Sviluppare un corpo-prospettiva

Per una persona che ignora la storia naturale, passeggiare in campagna o in riva al mare equivale a camminare in una galleria d’arte piena di quadri, i nove decimi dei quali sono rivolti contro il muro” (Thomas Henry Huxley, 1891).

 

Il fotografo, mediamente, cerca di trasformare quel che ha davanti – un paesaggio, un soggetto umano o un edificio, qualsiasi cosa – in un’opera compiuta, spesso davvero da appendere al muro come in una galleria d’arte (ma il più delle volte nel salotto di casa), o da mostrare con orgoglio su Internet.

Così, si finisce per muoversi nell’ambiente circostante come un predatore, che spera solo di trovare la perfetta combinazione di elementi da bloccare in un “click”. Tanta fotografia contemporanea di “Street” è così. Ma anche molta fotografia naturalistica o di paesaggio, ad esempio.

Si tratta del cosiddetto “modello paesaggistico”, che apprezza il mondo solo da un punto di vista estetico e lo riduce ai suoi elementi essenziali prima di fissarlo in un dipinto o in una foto: prospettiva, orizzonte, piano panoramico, al limite colori ed elementi portanti. Gran parte della pittura ottocentesca e – di conseguenza – della fotografia degli inizi si basa su un simile modello, che ha continuato a essere utilizzato soprattutto perché funziona, fornendo dei parametri più o meno certi rispettando i quali si ottengono immagini “efficaci”. La famosa regola dei terzi è un retaggio di questa epoca in cui la precisione dell’inquadratura e le capacità “organizzative” dell’artista (cioé le capacità di scegliere e gestire i soggetti) rappresentavano la vera differenza tra un Autore con la “A” maiuscola e un semplice dilettante della domenica.

Ho riflettuto molto su questi aspetti – anche facendo una severa autocritica – dopo aver letto il libro “Imparare a vedere” della storica dell’arte francese Estelle Zhong Mengual. Il problema vero è che tutte queste regole e regolette, ma soprattutto questa mentalità che separa ciò che siamo noi da quello che ci sta intorno, ci impediscono di andare in profondità e di vedere le cose come sono davvero. La Mengual parla di “Grande separazione dell’Incanto” riferendosi ai due grandi campi della conoscenza umana: da un lato c’è la Scienza, che ci rivela – o cerca di farlo – quale sia la vera natura delle cose e opera secondo una logica principalmente basata sulla matematica, dall’altro lato c’è l’Arte, che lavora con le emozioni e dunque cerca di “incantarci”, laddove la scienza cerca sempre il “disincanto”.

I due campi debbono restare sempre separati, secondo la logica corrente: uno scienziato non può permettersi di lasciarsi andare alla poesia, deve freddamente analizzare i dati e trarne delle conclusioni logiche. L’artista non deve invece seguire la realtà delle cose, anzi più se ne distacca più è creativo, originale, evocativo.

In questo modo Uomo e Natura restano divisi, ciò che ci è intorno è di fatto o un grumo di numeri da analizzare o un elemento irreale e poetico. Non è mai sé stesso.

Per la Mengual l’unico modo per superare l’impasse e cercare di riunire arte e scienza è ripartire dal corpo, che non va inteso solo come una sorta di involucro, di separazione netta rispetto all’esterno, ma come canale per comunicare, per connetterci con il mondo circostante e ascoltarne la risposta, e questo vale sia se tale connessione avviene con un altro essere umano oppure con una pianta o un animale.

Dobbiamo essere un corpo-prospettiva, per usare la sua definizione, che indaga un altro corpo-prospettiva. Per comprendere una felce – quasi in spirito Zen – dobbiamo essere una felce, penetrare la natura stessa della felce che non è pura forma o un insieme di elementi chimici, ma un organismo in grado di vivere in luoghi specifici (ombrosi e umidi) e di interagire con l’ambiente. Anche con noi, se ci mettiamo nella giusta prospettiva, appunto. Il nostro corpo, insomma, “diventa la prospettiva particolare di un vivente umano sul mondo“.

Per i fotografi queste considerazioni sono fondamentali. Pensiamoci. Quante volte fotografiamo – per dire – un paesaggio sapendo davvero quel che stiamo guardando, mettendoci insomma “nei suoi panni”? Comprendendo come l’erosione abbia modellato le rocce, come gli alberi abbiano sviluppato adattamenti per sopravvivere in quello stesso ambiente, come i prati si siano generati magari grazie all’intervento umano? Viceversa, pensiamo solo a quale sia la corretta esposizione, la giusta inquadratura, magari l’orario migliore per lo scatto. Tutti elementi importanti, ma non i più importanti.

Credo – questa è la mia riflessione – che il vedere così tante foto di paesaggio (e di tutti gli altri generi fotografici) vuote, superficiali, solo spettacolari ma poco coinvolgenti a un livello superiore dipenda da questa “separazione dell’Incanto”. Agiamo o come degli scienziati (pensiamo: 1/30 di secondo, ISO 100, f/16, 80 mm o dati del genere) oppure come poeti, ricorrendo a tecniche “esoteriche” solo per non rendere il soggetto in modo “banale” (ricorrendo al mosso intenzionale, allo sfocato, all’infrarosso e così via).

A volte tutto si esaurisce in questa ricerca di un risultato che sia valido soprattutto dal punto di vista fotografico. Ma al soggetto, chi ci pensa? Chi tiene conto del suo “modo di essere”?

L’unico – che io sappia – ad aver tentato un approccio diverso è stato Minor White, con risultati non sempre felici, ma il più delle volte di straordinaria efficacia. Lui sosteneva, io credo a ragione, che quel che il fotografo deve fare è mettersi in ascolto: lo spirito del luogo (direi il soggetto stesso) resterà sempre in attesa del fotografo che ha scelto.

Nel mio lavoro – in corso – dedicato al fiume Tevere, messo a confronto con le modificazioni che il progresso ha portato nella sua valle (autostrada del Sole, TAV e molto altro), queste riflessioni mi sono state dannatamente utili. O, almeno, lo spero, perché poi dovranno essere i risultati a parlare (intanto puoi seguire il mio blog “Tiber” per conoscerne gli sviluppi).

Il libro della Mengual non parla di fotografia e – a dispetto del titolo – nemmeno in senso stretto di come riuscire a “vedere meglio” la realtà, ma anche se a volte risulta un pochino ripetitivo, ha l’immenso merito di offrire un approccio diverso al mondo naturale che poi – a conti fatti – rappresenta tutta la realtà che possiamo conoscere, perché tutto è natura, anche se viviamo in città. E forse è questo il messaggio più importante: essere costantemente in contatto con il nostro io profondo e metterlo in collegamento con ciò che sta al di fuori di noi. Sentirci un tutt’uno con il pianeta.

Poi fotografare.

Tags:

Reflex-Mania
Logo