Quasi una recensione

Ho una passione per le fotocamere vintage e questa mia passione si accompagna con la tentazione, ogni tanto, di fare un salto nel passato. Nessuna nostalgia, a dire il vero: sono ben felice di vivere in un’epoca digitale, in cui l’analogico è una scelta e non l’unica possibilità concessa.

E’ un po’ come con il Bianco e Nero e il Colore: dagli anni ’50 in poi il colore in fotografia è diventato popolare e diffuso, così il BN non è stato più un obbligo – legato a limiti tecnici – ma una scelta. Personalmente preferisco scegliere, sempre.

Però, forse proprio per apprezzare di più i progressi fatti negli ultimi decenni, mi piace far finta di tornare indietro di settanta, ottant’anni sia utilizzando le fotocamere di allora, sia leggendo riviste fotografiche degli anni ’70, sia acquistando libri fotografici datati, a volte molto datati, di fotografia o sulla fotografia.

E anche qui – come nell’acquisto delle vecchie fotocamere – entra in gioco proprio la tecnologia contemporanea, dunque Internet dove puoi trovare davvero di tutto. E’ così che sono venuto in possesso del libro di un fotografo che volevo approfondire e di cui invece non avevo – sinora – trovato nessuna pubblicazione.

Il libro in questione si intitola semplicemente “Himalaya” ed è l’unico che sono riuscito a trovare (non a prezzi da collezionista danaroso) di Yoshikazu Shirakawa, un fotografo paesaggista giapponese (nato nel 1935 e morto nel 2022) specializzato soprattutto sulle montagne, essendo anche un abile alpinista. Con il suo lavoro ha avuto una notevole influenza su molti fotografi del suo paese e non solo. L’editore è la Arnoldo Mondadori, non proprio uno specialista nei libri fotografici, sebbene sia di sicuro uno dei più importanti editori italiani.

La mia copia è stata pubblicata nel 1981, circa 5 anni dopo l’uscita della versione americana del libro, e ben dieci anni e più dalla realizzazione delle fotografie. A quel tempo l’Himalaya non era facilmente raggiungibile ed esplorabile, visto che molti dei paesi entro le cui frontiere è compreso o erano in guerra (come il Pakistan e l’India) o non permettevano l’ingresso agli stranieri. Nel volume Shirakawa racconta in modo appassionante tutte le sue (dis)avventure, più con la burocrazia che con le tempeste di neve e i ghiacciai, e ci porta con sé dietro la fotocamera. Detto tra noi già solo questo valeva la spesa, peraltro molto piccola (solo 12 euro).

Ma, sono sincero, la mia più grande curiosità era studiare il modo in cui un libro degli anni ’70 – un photobook vero e proprio, non un libro illustrato – era stato pensato, organizzato, editato e infine stampato. Tutti processi che grazie alla tecnologia uno come me può anche fare da solo, ma che allora comportavano spese e impegno notevoli. Per non parlare dei costi per le spedizioni sui luoghi delle riprese, s’intende. Per mia esperienza i libri degli anni ’60 e ’70 sono spesso impaginati in modo semplice e senza tanti fronzoli, visto che non c’era ancora il desktop publishing e si doveva lavorare manualmente nel sistemare le foto sulle pagine. Poi la fedeltà dei colori – in un’epoca in cui comunque ancora i libri fotografici “seri” erano in Bianco e Nero – non si poteva certo dire eccelsa. Così sono rimasto piacevolmente sorpreso nel vedere che il libro di Shirakawa si presenta nel complesso molto moderno. Dopo le introduzioni scritte da noti alpinisti come Edmund Hillary o Ardito Desio, oltre che dallo stesso fotografo, si viene lasciati soli con le fotografie, che riempiono le pagine se verticali o la doppia pagina se orizzontali, come spesso si fa oggi. Niente didascalie o altro, solo l’emozione.

In fondo al libro troviamo il citato racconto dell’autore sulle vicissitudini del progetto e in chiusura le didascalie di ogni foto, collocata accanto a una piccola riproduzione.

Qualche perplessità l’ho avuta dinanzi al fatto che, oltre alle foto a colori, ogni tanto ci sono delle foto in Bianco e Nero – secondo me non all’altezza delle prime – ma ovviamente “de gustibus”. Poi si notano diversi “salti qualitativi” tra le foto realizzate con una Pentax SP (Spotmatic), dunque 24×36 mm e quelle scattate con una possente Pentax 6×7 medio formato, ma in fondo questi son dettagli. Più interessante è rilevare la resa della stampa di allora – molto commerciale, dato l’editore, ma comunque negli anni ’80 non c’erano certo tutti gli editori specializzati di oggi – e l’effetto complessivo del libro.

