Smettere di Essere Principiante – I progetti di fine corso

L’ETERNO PASSAGGIO – Alessio Levorato

Introduzione

Le statue sono dei perfetti alter ego di noi stessi, e anche delle nostre paure. Ogni epoca ha le sue statue, e alcune epoche ne hanno più di altre. Ma sia sulle statue antiche che su quelle più moderne, comunque effettuiamo una sorta di transfert psicologico: insomma, le vediamo quasi come vere persone, come qualcosa di vivo, proiettiamo su questi marmi lavorati i nostri stati d’animo, quasi scattassero i famosi “neuroni specchio”, quelli che governano l’empatia e che dovrebbero funzionare solo con gli esseri viventi. Ma quando le pietre hanno forme umane, è difficile a volte resistere. Così le statue che fotografa Alessio sembrano provare solitudine, senso di abbandono, una malinconia che tutto pervade. E’ vero che si tratta solo di un’illusione, ma certamente funziona.

Artist Statement

Da ragazzino, io, mio fratello e un paio di amici, frequentavamo spesso Villa Pisani a Strá. Eravamo così minuti da riuscire ad intrufolarci oltre le sue imponenti inferriate. Ricordo quel luogo come un regno misterioso e affascinante, dominato da un bosco e da statue che, ai nostri occhi di bambini, sembravano persone pietrificate nel tempo. Eravamo incantati e allo stesso tempo, intimoriti dalla loro grandezza monumentale. Erano loro i veri signori del parco. Tornando in quegli stessi luoghi con la macchina fotografica, ritrovo quelle stesse “eterne” presenze. Mentre noi siamo cresciuti e il mondo intorno è diventato inarrestabile, loro non sono cambiate. Ho compreso che quelle figure non sono solo decorazioni del passato, ma sono rimaste i “custodi del mutamento” della natura e dell’essere umano; gli osservatori, con una calma imperturbabile, del nostro correre veloce, del nostro “passaggio”.

Commento

Un lavoro basato sulle emozioni e sul ricordo, dunque sul tempo inteso come mutamento costante, che cerca di trovare dei punti fermi e li identifica con le statue, che mutano e invecchiano anche loro, ma in modo più lento e impercettibile rispetto a noi umani. Con uno sguardo che imita da un lato quello del bambino che l’autore è stato un tempo in quel parco, dall’altro una sorta di vojeurismo benevolo che non cerca tanto l’inquadratura diretta, quanto quella imprecisa, velata, distante, di chi conserva nell’animo ancora un po’ di quel timore provato da giovanissimo. In tal senso il nostro autore dimostra di saper sfruttare il linguaggio fotografico in modo coerente ed efficace per portare verso lo spettatore il proprio personale messaggio.

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