Smettere di Essere Principiante – I progetti di fine corso

ANTICHI LAVATOI – Gabriella Gallo

Introduzione

Spesso i fotografi vanno a cercare i propri soggetti in luoghi lontani ed esotici, dimenticando che a due passi da casa, nella città in cui abitano, ci sono mille possibilità per creare delle storie che abbiano un valore e che, proprio per essere quotidiane e poco note, assumono anche il fondamentale ruolo di testimonianze. Una tentazione che non ha colto Gabriella che appunto dedica la propria attenzione a degli elementi, che potremmo definire dell’arredo urbano, che non solo vengono dimenticati, ma anche lasciati nell’oblio, nell’abbandono più totale. La nostra autrice ne cerca alcuni e li fotografa per mettere insieme una serie che vuole testimoniare l’importanza di salvaguardare monumenti minori, considerati dai più insignificanti, e che invece rappresentano una parte importante e significativa della storia di una città come Genova.

Artist Statement

A Genova esistevano centinaia di lavatoi; erano collocati prevalentemente in corrispondenza dei tanti piccoli rivi e torrenti che attraversano la città e venivano utilizzati dalle persone che abitavano nei dintorni per attingere acqua e per fare il bucato, quando ancora non tutte le abitazioni potevano avere l’acqua corrente. A partire dal secondo dopoguerra, l’urbanizzazione (perlopiù selvaggia) di vaste aree della città ha cambiato radicalmente il territorio, alcuni rivi sono stati tombati e molti di questi antichi lavatoi sono stati demoliti o convertiti ad altri usi. Ho voluto raccontare cosa resta oggi dei lavatoi ancora superstiti. Ne ho scelti alcuni del levante genovese, quelli più vicini a dove sono cresciuta. Questi lavatoi “di periferia” sono testimonianze di un passato non troppo lontano, e meriterebbero qualche attenzione in più, a cominciare da quelle delle persone che li hanno vicini a casa. Mi piacerebbe che, un po’ alla volta, venissero restaurati, così da poter essere messi in sicurezza ed ammirati da tutti.

Commento

Il progetto di Gabriella si basa su uno sguardo indagatore e curioso, che cerca più nell’ombra che nella luce, per identificare forme, vuoti e pieni, dettagli che possano raccontare più un’assenza – quella dell’attenzione e della cura – che una presenza. In tal modo riesce a mettere insieme un lavoro semplice, che va dritto al punto e ci rivela un mondo che non solo a chi non è di Genova fa scoprire qualcosa della città, ma che anche agli stessi genovesi è spesso del tutto ignoto. In tal senso l’autrice dimostra di saper sfruttare la fotografia come linguaggio, come forma evoluta di comunicazione.

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