Sangue D’autore – Fra fotografia e scrittura

Quando fotografiamo stiamo anche attivando visioni remote che sono state modellate attraverso dipinti, film, letture e, naturalmente, altre fotografie.

Nel mio lavoro di fotogiornalista si manifesta un costante impegno a ricercare delle situazioni in cui, attraverso la composizione e il riconoscimento del momento in cui una certa scena raggiunge una certa perfezione formale, mi possono donare un’immagine iconica.

Per questa ragione ho deciso di proporre come esempio questa mia copertura di una manifestazione che si è svolta a Roma qualche anno fa.

Dopo le foto troverai invece una mia riflessione sul rapporto fra scrittura e fotografia, nella quale cercherò di raccontarti il Mindset con cui affronto la copertura di questo tipo di eventi e la mia professione in generale.

Essere un creatore è una sfida emotiva e anche fisica, che non smette mai, che non puoi spegnere quando vuoi.

Con questo non intendo parlare del clichè della dannazione dell’autore.

Penso piuttosto al modo in cui mettiamo in pubblico noi stessi, attraverso un lavoro in cui riusciamo a mostrarci, a rappresentare il nostro spirito, dunque la nostra essenza, attraverso il nostro lavoro.

Di fatto chiunque faccia un mestiere creativo sa benissimo quanto sia un patto di accettazione: ci si espone ad un giudizio, ad una critica e, a volte, anche al ridicolo.

Come scrittore e fotografo ogni giorno mi espongo. Mi espongo alla critica, ma al tempo stesso mi apro e offro la mia disponibilità ad una connessione con chi osserverà il mio lavoro.

L’artista, o se preferite il creativo, è in guerra ogni giorno. Non con gli altri, ma con se stesso.

Lo è perché nel processo di creazione c’è una sfida aperta, stimolante ma a volte anche frustrante, piena di cambiamenti, ripensamenti, evoluzioni e forse involuzioni. Nella fase creativa ci si espone costantemente all’insuccesso.

E c’è la paura del foglio bianco, del ritrovarsi di colpo con la domanda: e adesso che faccio?

Ogni volta che condividiamo qualcosa di personale, ci rendiamo vulnerabili. Facciamo un investimento emotivo nel nostro atto e riponiamo in esso la nostra fiducia e speranza.

Sappiamo e mettiamo in conto, infatti, che non sempre arriveremo al fruitore.

E che, anche arrivandoci, certamente potremmo piacere a qualcuno e non essere apprezzati da altri.

D’altro canto, se fai questo mestiere, sai che fotografare per strada con una macchina compatta ha poco a che fare con la pianificazione.

Esci dalla porta e di colpo sei immerso fino al collo in quanto ti circonda. Sei appeso alle situazioni che si evolvono davanti a te.

Non solo non puoi pianificare, ma per “sistemare” ti trovi in un continuo e rapido gioco di riconoscimento e successiva azione: alzare la fotocamera, inquadrare e scattare.

Tutto avviene, o meglio, dovrebbe avvenire in pochi istanti.

L’uomo nella folla avanza, la fotocamera al collo. Sa benissimo che avrà a disposizione una frazione di secondo, e poi avrà perso. L’adrenalina scorre, l’uomo nella folla scatta la foto.

Scrivere non è da meno.

Anzi, generalmente faccio più fatica quando scrivo che quando fotografo.

D’accordo, per fare foto devi camminare e, a volte, questo significa camminare davvero tanto. Per esempio tra l’ultima spedizione fotografica a Oaxaca e l’immediato successivo workshop non mi sono fermato per ben 15 giorni.

Però vi assicuro che a volte il processo creativo dello scrivere ti succhia energia nel giro di tre ore. A volte ne esco svuotato completamente. E la sensazione è particolarissima perché è una stanchezza tanto mentale che fisica.

Forse per questo mi riconosco così tanto nelle parole di Hillman:

Scrivere per me è sempre una sorta di campagna militare. Confesso che lo affronto con metafore militari. C’è una strategia, una concezione generale, e via via tutta una serie di tattiche. Se sei bloccato, mai chiuderti in trincea; continua ad avanzare. Mai cercare di espugnare una roccaforte prendendola d’assalto o disponendo un assedio. Giraci intorno e con il tempo cadrà da sola. Niente battaglie campali con le voci interiori di sabotatori, disfattisti, avversari. Una scaramuccia, un rapido lancio di frecce e via, nel folto del paragrafo successivo. La vulnerabilità, la scarsità di risorse vanno mimetizzate con coreografiche parate e squilli di tromba (non dimenticare che anche gli altri sono altrettanto vulnerabili). Saccheggia i magazzini del pensiero, ammoderna vecchi materiali e usali per rinforzare le linee. Abbandona il terreno che non puoi sfruttare, ma se stai inseguendo un argomento, annettiti tutti i territori che puoi. James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano, 2005 (ed. or. 2004).

Scrivere e fotografare. Tra le due cose non potrei proprio scegliere. Di entrambe le attività ho bisogno, ma non sto parlando solo dal punto di vista professionale e meramente remunerativo.

Io sento la necessità di scrivere e fotografare ogni giorno. La mia vita è fatta di questo.

Nasco come tutti prima come lettore, poi come scrittore. Solo successivamente la fotografia si è aggiunta. Capita di ricevere complimenti per la mia fotografia. Ma nessuna di quelle attestazioni di stima si può equiparare a quando i complimenti li ricevo per il mio scrivere.

Il mio sangue d’autore si riversa laddove c’è narrativa delle immagini. Si tratta di un percorso difficile, molto più difficile che pensare solo alla fotografia, ma che è in grado di regalarmi molte soddisfazioni.

Mi sento un privilegiato a poterlo comunicare in questo spazio con tutti i lettori di Reflex Mania.