Quanto conta il contesto?

C’è un video del 2007 che gira da un po’ e ogni tanto viene riproposto, secondo me opportunamente, perché fa riflettere. Molto probabilmente lo avrete visto – comunque si trova facilmente su YouTube – ma ne accenno il contenuto per chi non lo conoscesse.

La scena è abbastanza classica: nella metropolitana di Washington un violinista si ferma accanto al muro, colloca la custodia dello strumento a terra per raccogliere qualche spicciolo e inizia a suonare. E suona da dio. E non brani qualsiasi, anzi alcuni dei più difficili mai scritti per il violino da Johann Sebastian Bach. Per 45 minuti esegue un concerto straordinario e davanti a lui passano oltre mille persone, solo tre si fermano un attimo ad ascoltarlo. Un bambino vorrebbe restare ancora un po’, rapito dalla magia, ma la madre lo strattona e lo porta via. Alla fine nella custodia del violino (per inciso uno Stradivari del valore di 3,5 milioni di euro) restano poco più di 32 dollari. Pochi giorni prima lo stesso musicista si era esibito (per un compenso di 75.000 dollari) in un teatro tutto esaurito e per accedervi il biglietto era di cento dollari. Il suo nome è Joshua Bell, uno dei più grandi violinisti al mondo.

L’esperimento venne realizzato dal giornale “The Washington Post” per rispondere a questa semplice domanda: “In un ambiente comune, in un’ora inappropriata, riusciamo a percepire la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?”.

Dal risultato dell’esperimento penso che la risposta possa essere tranquillamente un fermo “no”. Neanche dei brani musicali di rara bellezza eseguiti con maestria da un talento assoluto hanno potuto convincere le persone a fare tardi al lavoro o in palestra o a un qualsiasi appuntamento, ma anche semplicemente a non tornare subito a casa. In effetti si trattava dell’ora di punta ma, per la miseria, parliamo di Bach eseguito da Joshua Bell con un violino Stradivari!

Il punto a mio parere è che molto probabilmente le persone hanno intuito la bravura del musicista, ma non lo hanno riconosciuto né hanno compreso il valore dell’esecuzione. Eppure alcuni di loro potrebbero, un giorno, spendere cento dollari per andare ad ascoltare un suo concerto.

Nel 2023 nel pub “The Marquis” a Covent Garden, Londra, un gruppo di musicisti iniziò a suonare alcuni famosi brani dei Green Day, il noto gruppo Punk Rock americano. I circa ottanta presenti apprezzarono molto la loro bravura. Diamine, sembrano davvero i Green Day! E in effetti erano proprio loro!

Se avessero cantato in uno stadio davanti a migliaia di persone nessuno avrebbe dubitato di avere davanti una delle più note rock band al mondo. Ma in un pub…

Il fatto è che l’opera d’arte, qualunque essa sia, ha bisogno di un ecosistema, esattamente come una pianta o un animale. Possiamo anche osservarli in un parco cittadino o allo zoo, ma nulla può restituire l’esperienza di entrare in una foresta tropicale o fare un safari fotografico in Kenia. Allo stesso modo fuori dal contesto “artistico”, ufficialmente affermato, l’opera d’arte non viene riconosciuta, oppure viene sminuita. Non ci aspettiamo che qualcosa di valore sia presentato laddove non previsto dalle “regole” accademiche.

Il problema siamo anche noi: senza un contesto adeguato non passiamo dalla modalità “distratta” a quella “concentrata”. Se l’unica cosa a cui penso è tornare a casa il prima possibile, oppure ho per la testa mille pensieri quotidiani, cercherò di non lasciarmi distrarre e coinvolgere, passando velocemente oltre quel suonatore e il suo maledetto Bach. O potrei pensare che la musica è troppo alta in quel pub, e non mi lascia gustare adeguatamente la mia pinta di birra.

Secondo alcuni psicologi si potrebbe aggiungere che temiamo possano scattare i nostri “neuroni specchio”, cioé la nostra empatia con il “povero” suonatore – chiaramente bisognoso di denaro, se sta lì, nella stazione della metropolitana – e dunque possa per questo sentirmi obbligato a fermarmi e poi lasciare magari un obolo nella custodia a terra. Non sia mai: vado dritto senza permettere al mio sguardo di incrociare il suo.

