascinato e fermarsi sul sito per più di quei maledetti 60 secondi, perché significa che cercava proprio uno come noi) e lavorare alacremente al “personal branding” fotografico: trovare la propria cifra stilistica (spesso legata a ciò che siamo o a come appariamo più che alle foto che scattiamo), inseguire il “gusto dell’epoca” ma senza esagerare, anzi mantenendo quel distacco tipico di chi dice: “appartengo a quest’epoca, ma un po’ la schifo“.

Poi ci vuole un pizzico di furbizia e a chi ci chiede informazioni sulla nostra visione del mondo rispondere con enfasi “distinguersi in questo mondo significa restare se stessi“! Come se poi fosse possibile fare diversamente.

In parole povere se niente niente intendi affermarti come fotografo “serio” (non per forza professionista) devi entrare con decisione nella “Internettosfera”.

Lo scrittore e giornalista francese Régis Debray è stato il creatore della “mediologia“, lo studio della storia culturale dei media o, come la spiega lui in modo meno comprensibile “lo studio delle mediazioni attraverso le quali un’idea diventa forza materiale, mediazioni di cui i nostri media non sono che un prolungamento particolare“. E se parliamo di mediologia, per Debray parliamo anche di mediasfera, che varia nel corso del tempo a seconda del medium predominante.

Così abbiamo dapprima la “logosfera”, i bei tempi in cui le persone trasmettevano il sapere raccontando storie o scrivendole, insomma grazie alle parole (logos); poi la “grafosfera” con l’invenzione della stampa e la diffusione della rappresentazione artistica (diciamo più maneggevole dei graffiti nelle grotte); segue la “videosfera”, con l’apogeo della rivoluzione digitale. O almeno così pensavamo. Dopo la TV, il cinema, la fotografia, che altro?

Internet, che diamine! che unisce tutte le “sfere” precedenti (usa la parola, i disegni, le foto, i video) e le fa letteralmente esplodere. Perciò nell’epoca di Internet il fotografo deve pensare come un appartenente a pieno titolo all’Internettosfera (che suona pure male ma non ho a portata di mano un termine migliore) e non come i dinosauri della Grafosfera: ah, la bella foto analogica realizzata con negativo grande, stampata in Camera Oscura in dieci giorni di sessioni al buio, stando su un piede solo e con una mano legata (in effetti uno degli eroi di questi adepti delle Arti Oscure è Josef Sudek, che di braccio ne aveva uno solo ma stampava da dio).

A chi volete interessi nell’epoca della fotografia scattata-condivisa-già dimenticata?

Certo, certo: a un pubblico ristretto (nemmeno tanto, in fondo) di appassionati. Che son quelli che mandano avanti il modo di concepire la fotografia che hanno le persone come me (e spero anche te), ma io sto ragionando – mi rendo conto ora con una modalità un tantino rancorosa, me ne scuso – di come vanno le cose “la fuori”, oltre i muri della nostra bella comfort zone.

Personalmente non mi dispiace far parte di una nicchia, sento anche un brivido di orgoglio sulla schiena quando ne parlo, ma perdere il contatto col mondo che ci circonda è sempre un errore. Possiamo pensare di incidere in qualche modo su questa realtà così diversa da quella a cui eravamo abituati?

La mia metà pessimista continua a dire “che sei scemo?”, ma la mia metà ottimistica (diciamo che è un po’ meno della metà) ritiene che invece proprio grazie alla propria coerenza e – addirittura – alle proprie capacità tecniche e comunicative (senza falsa modestia: nettamente superiori alla media di chi usa la fotografia ma non la ama) si possa diventare degli esempi in grado di attirare comunque l’attenzione e offrire una strada alternativa.

E sia maledetto il “bounce rate”!

Intanto ho concepito l’esperimento di unire la logica della “grafosfera” – e nel caso specifico non solo foto analogiche ma addirittura stenopeiche – a quella di Internet, e a Instagram per essere precisi, con il mio progetto “Sul limitare dell’ombra“, un viaggio nei luoghi “bui” della Tuscia (bui nel senso letterale del termine, non filosofeggio stavolta).

Ogni settimana inserisco sul mio profilo @altra_fotografia due foto del progetto. Perché Instagram? Perché se un visitatore va sul mio profilo può vedere l’intera galleria nel suo dipanarsi (e anche le centinaia di foto che ho postato sin qui), mentre in altri Social le foto andrebbero disperse. Poi le foto sono quadrate e Instagram è ancora un perfetto “square social”, a mio parere.

L’idea di fondo è creare una sorta di mostra, di pubblicazione digitale, democratica, aperta, gratuita. All’inizio pensavo a un libro, ma poi ho cambiato idea. In questo modo non c’è alcuna rigidità. Trattandosi di un progetto in corso d’opera, che crescerà – o si arresterà – nel corso del tempo, subendo accelerazioni o rallentamenti magari, mi sembrava perfetto per mettere in collegamento la tradizione con il presente.

Sul futuro mi sto attrezzando.

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