Jean-Marie Schaeffer, con il suo saggio “L’immagine precaria” (CLUEB editore) va un po’ a chiudere la triade di saggi “classici” dedicati alla fotografia che comprende anche “La camera chiara” di Roland Barthes e “Sulla fotografia” si Susan Sontag. Di certo è anche il meno noto dei tre e ammetto che come lettura estiva non è proprio leggerissima. Infatti ci sto mettendo molto tempo a completarlo sebbene offra moltissimi spunti interessanti, una volta che si riesca a tradurre il linguaggio tecnico-filosofico in termini più maneggevoli!
Come fotografo non amo molto concepire le immagini fotografiche come “impronta” o come “indice” e “icona”: per me le foto sono un modo per esprimere me stesso e raccontare quello a cui tengo o che mi emoziona. Però sono costretto ad ammettere che, dopo aver scattato una foto ed averla diffusa in qualche modo, la ricezione di questo “messaggio” diventa assai complicata. A noi sembra semplice perché siamo abituati a pensare che, se una foto ci piace, ci “dice” qualcosa o la troviamo particolarmente intrigante, possa bastare. Ma per chi si occupa di estetica, comunicazione o linguaggio (non a caso alle questioni legate al “fotografico” si sono dedicati soprattutto i semiologi) le cose non sono così immediate. Dunque penso che in futuro (specialmente dopo che avrò completato la lettura del saggio) su certe tematiche ci tornerò.
Per ora mi piaceva commentare una frase, letta nel libro, che mi ha molto colpito: “in ogni atto di ricezione fotografica vi è un momento che consiste nell’identificazione dell’immagine come un’immagine fotografica“. In genere tale identificazione non sembra tanto complicata, “perché il contesto di ricezione è tale che non ci sfiora nemmeno il dubbio che possa trattarsi non di una fotografia, bensì di un’icona analogica che somiglia a una fotografia“. Insomma, quel pezzetto di carta fotografica con su un’immagine – magari in bianco e nero – dettagliata e precisa non può che essere una fotografia, lo sento anche a livello tattile. Infatti la fotografia “inerisce il suo supporto, mentre l’immagine pittorica, ad esempio, vi aderisce“.
Ma ora le cose si complicano. E se il supporto non c’è? Se non fruiamo dell’immagine fotografica attraverso una stampa che in qualche modo la definisce e – aggiungo io – soprattutto una stampa analogica, ai sali d’argento? “In questo caso la materialità del supporto non è più di alcun aiuto“. Già, perché una stampa inkjet, una stampa su un libro o una pubblicazione, o ancor più una fotografia vista su un monitor o un display non forniscono elementi sufficienti a garantire che quella che stiamo guardando sia davvero una fotografia. Certo, ci possono essere elementi che ci potrebbero aiutare: la grana, il dettaglio, la materialità. Ma oggi, con gli sviluppi tecnologici, questo è reso davvero assai complicato.
In senso inverso lo era anche nel XIX secolo, perché certe fotografie pittorialiste sembrano davvero dipinti o grafiche fatte a mano, con pennellate visibili grazie alla stesa manuale dell’emulsione sensibile su carta texturizzata e accorgimenti simili. Anzi, come rivela il nome stesso della corrente artistica, si cercava proprio di imitare la pittura. Io stesso ricordo di essermi divertito per qualche anno a creare digitalmente delle “fotopitture” (anche astratte) che partendo dalla fotografia producevano “dipinti”: alcune di quelle immagini illustrano questo post. Stampate su tela o su carta da acquarello davvero potevano ingannare. Un gioco, se vogliamo, ma alla fine come potrebbe lo spettatore essere sicuro che quel che sta guardando è un’elaborazione digitale e non la riproduzione di un vero dipinto?
Già negli anni ’80, quando Schaeffer scrisse il suo saggio, si prospettavano sviluppi importanti in senso digitale e lo scrive lui stesso: “i trucchi tradizionali… appaiono un mezzo antidiluviano se confrontati con le prospettive straordinarie che si aprono alla manipolazione … grazie all’immagine sintetica“.
Ecco, l’immagine sintetica. Schaeffer forse pensava ai primi esperimenti di immagine digitale, ma è evidente che le sue parole si adattano perfettamente all’avvento dell’AI generativa. Oggi davvero abbiamo immagini “sintografiche” che appaiono come fotografie – spesso spacciate come tali – e che dunque scompigliano del tutto la logica della comunicazione. Oggi come oggi non posso essere del tutto sicuro che quel che sto guardando sia una fotografia scattata da qualcuno, da un essere umano dotato di fotocamera. Viene meno lo stesso “atto iniziale” di cui parla Schaeffer.
Me ne rendo conto ogni giorno quando mi capita – per fortuna raramente – di navigare sui Social: oramai è impossibile (ma dipende dall’abilità dell’operatore) sapere con certezza cosa è vero e cosa non lo è, a livello di immagine. Questo incide molto sullo stesso rapporto che abbiamo con la fotografia: mentre una massa indistinta di persone continua a credere alla sua qualità di “prova” e di testimonianza (che poi non è mai esistita) e si spertica in commenti anche sotto immagini chiaramente sintetiche (e anche quando l’autore del post dichiara apertamente di aver utilizzato l’AI), una minoranza più consapevole ha smesso da tempo di pensare che quel che guarda online risponda al parametro fondamentale di cui parla Schaeffer, a meno non si tratti di fotografia realizzate da autori di cui ci si fida (visto che posto le mie foto, ad esempio su Instagram, spero di essere tra questi ultimi!).
Questo, in effetti, porta a una rilevanza maggiore del ruolo autoriale del fotografo, il quale può anche utilizzare l’AI per modificare o creare le sue fotografie, ma che per un’etica sua propria (altrimenti non sarebbe un Autore ma un ciarlatano) dichiara sempre tali utilizzi della tecnologia. Insomma, oggi come oggi, un “vero fotografo o una vera fotografa” dovrebbero sempre lavorare per progetti e sulla base dell’integrità personale. Non sono in molti a farlo, ma a mio parere è una strada tracciata.
Per concludere, un’osservazione. Molti sfruttano lo strapotere tecnologico digitale per esaltare, come contraltare, la fotografia analogica, quella a base di negativi e stampe in Camera Oscura. Da praticante della fotografia analogica voglio sottolineare che una modalità di stampa analogica che io ho utilizzato molto, con risultati assai interessanti, è quello del negativo digitale. Si sviluppa il file digitale con un software, lo si negativizza e lo si stampa su un foglio di plastica trasparente, quella per i “lucidi” di un tempo. A questo punto basta sistemare a contatto il negativo su un foglio di carta fotografica, esporre brevemente alla luce e si ottiene una stampa che apparirà in tutto e per tutto analogica, perché in effetti lo è (la stampa, non la procedura).
Dunque se creassi un’immagine sintografica e la stampassi su carta alla gelatina d’argento con questa modalità, molti (ammetto, non tutti), se sarò stato bravo e accorto, potrebbero pensare a una stampa da normale negativo su pellicola.
Alla fine non si scampa: è solo il rapporto fiduciario tra autore e spettatore che può salvarci da inganni e trucchetti, spesso oltretutto assai miseri.