Ma se mi reco a una mostra, a teatro, in una sala concerti allora sono predisposto a prendermi tutto il tempo per godere della performance che ho scelto: è del tempo di qualità che mi sono concesso.

Va bene, il concetto mi sembra chiaro. Non è sufficiente creare qualcosa di valido a livello espressivo e artistico, il passo successivo è per forza quello di collocarlo nel contesto giusto, di farlo fruire attraverso i canali adeguati.

Scrivere un romanzo fantastico, degno di un Joyce o di un Gadda non serve a molto se non viene pubblicato e promosso da un editore importante. E’ vero, capita che romanzi inseriti su Internet poi vengano scoperti e abbiano successo, ma è l’eccezione che conferma la regola. Sicuramente conosci il servizio KDP (Kindle Direct Publishing) di Amazon. Chiunque può pubblicarvi un proprio libro, sia come eBook che come libro cartaceo. Ora dimmi: acquisteresti su Kindle di Amazon un romanzo di autore sconosciuto e autopubblicato basandoti solo sulla sinossi presente sul sito? Potrebbe anche essere un romanzo eccezionale, ma chi si fida? Meglio andare sul sicuro e prendere l’ultima pubblicazione di Mondadori o Feltrinelli, per dire.

Lo stesso vale per i libri fotografici, con in più il fatto che hanno sempre un costo piuttosto alto. Se conosci e stimi l’autore indubbiamente potrai essere interessato, ma se ti capita davanti un photobook per caso – o grazie a una pubblicità online – basandoti solo sulla copertina e qualche foto delle pagine interne spenderesti 35-50€ per un libro fotografico, magari in “self publishing”? Hmmm, la vedo dura. Per questo vendere i propri libri fotografici richiede delle presentazioni faccia a faccia: parlando con l’autore, guardando le foto proiettate, sfogliando il volume posso a quel punto fidarmi e provvedere all’acquisto. Tuttavia questo non apre necessariamente le porte al mondo dorato dell’editoria fotografica “di serie A”, che deve giocoforza passare per un editore, per delle mostre, per la presenza a qualche festival importante, con rare eccezioni (che ci sono, per fortuna).

Un progetto considerato di prima classe deve per forza vivere nell’ecosistema che gli compete, se vuole far parte di qualcosa che vada al di là di un giro ristretto, di nicchia (che personalemente trovo molto più interessante, ma questo è un altro discorso). Insomma, appare chiaro che in linea generale decontestualizzare le opere d’arte significa ucciderle, non farle comprendere e apprezzare adeguatamente, anche se restano esattamente le stesse. E questo ci porta a una riflessione che la storia di Bell mi ha fatto saltare in mente e che è anche provocatoria, ma credo sacrosanta.

Innanzitutto consideriamo che vale pure il contrario di quel che ho appena illustrato. Una foto banale fatta da un autore che non sa fotografare collocata nel più importante museo del mondo, ipso facto diventa – eh già – un’opera d’arte. Qualche giorno fa ho letto dell’esperimento estemporaneo fatto da un visitatore di non ricordo più quale museo d’arte contemporanea che si è tolto una scarpa e l’ha messa vicino a un muro per poi divertirsi a guardare le persone scambiarla per un’installazione di grande rilevanza artistica. Un po’ come nel film in cui Sordi e la moglie (interpretata da Anna Longhi) vanno alla Biennale di Venezia: quando lei si siede stremata su una sedia tutti iniziano a fotografarla pensando a un’opera d’arte ( “Dove vai in vacanza?“, 1978).

Viene naturale chiedersi se un progetto fotografico scadente, senza capo né coda, quasi incomprensibile, magari con un po’ di foto d’archivio, qualche documento scovato in vecchi archivi, pubblicato però da un grande editore internazionale (tipo Steidl o Mack) possa solo per questo ricevere entusiastiche recensioni. In fondo il contesto di un libro pubblicato da un noto editore è favorevole a far apprezzare come valido qualsiasi progetto. E lo stesso vale per una mostra ospitata nell’importante galleria o nel noto museo invece che nel bar del paese o nel ristorante di un amico.

