Recensione cavalletto K&F TC 2534

Premessa

Una delle cose belle di avere un blog di fotografia è che spesso le case produttrici ti contattano per anteprime, recensioni, kermesse e cose simili, e tu non devi fare altro che usare la loro attrezzatura e dargli un semplice parere senza alcun impegno.

Una delle cose brutte invece è quando gli devi dire di no per non perdere la tua indipendenza di recensore.

Quando però l’attrezzatura in questione ti è piaciuta davvero, il tizio che ti ha contattato non ti fa pressioni, e vedi che non ci sono controindicazioni alla tua autonomia, capita allora che si stringano anche rapporti più forti, e si decida di mettere insieme una recensione online “sponsorizzata”.

Questo è proprio quello che è successo con K&F Concept, che ha messo a disposizione del nostro Marco Scataglini uno dei suoi treppiedi in fibra di carbonio per un test sul campo.

Nell’articolo di oggi, corredato da un video-collaudo, ti racconteremo come è andata: caratteristiche, prezzo, pro e contro.

E sarà anche l’occasione, sia nella parte scritta che nel video, di ascoltare una piccola lezione di Marco su come / quando / perché usare un treppiede.

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K&F TC2534: la recensione di Marco Scataglini

In questa recensione ti parlerò di un treppiedi, il K&F modello TC2534 in fibra di carbonio. Ti anticipo che il mio giudizio è positivo, ma prima permettimi di fare alcune considerazioni generali che, se sei interessato solo all’esame del treppiedi in questione, puoi anche saltare.

Guarda la prova sul campo di Marco, oppure continua a leggere qui sotto e guardala alla fine

Il cavalletto: l’accessorio più importante

Se mi chiedessero qual è l’accessorio più importante per un fotografo, non risponderei di certo “il cavalletto” (o treppiedi, com’è più corretto dire).

Il flash, lo scatto flessibile, una borsa sono “accessori”. Il cavalletto è – dal mio punto di vista – un complemento indispensabile della fotocamera. Andrebbe scelto con la stessa cura e attenzione con cui si sceglie una reflex o un obiettivo. E invece moltissimi fotografi son convinti di poterne fare a meno, specialmente oggi che, grazie ai progressi del digitale, “in fondo basta alzare un po’ gli ISO”.

Riconosco che ci sono generi fotografici, come la “street” o il fotogiornalismo, in cui l’utilizzo del treppiedi è ridotto al minimo, ma in generale averne uno di qualità garantisce risultati di gran lunga migliori in molte situazioni, e permette anzi di accedere ad alcune tecniche fotografiche impossibili altrimenti.

E comunque non è obbligatorio usarlo sempre: ma è molto utile averne uno sempre con sé, perché non si può mai sapere.

Col treppiedi divengono possibili scatti con tempi lunghi o molto lunghi, riprese notturne, fotografie panoramiche, e così via. Ma soprattutto il treppiedi consente di potersi “staccare” dalla fotocamera, di prendere una certa distanza, e riflettere con più calma.

Il treppiedi obbliga a rallentare, a riflettere, a pensare di più, a operare con la necessaria lentezza: non a caso i suoi campi d’elezione sono la fotografia di natura, di paesaggio, di architettura.

Ma non voglio convincerti a diventare per forza un accanito difensore dei pregi di un buon treppiedi: se ne vuoi fare a meno, e ti trovi bene così, alzo le mani.

Però, se sei alla ricerca di treppiedi di qualità, allora ti conviene leggere questa recensione.

Perché usare un cavalletto come il K&F TC 2534

Io credo di utilizzare il cavalletto per il 90% delle mie foto. Da sempre. E sono un accanito “consumatore” di treppiedi, nel senso che non mi durano mai molto, visto che li maltratto in modo indecoroso.

In genere lavoro lungo torrenti, o nei boschi, o su è giù per monti e colli, e il treppiedi serve anche da supporto durante i guadi, o come “bastone” a cui aggrapparsi nelle salite troppo ripide. Le cadute, in questi frangenti, son state fatali a diversi cavalletti: meglio loro che io, ovviamente.

Questo per dire che ho una certa esperienza in quel campo che potremmo definire come: “mi serve un treppiedi robusto ma leggero e facilmente trasportabile”.

Non è una categoria facile, e negli ultimi anni molti costruttori hanno avanzato proposte per venire incontro alle esigenze dei fotografi.

Devi considerare che in pratica parliamo di un ossimoro: robusto e leggero sono in contrasto. Un treppiedi robusto deve per forza essere pesante, con gambe di metallo spesso, un treppiedi leggero invece va nella direzione opposta.

Insomma, parliamo di un compromesso: un treppiedi sufficientemente robusto per la maggior parte degli usi, ma anche sufficientemente leggero e compatto da non ostacolare il fotografo in viaggio.

La faccio breve: in questa categoria rientra anche il treppiedi oggetto della presente recensione.

