Lo sguardo ingannato

Facciamo un piccolo giochino, ti va?

Guarda queste due foto “spaziali”:

E ora dimmi: perché mai l’immagine di destra, che ha circolato su Internet a lungo e con successo e che rappresenta una Tesla Roadster lanciata nello spazio, dovrebbe sembrare più “vera” di quella a sinistra, dove vediamo in tutto il suo splendore la “Enterprise” di Star Trek?

Francamente, di primo acchitto, l’astronave ha più senso di un astronauta (per quanto finto) che se la spassa tra le stelle a bordo di un’auto elettrica!

E pensaci: se per qualche motivo ti fossi trovato isolato rispetto alle notizie (ad esempio su un atollo senza TV, giornali e Internet) e una amico ti mostrasse la foto della Tesla, tu penseresti a qualcosa di vero o a un fotomontaggio fatto con Photoshop, e nemmeno tanto bene?

Cos’è che ci fa distinguere il reale dall’irreale, ancor più oggi che abbiamo la fotografia a offrirci delle testimonianze apparentemente veritiere?

Immagina ancora uno di quei giochini prospettici con cui tutti noi fotografi ci siamo dilettati, almeno una volta. Mettiamo un nostro amico a qualche decina di metri da noi e chiediamo a un altro amico di stare invece a mezzo metro di distanza. Poi montiamo un supergrandangolo, chiudiamo il diaframma per avere più profondità di campo e inquadriamo la scena facendo in modo che il piede dell’amico vicino sembri poter schiacciare il personaggio sullo sfondo che, per un ovvio gioco prospettico, apparirà assai più piccolo. Hai presente, vero?

Ecco un esempio di giochino di prospettiva. 

Divertente, e passabilmente stupido, sebbene ci siano stati fotografi che sfruttando lo stesso principio hanno realizzato foto serissime e invero molto belle.

Guarda ad esempio questa foto di Arno Rafael Minkkinen, un fotografo finlandese che ha fatto dell’inserimento del corpo (il proprio) nell’ambiente, grazie appunto a giochi prospettici, la sua cifra stilistica.

Davvero potresti pensare che esistano degli uomini molto più alti di una collina? Eppure c’è una fotografia che dimostra l’esistenza del gigante! Perché non ci credi nemmeno un attimo, pur davanti l’evidenza fotografica?

Mostra questa stessa foto a una tribù non ancora svezzata dalla  “civiltà contemporanea” e forse vedrai disegnarsi una smorfia di orrore sui loro volti.

La fotografia che doveva servire a superare i limiti dello sguardo, e a fornire prove oggettive della realtà, invece finisce per rafforzare i limiti stessi, e contestualmente, è ovvio, apre nuove strade verso la creatività.

Agli inizi, poco dopo il 1839, si sosteneva che la fotografia non fosse arte, ma una scienza.

Non a caso le presentazioni del nuovo “strumento” vennero fatte quasi sempre nelle Accademie Scientifiche, non in quelle artistiche (con poche eccezioni). Daguerre stesso la fece presso l’Accademia di Francia, e Fox Talbot davanti agli scienziati della Royal Society. La fotografia era un ausilio allo sguardo, un modo per registrare la realtà “esattamente com’era”, e dunque fornire allo scienziato il modo di archiviare dei dati di fatto.

L’unica ricaduta artistica possibile era quella di fornire ai pittori e agli scultori dei supporti visivi. Molti artisti, come gli Impressionisti, erano anche fotografi, e utilizzavano la fotografia appunto per creare “archivi di soggetti” da rielaborare grazie alla pittura, liberandoli dalla necessità di realizzare schizzi a matita o all’acquarello, col vantaggio di avere anche una maggiore fedeltà.

Ma ad un certo punto scienza e fotografia si sono separate, quando ci si è resi conto che la fotografia non solo sapeva mentire, ma lo faceva quasi sempre, almeno in mano a un fotografo.

Così mentre la scienza si è impegnata nella ricerca di strumenti in grado di fornire dati sempre più oggettivi, la fotografia è diventata campo di conquista per artisti che la utilizzano non più come supporto ad altre arti, ma come forma di espressione autonoma. Ma è una storia che certo già conosci. Come certo già conoscerai le implicazioni di quel che abbiamo detto sinora.

Noi guardiamo con gli occhi, vediamo col cervello, interpretiamo grazie alla nostra cultura.

Possiamo insomma affermare che il nostro sguardo passa necessariamente attraverso le conoscenze e competenze che abbiamo, e si deforma a seconda delle nostre idee. Nessuno può guardare a una foto, ad esempio di guerra, senza collocarsi “da qualche parte” e vedere, di conseguenza, da quella prospettiva mentale.

Se sei un pacifista e un antimperialista, e la foto rappresenta dei soldati americani in Afghanistan, è chiaro che il tuo giudizio sarà negativo, e quel che vedrai saranno delle truppe di occupazione mentre opprimono un popolo.

Viceversa se sei filoamericano e credi nell’uso della forza per risolvere certe questioni, vedrai degli eroici soldati che si sacrificano per liberare dai terroristi il popolo afghano.

Semplifico, ma credo tu abbia compreso quel che voglio dire.

L’arte insomma non è altro che un inganno dello sguardo e l’artista colui il quale ha imparato a ingannare con sapienza, conducendo lo spettatore in una determinata direzione. Sempre che sia bravo: altrimenti c’è il rischio che chi ammira la foto non veda quel che il fotografo pensava di avervi messo, e l’inganno diventa addirittura doppio.

E’ una cosa che capita spesso, specialmente oggi che troppi fotografi hanno smesso di studiare il linguaggio della propria arte (dunque non hanno più sufficiente cultura fotografica), mentre non cresce – e anzi forse diminuisce drammaticamente – la capacità critica del pubblico che, apparentemente “pilotabile” (magari in senso positivo, se parliamo di arte), in realtà è più correttamente definibile “spaesato“, non in grado di comprendere anche l’evidenza.

C’è anche una parola che definisce il fenomeno: analfabeta funzionale.

Si comprendono gli elementi del messaggio, ma non se ne afferra il senso. Per questo i fotografi tendono a semplificare, a rendere evidente, immediatamente comprensibile il loro messaggio: ed è un trionfo di gattini, tramonti e ritratti sorridenti. Non c’è spessore, non ci sono letture multilivello, non c’è l’intenzione di “irritare” lo spettatore, perché non si vuole correre il rischio che, di fronte alla complessità, la reazione sia negativa, che il fotografo venga privato di quei 10 secondi di attenzione e di quel commento, breve e superficiale, di approvazione.

Sarebbe bello, invece, tornare a scoprire il piacere dell’inganno, come fa Minkkinen.

Per questo, a dispetto delle molte critiche (alcune motivate e condivisibili) trovo l’operazione di Elon Musk una genialata, e la foto della Tesla nello spazio addirittura poetica. Si tratta di una stupida boutade del riccastro di turno? Forse. Ma sapete quanti milioni di euro costano gli impacchettamenti o le passerelle sul lago di Christo?

La Tesla nello spazio parla alla parte giocosa, furbastra, irrazionale di noi. E’ quando smettiamo di razionalizzare tutto, che l’artista viene fuori.

Pensaci, la prossima volta che cadrai nella tentazione di pensare che fotografare sia, in fondo, solo un fatto di pixel, tempi e diaframmi.

Tags: