Come sviluppare uno stile originale in fotografia

Sovvertire (e utilizzare) i cliché fotografici

Lo sguardo non è quella cosa creata dall’occhio, dal nervo oculare e dal cervello, lo sguardo è una magica unione di cuore, anima e mente, come sosteneva Cartier-Bresson, ma anche pancia, e pelle, e narici, e orecchie, è un’alchimia perfetta che nel momento in cui vede qualcosa, la vede veramente, la cattura anche nella sua essenza, non solo nella sua apparenza.

Un fotografo non può prescinderne, nessun essere umano degno di questo nome dovrebbe.

Pensaci: quando si vuole fare un complimento a un fotografo, gli si dice che ha uno sguardo profondo e acuto, non che confeziona belle immagini.

La bella fotografia è come il contenitore dello sguardo. Una bella scatola, con tanto di fiocchetto e bigliettino. Ma se la scatola è vuota, chi l’apprezzerà davvero? O se l’oggetto che contiene è volgare e brutto, chi ringrazierà per il regalo ricevuto?

Oggi vedo sin troppi abili confezionatori di “pacchi”, fotografi di indubbia competenza tecnica, profondi conoscitori dei trucchi e trucchetti che il digitale mette loro a disposizione, ma incapaci il più delle volte di scendere in profondità. Le loro foto somigliano sempre a quelle di qualcun altro, facci caso.

Minimaliste come quelle di Michael Kenna, rigorose come quelle dei coniugi Becher, algide come quelle di Gursky, geometriche come quelle di Franco Fontana, e così via.

Non c’è niente di male a ispirarsi ai grandi maestri, tutti noi lo abbiamo fatto. Anche perché non si inventa davvero più nulla, oramai, in campo fotografico: si può e si deve, però, fare una sintesi originale e personale dell’esistente, trovare un proprio modo di esprimersi e di raccontare. E invece molti, troppi, si accontentano di apparire simili a coloro che hanno successo: non so più quanti paesaggi alla Marc Adamus  mi capita di vedere quotidianamente sui Social e sui siti di condivisione.

Marc Adamus ha creato un suo modo di fotografare, chiamiamolo anche stile, che non a tutti piace, ma che gli ha garantito un successo planetario. Situazioni spettacolari, tempeste, nevicate, cieli tempestosi, albe e tramonti in luoghi incredibili, con montagne immense, ghiacciai, valli e fiumi, il tutto ripreso come si trattasse di un’illustrazione, o di un dipinto ottocentesco. Il tocco finale è l’effetto Orton aggiunto cum grano salis, ma visibile. La ricetta è questa, e lui è bravissimo ad applicarla, dato il successo raggiunto. Ha senso replicarla, quasi copiarla?

Ha senso non solo scattare una fotografia “alla Marc Adamus” ma addirittura gioire quando qualcuno te lo fa notare in un commento, invece di rimanerci male? Secondo me no.

Tra i fotografi viventi, il mio preferito è Michael Kenna. Mi ispiro alla sua filosofia, al suo modo di scattare, allo sforzo che compie di mettere insieme serie coerenti di immagini e non di realizzare la singola bella foto, ma sto ben attento a non fare fotografie simili a quelle che fa lui, ammesso sia possibile.

Tra i miei preferiti ci sono molti fotografi che non praticano il mio genere di fotografia, che magari fanno fotogiornalismo o fotografia concettuale: ispirarsi a un grande fotografo non significa fare quello che fa lui, significa cercare di trarre un insegnamento dal suo approccio, dal suo modo di avvicinare il soggetto, di raccontare storie, di approfondire lo sguardo sul mondo.

Posso addirittura dire che mi sono stati d’insegnamento anche fotografi che non amo particolarmente, o le cui opere in realtà non mi prendono, non mi coinvolgono. Eppure da uno bravo puoi sempre trarre qualcosa.

La verità è che scattare allo stesso modo di un fotografo che amiamo significa cercare di ottenere una approvazione pubblica basata sulla bravura di qualcun altro, sfruttare (a volte un po’ disonestamente) il suo lavoro.

L’estate scorsa al festival Imago Orbetello (www.imagorbetello.com) c’era una mostra di Franco Fontana e dei suoi allievi. Oltre ad alcuni scatti (molto famosi) del docente, ogni allievo aveva portato un proprio piccolo progetto. Decisamente mi sarei aspettato che i più avrebbero portato lavori “alla Franco Fontana”: in fondo quando stai a contatto diretto con un simile “mostro” della fotografia è inevitabile.

La cosa che mi ha colpito favorevolmente è stato invece che nessuno degli allievi di Fontana ha scattato fotografie simili al maestro, anzi erano progetti e modi di scattare nettamente diversi. Questo va a ulteriore lode di Fontana, che evidentemente è un bravissimo docente, ma anche degli allievi stessi, capaci di non lasciarsi troppo influenzare dall’ingombrante presenza.

Quanti si iscrivono invece a corsi e workshop con grandi nomi della fotografia solo per imparare “a scattare come loro”?

Trovo la cosa anche abbastanza offensiva per i maestri stessi, perché si riduce il loro lavoro, la loro creatività, a un mero cliché. E insieme all’imitazione del fotografo di successo, questa è l’altro problema della fotografia.

Tutti noi conosciamo bene i cliché fotografici: gatti in pose buffe, tramonti, mari in tempesta, strade che si perdono nella nebbia, montagne che sfumano nella foschia, ragazze in acqua che creano schizzi d’acqua con la capigliatura, e via elencando.

Una classica immagine di paesaggio “come va oggi”, all’alba e con i colori debitamente squillanti (Isola Tavolara in Sardegna)

Altra fotografia “stile contemporaneo”: atmosfera “spettacolare e romantica”, un po’ di effetto Orton e il gioco è fatto (Rocca Calascio, Abruzzo)

Già erano tanti prima, ma oggi grazie a Internet i cliché sono cresciuti a dismisura. Ogni immagine che sia di successo diventa in modo quasi automatico un modello da riprodurre più e più volte, ad nauseam.

Non che anticamente non esistessero modelli a cui i vari artisti si ispiravano. Certe statue greche sono state riprodotte per secoli dagli scultori, che anche quando la classicità era oramai finita continuavano a sfornare lanciatori di giavellotto e divinità varie intente ad amoreggiare o fare la guerra. E nella pittura le regole dell’Accademia erano così stringenti che alla fine si potevano trovare, in buona parte d’Europa, opere di autori diversi ma quasi identiche tra loro. Perciò il fenomeno non è nuovo.

In fondo c’è da dire che come esseri umani tendiamo a perpetuare schemi, comportamenti e iconografie che funzionano, o hanno funzionato in passato. Anche nel linguaggio quanti cliché e modi di dire possiamo elencare? Da “un attimino” a “ciaone”, per non parlare di neologismi come “petaloso”, è tutto un susseguirsi di frasi, aggettivi e sostantivi utilizzati a raffica, e il più delle volte a sproposito. L’importante, si dice, è capirsi.

Vero, ma se parliamo di arte e trasmissione delle emozioni, allora magari occorre prestare attenzione alle copiature e alle “ispirazioni” eccessive.

Ma come nascono i cliché, e quelli fotografici in particolare?

Una strada persa nella nebbia: un classico cliché.

In verità, all’inizio c’è sicuramente un fotografo che, per primo, avrà reso al meglio un determinato soggetto e che, grazie al successo delle sue immagini, lancia una moda.

Si tratta a volte di grandi autori, basti pensare a Ernst Haas a cui si deve il proliferare di panning, mosso intenzionale e colori accesi, sebbene lui abbia sempre evitato di perpetuare una tecnica, che definiva “la fine di tutto”, nel senso che se un fotografo sfrutta la tecnica invece della creatività, smette di essere un vero artista. Lezione che dovresti tatuarti sul braccio destro per averla sempre davanti agli occhi.