Anzi ce ne entrano due, simili ma non uguali, ed entrambi della stessa marca. Perché due? Ti dico la verità: io avevo già scelto un modello della K&F (il TM2324 in alluminio) quando mi è stato proposto di provare la versione in fibra di carbonio.

K&F TM2324, la variante in alluminio

Possiedo già un cavalletto di carbonio, piuttosto massiccio, e che per questo non uso da anni, e so quanto questo materiale sia stato un toccasana per noi fotografi amanti dei cavalletti.

Leggera ma appunto robusta, la fibra ha consentito di ridurre drasticamente ingombri e pesi, mantenendo al contempo la necessaria funzionalità. Tuttavia, ho scelto il modello in alluminio perché leggermente più piccolo e forse più adatto all’uso “sconsiderato” che ne faccio io.

K&F è una marca che ho iniziato a conoscere per gli adattatori, che utilizzo per montare le ottiche “vintage”, di varia marca, sulla mia mirrorless Olympus.

Gli adattatori K&F sono davvero ben fatti, niente a che vedere con certe “cineserie” assolutamente inadeguate che si trovano online per pochi euro. Dunque quando mi son messo a cercare un nuovo treppiedi ho controllato il sito del marchio e ho adocchiato subito un modello adeguato.

Il TM2324 risponde in pieno alle caratteristiche richieste a un treppiedi da viaggio:

  • grazie al sistema di chiusura “a ombrello”, con le gambe che si ripiegano a 180° sulla colonna centrale, si riesce a ridurre di molto la lunghezza complessiva (46,5 cm), sia pure con un certo aumento dell’ingombro;
  • il peso è più che ragionevole (poco più di un chilo) per un treppiedi in grado di reggere sino a 6 kg di attrezzatura: chi usa le mirrorless o fotocamere entry level non avrà mai problemi;
  • l’altezza, una volta aperto, permette di lavorare in modo confortevole, con la fotocamera circa all’altezza del viso (1330 mm senza alzare la colonna centrale, ma si arriva a 1560 mm alzando quest’ultima);
  • la struttura è sufficientemente stabile, grazie alle gambe divise in sole tre sezioni.

Ci sono treppiedi davvero minuscoli, facilmente trasportabili in uno zaino o in una borsa che sfruttano la suddivisione delle gambe in 4 sezioni.

Questo però rallenta l’apertura del treppiedi e generalmente lo rende meno robusto, dato che l’ultima sezione sarà estremamente sottile. Com’è ovvio il cavalletto è robusto tanto quanto la sua parte più sottile, che in genere è appunto la parte terminale delle gambe.

K&F TM2534 – prezzo, caratteristiche e confronto con TM2324

E ora veniamo al cavalletto oggetto di questo articolo. Ero molto curioso di provare un treppiedi praticamente della stessa categoria dimensionale del mio, ma comunque di livello superiore e di materiale diverso.

Soprattutto ero curioso di vedere come si sarebbe comportato un treppiedi in fibra di carbonio “economico”. Infatti in generale i cavalletti di fibra sono molto costosi: alcune marche li vendono al prezzo di una fotocamera medio livello.

Il K&F invece costa 169$ (circa 138€) di listino: ci sono costruttori che per una cifra del genere a malapena ti vendono la testa a sfera!

Cominciamo col vedere le differenze principali tra i due cavalletti:

  • il TM2324 ha la chiusura delle gambe a scatto, mentre il TC2534 ricorre al sistema ad avvitamento di un anello gommato. Ci sono fan di entrambi i sistemi: il primo è più rapido e semplice, il secondo però è più duraturo e non a caso è utilizzato diffusamente sui cavalletti più pregiati. Confermo che, per la mia esperienza, treppiedi col sistema di chiusura a scatto tendono a rompersi più facilmente, ma comunque non son mai riuscito a decidermi rispetto alla preferenza per un sistema o per l’altro;

  • il TC2534 ha la possibilità di svitare una delle gambe per ottenere un monopiede, utile per riprese di tipo sportivo o naturalistico;
  • il grado di finitura di quest’ultimo modello è nettamente superiore, e la testa a sfera fornita di serie (volendo può essere sostituita) è più grande: visto che l’operatività di una simile testa (intendo la capacità di movimento e di “bloccaggio”) è proporzionale alle dimensioni, questa è un’ottima cosa.

Per il resto, i due treppiedi condividono il sistema di piegatura delle gambe con sistema di blocco a scatti dentati: ho visto (e posseduto) cavalletti privi di un sistema di blocco così efficace, e ti garantisco che non è il massimo.

Certo, allargare o riavvicinare le gambe è più rapido, ma queste vanno poi bloccate manualmente. In un paio di occasioni mi son dimenticato di farlo e, su una superficie liscia, le gambe si sono aperte a 180°, scivolando e facendo precipitare la fotocamera (per fortuna senza danni).

Con i due K&F questo non può avvenire, ma sbloccando i fermi le gambe possono ruotare di – appunto – 180°, permettendo di adattare il treppiedi a ogni possibile terreno.

La colonna centrale è dotata di gancio inferiore dove attaccare una borsa o un peso per aumentare ulteriormente la stabilità dell’insieme.