D’altra parte è per questo che i fotografi sono disposti a uccidere pur di poter avere simili opportunità.

Voglio spezzare una lancia a favore di questo atteggiamento: è vero che la serietà di un editore o del curatore di una galleria o di un museo dovrebbero rappresentare una garanzia rispetto al valore del progetto prescelto. Uso il condizionale perché a volte ci sono dinamiche poco comprensibili, ma di massima le cose stanno così. Perciò non mi stupisce tanto il fatto che vengano apprezzati i lavori che trovano la strada del “mainstream” artistico e curatoriale, piuttosto mi lascia perplesso che tutto il resto venga ignorato, cioé che non si riconosca la qualità e il valore di progetti che non riescono a trovare una simile visibilità.

In altre parole ci comportiamo a volte come i passanti della metropolitana di Washington che hanno davanti un capolavoro e non lo riconoscono. Non hanno tempo per decidere da soli se quel che stanno ascoltando (o vedendo) meriti attenzione o meno e dunque passano oltre. La sala da concerto, o la galleria, o il museo rappresentano dunque anche delle scorciatoie: quello che propongono è per forza di valore. Il contesto lo conferma.

Magari avete realizzato un serie di fotografie di straordinario valore, ben editate, con dentro un’idea davvero valida ma siccome non conoscete nessun gallerista, curatore o editore importante probabilmente le metterete sul vostro sito o le condividerete man mano su Instagram o Facebook. Ecco, ognuno di questi “spazi” virtuali è come la stazione della metropolitana di Washington, piena di gente che ha fretta, che vuole vedere animaletti “pucciosi”, o accapigliarsi su qualche questione “spinosa”. Se anche capita davanti le vostre foto le degnerà appena di uno sguardo, anche se magari sono degli autentici capolavori. Nel frattempo – passatemi la malignità – un fotografo affatto talentuoso ma ben inserito riceverà ogni onore solo perché ha potuto mostrare il suo lavoro “nel luogo giusto”.

Francamente non ho soluzioni per ovviare a una simile ingiustizia (ammettendo che ingiustizia sia). Ho sempre avuto la sciocca convinzione che la qualità dovrebbe essere in grado di autoimporsi. Per qualità intendo qualcosa di realizzato col cuore, con impegno, con dedizione, con grandi capacità. Purtroppo però non è affatto così e debbo confessare che il meccanismo scatta anche con me. Do per scontato che quel progetto fotografico che vedo pubblicato sul libro in offset su carta texturizzata e con copertina lussuosa da parte di un noto editore sia di sicuro qualcosa di meritevole; se non mi piace, tendo a dare la colpa a me stesso.

Debbo farmelo piacere, perché altrimenti potrebbe significare che “non sono così competente”.

Ho provato ogni tanto a sostenere la tesi che simili progetti in fondo a me non piacevano e li trovavo banali, noiosi e inutili, ma poi mi trovavo da solo a difendere le mie posizioni. Diamine, quell’autore ha avuto recensioni entusiastiche, ha esposto di qua e di là, poi vedi come sfrutta fotografie “apparentemente” banali e vernacolari per creare un progetto “di ampio respiro e profondità”? Alla fine si tende a cedere: beh, si, in effetti

Dentro di noi continuiamo a pensare che il progetto non sia granché, ma il contesto rema contro e il contesto spesso è fondamentale.

Presumo sia inutile lottare contro i mulini a vento, perché il problema non è solo economico o “filosofico”, il problema è anche psicologico e umano. Come detto in precedenza, credo che davvero le persone abbiano bisogno di sentirsi in uno stato d’animo adeguato per apprezzare quel che hanno davanti.

Se andiamo in una galleria, così come nella sala concerti, ci mettiamo in condizione di recepire l’esperienza che stiamo per fare. Ma al di fuori di questi contesti, semplicemente, quella bellezza non la vediamo più. Anzi, a volte ci ostacola, ci fa perdere tempo. Ed è un peccato perché spesso tale bellezza ce l’abbiamo davanti agli occhi, costantemente, e ci farebbe un gran bene iniziare a notarla…

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