A parte il caratteristico odore da libro “d’annata” e l’ingiallimento dei bordi delle pagine, è comunque evidente che non stiamo guardando un prodotto contemporaneo. Sono certo che se ristampato oggi avrebbe un impatto decisamente diverso, proprio come mi è capitato di osservare per le ristampe (fatte dall’editore Mack) dei libri di Luigi Ghirri. Le edizioni originali erano decisamente meno brillanti, e non certo per colpa dell’autore. Ma soprattutto la resa dei colori, senza le calibrazioni possibili oggi e senza le tecnologie di stampa accessibili grazie anche al digitale, è spesso opinabile, se non sballata.

Nel libro di Shirakawa si vedono aloni in diversi punti e le tonalità rosse, viola, magenta, arancioni non è ben chiaro se siano davvero presenti in questo modo nelle diapositive Ektachrome originali o siano frutto di problemi nelle pellicole necessarie per passare dalla foto alla stampa. Sta di fatto che a me hanno dato l’impressione di certe foto che si vedono oggi anche online, con i cromatismi all’eccesso e forse anche un po’ alterati. Non che siano spiacevoli, ma sembrano irreali.

La foto che pare più “autentica” è quella stampata sulla sovracopertina: la versione presente all’interno del libro, invece, non è di pari qualità.

Poi vogliamo parlare del contrasto? La stampa, è noto, tende a “chiudere” le ombre, ma oggi col digitale, che ci vuole? Basta regolare con attenzione il tutto e le ombre, anche molto dense, comunque non sono masse nere prive di dettaglio.

All’epoca non era così facile e nelle foto di Shirakawa si sfrutta spesso l’effetto “spot” creato dal sole e dalle nuvole, specialmente all’alba e al tramonto. Un incubo per chi doveva provvedere alla stampa. Sono certo che le diapositive originali non appaiono in questo modo, anche se ammetto che comunque molte delle immagini hanno il loro fascino anche grazie a questo “difetto”, a cominciare appunto dalla sovracoperta.

I soggetti sono fantastici, inutile sottolinearlo, e le foto sono realizzate da un grande fotografo, se ci sono dei limiti o delle mancanze non sono dovute certo a lui, ma alle condizioni a cui ha dovuto sottostare per realizzare il progetto. E questo ci porta all’ultima considerazione: quanto conta la temerarietà del fotografo e la sua capacità di organizzare le riprese in contesti difficili o pericolosi?

Insomma, pensiamo che certi reportage dalle zone di guerra siano fantastici per il fatto che il fotografo ha saputo essere là dove i fatti avvengono, rischiando la pelle o perché davvero le foto sono originali, creative, significative? Magari, per molti autori, valgono entrambe le cose. Di certo, come nella fotografia subacquea, anche nella fotografia di montagna spesso quel che colpisce è il fatto che il fotografo ha saputo essere là dove pochi oserebbero andare.

Ma questo aspetto, al giorno d’oggi, è diventato assai meno dirimente. In poco tempo e con (relativamente) poca spesa si può essere quasi ovunque. Si possono fotografare luoghi dove un tempo, per andare, occorrevano tanti soldi, tempo e spirito di sacrificio; le tecnologie rendono facile quel che un tempo era complesso e mi fanno sorridere i racconti di Shirakawa sulle spedizioni verso il Giappone dei rulli da sviluppare, con inevitabili smarrimenti e danneggiamenti (un po’ come nel caso di Robert Capa e delle foto dello sbarco in Normandia) laddove oggi si carica tutto sul “cloud” anche dalla cima della montagna (magari con un satellitare) e via. Davvero i tempi sono cambiati.

E a me piace – come dicevo all’inizio – leggere e studiare i vecchi libri fotografici proprio per ricordarmi di quanto la tecnologia ci abbia facilitato la vita, rivivere l’epoca in cui anche io, lavorando per le riviste, soffrivo le pene dell’inferno nell’attesa che i rulli di diapositive venissero sviluppati, per poi magari scoprire, solo dopo, che la fotocamera aveva avuto un problema (come la rottura della tendina della mia F801) e una parte delle foto era perduta.

Sebbene affidarsi solo alla tecnologia sia un grave errore e ancor più lo sia buttar via tutto quello che è “passato” – a cominciare dall’analogico in tutti i campi in cui ancora resiste – penso anche che dovremmo renderci conto (con una certa gratitudine) di quante possibilità creative ci offra oggi la fotografia.

Che poi, come sempre, sta al fotografo saperle sfruttare con sapienza e intelligenza, esattamente come ha fatto Shirakawa all’epoca con grande maestria.

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