Come detto, il TC2534 utilizza il blocco delle sezioni delle gambe di tipo “a vite” (stile Gitzo per intenderci): l’apertura/chiusura è rapida e precisa e gli anelli di blocco sono ricoperti da morbida gomma.

Un simile anello blocca anche la colonna centrale, che ti consiglio di sollevare solo in casi di emergenza. Sebbene di generosa sezione, comunque tende a vibrare se sottoposta o sollecitazioni, col rischio del micromosso.

Il TC2534 è leggermente più grande del TM2324: 500 mm da chiuso, arriva a 1680 mm alla massima apertura.

Si tratta insomma di un treppiedi “più grande” del mio. Lo testimonia il peso maggiore (1,507 kg), un controsenso apparente considerando che stiamo parlando di fibra di carbonio utile a ridurre i pesi.

Ma mettendo vicino i due treppiedi si nota subito la maggiore consistenza del TC2534, che infatti è in grado di reggere fino a 10 kg di peso, e dunque può andar bene anche con sistemi fotografici “importanti”. Il tutto aumentando di poco l’ingombro complessivo rispetto al già compatto TC2324.

K&F TC2534 alla prova sul campo

Operativamente parlando, io e il treppiedi ci siamo subito trovati bene. Queste cose le senti “a pelle”: l’efficacia di ogni chiusura, da quella delle gambe a quella della testa a sfera, rende gradevole armeggiare con la fotocamera, mentre la morbidezza al tatto della gomma presente nei punti giusti (c’è anche un “salsicciotto” di neoprene su una delle gambe, utile come impugnatura specialmente in inverno, sebbene le gambe in fibra di carbonio non diventino mai fredde come quelle di alluminio), garantisce sin da subito un buon “feeling”.

Aggiungo due osservazioni di tipo generale.

La testa a sfera è in genere il punto debole di ogni treppiedi. Non a caso ho più “teste” che treppiedi, e questo perché ne ho comprate diverse (“stand alone” diciamo) perché insoddisfatto di quelle di serie. In questo caso invece debbo dire che la testa si comporta molto bene, pur avendo solo due comandi, essendo cioè priva della frizione.

In genere le teste hanno un comando che sblocca il movimento della sfera permettendo di comporre facilmente l’inquadratura, oltre a un comando che serve al movimento orizzontale (detto “panoramico”) in modo che per modificare l’inquadratura nel senso destra-sinistra non si debba rifare tutto daccapo. A volte presentano anche un comando detto appunto “frizione” che serve a rendere più o meno “duro” l’effetto dello sblocco della manopola principale.

Lo scopo finale di questa frizione è di poter fare modifiche di poco conto all’inquadratura senza bloccare del tutto la sfera, ma evitando che il peso della fotocamera la faccia “cadere” di lato.

Nella testa K&F debbo dire che il comando principale è sufficientemente graduabile senza che si senta l’impellente necessità di una manopola a parte, che io in genere non amo perché, sul campo, spesso viene confusa con la principale.

La cedevolezza del movimento orizzontale è altresì utile per realizzare delle panoramiche video. Sebbene le teste a sfera non siano adatte in genere alla realizzazione dei video, per un uso non specialistico vanno più che bene, a patto di consentire un movimento sufficientemente fluido, come in questo caso.

La testa a sfera è dotata di attacco rapido del tipo “Arca Swiss”, oramai quasi universale. Si tratta di un sistema “a coda di rondine” che richiede all’operatore di stringere grazie a una manopola una sorta di piccola morsa. Rispetto ai sistemi a chiusura semplice (stile Manfrotto, tra gli altri) è meno rapido, ma garantisce l’assoluta impossibilità di far cadere la fotocamera. Anche in questo caso si tratta di compromessi, ma la diffusione dell’attacco Arca Swiss depone decisamente a suo favore. Con un po’ di pratica, togliere e mettere la fotocamera è un attimo.

Conclusioni

Vale la pena? A chi mi chiede se ci siano differenze tra questo treppiedi e uno di marca blasonata rispondo che il CEO di quest’ultima sarebbe già in galera per truffa se qualche differenza tra un treppiedi da, per dire, 600 euro e uno da 144 non ci fosse!

Ma queste differenze non rispecchiano il costo dei due oggetti. Nel senso che K&F ha fatto un ottimo lavoro per creare un treppiedi economico ma di qualità non solo accettabile, ma ben superiore alla sua fascia di prezzo. Certamente si è dovuto fare qualche economia di scala, e rinunciare alla massima precisione, ma nella stragrande maggioranza degli usi a cui lo sottoporrai, questo cavalletto può rivelarsi un alleato prezioso e disponibile.

Ma attenzione! La fibra di carbonio, a differenza del metallo, non si ammacca o piega, bensì si spezza. Benché molto robusta, infatti, va comunque trattata con cura, evitando, per dire, di caderci sopra di peso, come a volte mi capita di fare con i miei cavalletti (pace all’anima loro…).

Un saluto,

alla prossima

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