Spazio, Luogo, Tempo, Indagine dell’IO, Attraverso l’esplorazione visuale

Sebbene la sfera concettuale, ontologica, sia vitale nella cultura fotografica, molti testi su internet si concentrano principalmente sugli aspetti pratici della fotografia.

Sembra non esserci molto spazio per testi più, diciamo, filosofici,  e i pochi disponibili difficilmente li trovi in offerta sugli scaffali delle librerie, vanno invece in genere cercati consapevolmente e occupano “oasi” di cultura per pochi.

Reflex Mania è un sito di fotografia che può essere definito generalista, ma offre uno spazio anche ad un approccio più meditato alla fotografia e questa rubrica ne è un esempio.

Una fotografia, se ci pensiamo bene, non è altro che una indagine del luogo e dello spazio circostante in cui il fotografo ha realizzato lo scatto. Il luogo in particolare è così importante che svolge un ruolo primario in ogni fotografia.

Ma in realtà ricercatori di varie discipline – per esempio sociologia, psicologia, antropologia – hanno sottolineato la complessità del concetto di luogo. Ennesima testimonianza di quando la Fotografia possa essere interdisciplinare, e magari dare un proprio contributo originale anche ad altre attività del pensiero.

Simona Guerra nel suo articolo Un pezzo di autoritratto ha scritto:

“Per me la realtà è uno specchio; quel che vedo nella realtà sono Io, i miei pensieri, i miei desideri, le mie enormi paure. Quando mi guardo attorno so che mi sto in realtà osservando dentro, non sto osservando qualcosa di esterno a me.”

Che cosa significa per un fotografo, e per un fotografo di strada nello specifico?

Nel momento in cui vediamo, riconosciamo, dunque scattiamo e poi proponiamo, mostrandola, la foto, stiamo dichiarando sempre qualcosa.

In questo mio scatto chiaramente la riflessione sullo spazio tiene conto della relazione tra il materasso e la lingerie della ragazza. E da osservatori vorremo saperne di più.

Nella scelta di andare in strada e fotografare accettiamo una probabilità maggiore di rischio. L’andare in strada di per sé, con una macchina fotografica, ci espone ai commenti di chi ci vede fotografare, e purtroppo a volte anche a reazioni violente.

L’imponderabilità della strada ci mette di fronte al rischio che lo scatto non esca come avremmo voluto, o addirittura che neanche riusciamo a scattare. E di tutto questo si nutre il fascino irresistibile di fare fotografia di strada.

Certamente, nel fotografare, ha un grande un peso specifico quanto una determinata scena davanti a noi attira la nostra attenzione. Qui sono stato attirato da una scena quasi “cinematica”, in certo qual modo spettacolare. 

La spettacolarità non è comunque affatto un fattore necessario. Qui mi trovavo su un microbus che mi riportava a casa, e questa semplice coda di cavallo ha attirato il mio sguardo. A distanza forzatamente ravvicinata (ero seduto) ho scattato, ottenendo comunque un certo impatto.

Scattare nel barrio con una macchina degli anni 80 e un rullino da pochi pesos é una scelta deterministica che conduce a risultati consapevoli. Il successo in un certo senso é sempre assicurato, perché la sola esperienza vale già la pena.

Le fotografie che facciamo rappresentano il nostro DNA di fotografi ma prima di tutto di individui, e in questo senso la fotografia non mente mai, perché ciò che includiamo all’interno dei bordi della cornice non sta solo definendo il contenuto, ma anche ciò che ha attirato la nostra attenzione, il nostro sguardo, dove abbiamo deciso di fare la fotografia, e quindi ci definisce, ci rivela agli altri, o meglio a coloro che osservano la fotografia.

Una buona fotografia mostra il rapporto dell’uomo con lo spazio e il tempo tra città, spiagge, campagne e boschi. Una fotografia cattura contenuti, ma incoraggia anche una relazione tra i fatti e l’esperienza di chi siamo come fotografi, quale vita conduciamo.

L’inclusione di me stesso come ombra in una composizione in cui ho diviso a metà il fotogramma, attraverso la linea dell’angolo della casetta. Sullo sfondo è possibile vedere una delle piramidi di Teotihuacan e quindi il senso del luogo è rispettato.

La fotografia è un’azione che in ogni caso ci rivela a noi stessi e agli altri.

Nel momento in cui guardiamo il territorio prendiamo la distanza ideale per capire:
ci distanziamo quanto basta per possedere il paesaggio davanti a noi. (Paola Viganò)

Teniamo sempre a mente che la questione chiave in ogni approccio fenomenologico è il modo in cui le persone sperimentano e comprendono il mondo.La fenomenologia implica la comprensione e la descrizione delle cose mentre vengono vissute da un soggetto. Riguarda la relazione tra l’Essere e l’Essere nel mondo. Essere nel mondo risiede in un processo di oggettivazione in cui le persone oggettivano il mondo distinguendosi da esso. Ciò si traduce nella creazione di un divario, una distanza nello spazio. Essere umani significa sia creare questa distanza tra sé e ciò che è oltre e tentare di colmare questa distanza attraverso una varietà di mezzi – attraverso la percezione (vedere, sentire, toccare), azioni e movimenti corretti e intenzionalità, emozione e consapevolezza che risiedono nei sistemi di credenza e processo decisionale, ricordo e valutazione. (A Phenomonology of Landscapes Place Paths and Monuments di Christopher-Tilley).

Stephen Shore, un costante riferimento per me che vi scrivo, ha introdotto, filtrato dall’esperienza ma anche dalla sua ammirazione per un fotografo come Walker Evans, il concetto di voler scattare istantanee (snapshots) dello spazio di fronte a sè.

Shore ha mostrato attraverso i suoi seminali libri American Surfaces e Uncommon Places come la fotografia in viaggio poteva fornire uno spazio di lettura concettuale e al tempo stesso rivelatrice dell’esperienza diretta del fotografo.

Sebbene il padre di questo approccio si identifichi  tradizionalmente con The Americans di Robert Frank, il lavoro di Shore va oltre andando a mostrare la realtà di fronte ai nostri occhi senza alcuna pretesa di catturare per forza un evento straordinario, quanto piuttosto la normalità e a volte la banalità del quotidiano.

A Tulancingo nello stato di Hidalgo non capito spesso, e infatti questa era la seconda volta nella mia vita. La mia preoccupazione quando faccio i primi scatti in un luogo non molto familiare è cercare di riprodurre l’essenza e l’atmosfera che percepisco.

Attraverso questo approccio possiamo utilizzare (sfruttare?) la fotografia come uno strumento di indagine e comprensione di noi stessi rispetto ai luoghi e alla vita che conduciamo.

Già questo per me è un grande proposito e una certezza che la fotografia non è solo l’atto di mostrare ad altri. Ha invece una comprovata utilità di comprensione dell’Io, aiutandoci a comprendere chi siamo e dove stiamo andando.

La fotografia, dunque, come approdo terapeutico teso a indagare dentro noi stessi.