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LA MIA AFGA – Sergio Franzin

Introduzione

Questo lavoro di Sergio  è addirittura “metafotografico”, visto che parla appunto della fotografia. E lo fa sull’onda del ricordo.

Una vecchia fotocamera Agfa Silette, nave scuola nelle prime esperienze fotografiche, viene “esplorata” grazie alla tecnologia digitale, in un gioco di rimandi, di riflessi, che intriga lo spettatore, lo incuriosisce e lo spinge a guardare con occhi nuovi questa “nonna” analogica. Nel mostrare, nello scomporre anzi la fotocamera in dettagli che compongono un puzzle, Sergio analizza anche le procedure, i riti, che stavano dietro la tecnologia fotografica analogica.

Il tempo, l’attesa, l’ansia nell’aspettare di ritirare il rullo sviluppato e scoprire così se la sessione fotografica aveva avuto successo o meno. Esperienze e sensazioni che gran parte dei “nativi digitali” ignora (sebbene non pochi di loro iniziano a riscoprirle), ma che fanno parte del bagaglio culturale di ogni fotografo almeno un po’ attempato.

Statement

La mia prima “compatta”, una piccola ma robusta tedesca nata a metà degli anni ’60, non è stata semplicemente una “macchina” fotografica, quanto una familiare compagna, testimone per circa quindici anni di alcuni “momenti” importanti della mia vita: Marcella, l’Università, la famiglia, gli amici, il servizio militare, i campeggi estivi, i viaggi, i primi anni di lavoro, la vita quotidiana. Dentro quella compatta, per quanto piccola e privata, c’è già una storia.

Raccontare quella macchina, la sua costruzione, il suo funzionamento, i suoi accessori come il cavo di scatto remoto e le lampadine usa e getta del flash, vuol dire raccontare quella storia: ritorna alla mente l’avvento e l’uso dei primi rullini a colori, l’attesa non solo curiosa per il ritiro delle stampe, la gioia nel vedere e nel far vedere ad amici e familiari le immagini (poche in verità…) ad esempio di una gita.

Pellicole e stampe (soprattutto a colori) allora costavano molto: in un anno ci si potevano permettere in totale forse tre-quattro rullini, per una vacanza di un mese si mettevano in conto due-tre rulli, non di più, 50-70 foto al massimo, e tutte da portare a casa senza grossi errori. Oggi 70 scatti si fanno in un’ora.

Il racconto in apparenza non ha un che di eccezionale, ma in realtà fa già storia a sé quel modo, che ormai non esiste quasi più, di fotografare attraverso un mirino che fare a occhio nudo era quasi lo stesso, e di raccogliere negli album cartacei le immagini più belle da conservare:  chissà, un ragazzo di oggi, come un bambino di domani, potranno magari rimanere interessati ad un tale “oggetto e a un uso del secolo scorso”.

A dar forza a quel messaggio non è la nostalgia, quanto invece piuttosto la ricchezza che spesso risiede nella continuità: la compatta aveva, e ancora possiede, i tre comandi fondamentali che oggi si “nascondono” fra le centinaia di funzioni di cui sono dotate le fotocamere moderne.

Tempo, diaframma, regolazione della distanza e messa a fuoco, sempre loro, continuano a farla da padrone a prescindere, e se la passione di chi si trova anche per caso ad usare consapevolmente queste variabili non cambia  con il cambiare del mezzo, senz’altro si riuscirà a fare ancora qualche nuovo “buono” scatto con la vecchia AGFA SILETTE F.

Commento

Lo Still Life è un genere glorioso, nato in pratica con la stessa fotografia, sebbene mutuato dalla pittura. Ma la fotografia è in grado di rendere interessante qualsiasi oggetto, se lo si riprende con sapienza e un po’ di capacità tecniche.

Doti che certo non mancano a Sergio, che da prova qui di un buon dominio della fotocamera digitale, in questo esplorare una fotocamera di tanti anni fa. Il racconto è completo, piacevole e fila liscio senza intoppi. Apparentemente semplice, ma in realtà ricco di rimandi, il lavoro di Sergio è davvero ben riuscito.

Ora occorre solo attendere che la vecchia Silette riprenda vita, e inizi di nuovo a scattare fotografie: in fondo viviamo in un’epoca in cui l’analogico sta risorgendo. Resta un settore di nicchia, ma è una nicchia ben presidiata!