Spesso però l’autore originario è sconosciuto o dimenticato. La forza del cliché è di essere facile, immediatamente comprensibile, di veicolare con agilità un’emozione non profonda, anzi preferibilmente superficiale, di fare forza su alcuni segnali che chiunque può comprendere. Per questo sono ampiamente utilizzati in politica, nella pubblicità, nella comunicazione aziendale.

Una classica foto “da cartolina” di Roma, quella che milioni di turisti cercano di fare (in genere c’è la fila): la cupola di San Pietro vista dalla serratura di Santa Maria del Priorato, la sede dei Cavalieri di Malta.

In altre parole, non è necessaria una grande cultura visuale per comprenderlo. Di rado i cliché fanno riferimento a sentimenti negativi, nella gran parte dei casi veicolano tenerezza, simpatia, allegria, cose del genere.

C’è qualcosa di male nel condividere fotografie basate su cliché? Ovviamente no, come non c’è niente di male nel condividere fotografie “ispirate” a quelle di grandi autori.

Se questo è quello che pensi sia lo scopo finale della fotografia: farti avere molti apprezzamenti (in genere da chi di fotografia vera non capisce quasi nulla), aumentare la tua popolarità (se gestisci un blog o un sito, la cosa può farti comodo), accreditarti – non si sa bene su quale base – come persona sensibile, romantica, simpatica, divertente, e via elencando. Son le cose che il 90% di chi frequenta Internet desidera, e dunque è un ulteriore rafforzativo della tentazione di scattare foto di questo tipo.

Ma se il tuo obiettivo è quello di essere un fotografo davvero sensibile e creativo, allora lascia stare, e dedicati a capire davvero quel che hai dentro, e a come esprimerlo al meglio.

  • Studia i grandi autori, copia le loro foto a scopi meramente didattici, ma concentrati sulla persona che sta dietro la fotocamera, non soltanto su quel che è in grado di fare. La grandezza di Salgado non è nella sua (indiscussa) abilità tecnica, ma nella sua umanità, e lo stesso vale per gente come Ansel Adams o Michael Kenna. Ciò che rende grandi le loro foto… sono loro stessi!
  • Ribalta i cliché, dissezionali, studiali, non utilizzarli così come sono, ma sfruttali come elemento creativo. Molti l’hanno fatto, ma c’è spazio per ulteriori sperimentazioni. Pensa a come immagini strafamose siano state manipolate per la pubblicità o per l’Arte (la Gioconda con i baffi ti dice nulla?). Il cliché non è per forza negativo, anzi: si tratta di non sottostare al suo potere ammaliante, ma di utilizzarlo secondo la tua sensibilità, non quella di qualcun altro;
  • Ricorda che l’artista, il creativo, è sempre rivoluzionario, anche quando non lo sembra affatto. Risulta piuttosto facile fare rumore, battere la grancassa e farsi notare in questo modo. Ma è un’attenzione che nasce dal fastidio, a volte dal rifiuto, degli altri: ci sono moltissimi casi che dimostrano che spesso funziona. Ma in realtà ti consiglio di puntare tutto su qualcosa di più sottile.

Se sei caratterialmente una persona che ama stare sotto i riflettori e non passare inosservata, va bene così, fai casino e goditi il risultato. Ma se sei come la maggior parte degli esseri umani, quel che vuoi davvero è che gli altri ti riconoscano, che ascoltino quel che hai da dire, che apprezzino il modo in cui lo dici. Perfeziona questo aspetto, poi arriva al punto di “uccidere i maestri”, come insegna il buddismo Zen: un’uccisione metaforica che significa abbandonare il noto per l’ignoto, sganciarsi dai modelli che abbiamo amato e studiato, e cercare finalmente una strada che sia tutta tua.