Tina Modotti: la Fotografa della Rivoluzione

C’è una frase di Tina Modotti che citerò in questa breve introduzione all’artista perché, da sola, serve a sintetizzare una biografia: “metto troppa arte nella mia vita e di conseguenza non mi rimane molto da dare all’arte”.

Difficile trovare un altro aforisma che meglio di questo spieghi la persona e il personaggio Tina Modotti. Una frase verissima quanto, inconsapevolmente, falsa.

Perché quando vita e arte coincidono quasi completamente, ed è questo il suo caso, non è possibile fare un discorso che divida nettamente le due cose. Quanto appartiene alla vita ordinaria e quanto a quella di professionista, quando c’è in ballo un talento del suo calibro?

1924 – Ritratto di Tina Modotti eseguito da Edward Weston

Fotografa, ma anche attrice protagonista di alcuni film muti dei primi anni Venti del secolo scorso, Tina Modotti rientra perfettamente in quella ristretta cerchia di Artisti (sì, con la maiuscola) dell’obiettivo.

La sua fotografia, infatti, è a pieno titolo una delle più importanti testimonianze dell’inizio del secolo scorso.

Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.

Ennesima citazione che prova l’attendibilità un luogo comune che mi piace riportare prima di iniziare a parlare della vita di Tina Modotti: è proprio vero che il vero genio spesso non sa di esserlo.

Tacciati di essere convenzionali e sensazionalisti, tuttavia i luoghi comuni spesso ci azzeccano. E in questo caso, più che in ogni altro.

Tina Modotti: tra Udine e la California

Nata a Udine il 17 agosto 1896, Tina Modotti trascorre i suoi primi mesi di vita nel quartiere di Borgo Pracchiuso dove vive la sua famiglia operaia aderente al Socialismo.

Sua madre era una casalinga che sporadicamente si dedicava al cucito, il padre era un meccanico e carpentiere. La casa in cui viveva la famiglia di Giuseppe Modotti era molto più che spartana, praticamente fatiscente. E in effetti, quando Tina ha solo due anni, tutta la famiglia si trasferisce in Austria per cercare condizioni economiche più favorevoli.

In Austria nascono altri quattro fratelli nel periodo che intercorre fino al 1905, quando la famiglia Modotti fa ritorno a Udine: Tina frequenta con ottimi risultati le scuole elementari nel capoluogo friulano.

Nel 1908 inizia a lavorare in una fabbrica tessile della città, ma è in questo periodo che Tina Modotti ha il suo primo approccio con la fotografia, grazie allo zio paterno, proprietario di uno studio fotografico. E mentre apprende i primi rudimenti su quella che sarà la sua professione da adulta, il padre emigra in America in cerca di un lavoro.

Su esempio preso dal padre, nel 1913 Tina Modotti lascia l’Italia per raggiungere San Francisco dove trova impiego in un’azienda del settore tessile

Il suo primo approccio con l’arte non è subito fotografico, infatti in questo periodo si avvicina al teatro amatoriale recitando in alcune opere di Pirandello e D’Annunzio, gli autori più noti della scena italiana di primo Novecento.

La svolta professionale di Tina Modotti arriva però nel 1918, in seguito al matrimonio con il pittore Roubaix de l’Abrie Richey, anche noto con il soprannome “Robo”. La coppia lascia San Francisco per giungere a Los Angeles. Per Tina è l’occasione giusta per avvicinarsi a una carriera nel cinema.

Tina Modotti a Hollywood

Il primo film a cui partecipa ha per titolo The Tiger’s Coat, in italiano Pelle di tigre. La pellicola, che la vede  protagonista accanto a Lawson Butt, è un discreto successo e soprattutto lancia il nome dell’attrice italiana nello stardom hollywodiano.

Percepita come un talento sensuale ed esotico e forte di una recitazione meno convenzionale rispetto alle classiche attrici del periodo, Tina Modotti sembra distinguersi per queste caratteristiche nel cinema del periodo.

Al primo film seguono altri due titoli che non hanno la stessa risonanza di Tiger’s Coat, Riding with Death e I Can Explain. Per Tina Modotti il cinema si trasforma in una vera e propria delusione, anche se rappresenta un’occasione per farsi conoscere negli Stati Uniti. E infatti per la sua bellezza viene immortalata da fotografi come Joahn Hagemayer, Jane Reece e da Edward Weston, con il quale intreccerà una relazione sentimentale.

Nel 1922 muore il marito, durante un viaggio in Messico. Tina Modotti si reca nel paese per i funerali di “Robo” e scopre una nazione che negli anni successivi sarà al centro della sua vita.

Tina Modotti tra San Francisco e il Messico

Nell’estate del 1923 Tina Modotti torna in Messico con il nuovo compagno Edward Weston, con il quale si stabilisce nella capitale. La coppia vive attivamente il clima politico post-rivoluzionario ed entra in contatto con il partito comunista messicano e con diversi artisti del periodo, primi tra tutti i muralisti David Alfaro Siquieros, Clemente Orozco e Diego Rivera.

L’impegno politico coincide con l’avvicinamento all’arte e, grazie alla relazione con Weston, Tina Modotti si avvicina alla fotografia sviluppando prestissimo una propria cifra stilistica.

Il 1924 è un anno fondamentale nella biografia di Tina Modotti: la sua prima esposizione fotogafica, insieme a Edward Weston, è inaugurata nel Palacio de Minerìa, in presenza del capo dello stato. Subito dopo la coppia fa ritorno a San Francisco: giusto il tempo per conoscere la fotografa Dorothea Lange e acquistare una camera Graflex.

Ritornata in Messico, Tina intraprende un viaggio con il suo compagno nelle regioni centrali del paese. È un esperienza di vita e d’arte fondamentale per la sua carriera: tre mesi che porteranno alle immagini per il libro Idols Behind Altars dell’antropologa Anita Brenner.

Da questo punto della sua vita, Tina Modotti è a tutti gli effetti una fotografa professionista con un nome prestigioso, e riesce a vivere con la sua arte. Entra a far parte del partito comunista e ha una relazione con il pittore militante Xavier Guerrero. Tra gli altri suoi impegni, spicca l’impegno per il movimento sandinista nel comitato “Manos fuera de Nicaragua” e si prodiga per la liberazione di Sacco e Vanzetti.

La passione politica

È in questa fase, la seconda metà degli anni Venti, che la fotografia di Tina Modotti cambia radicalmente: il suo obiettivo si sposta dalla natura verso la denuncia sociale. La sua fotografia si fa strumento di indagine. Il lavoro è esaltato in tutte le sue forme, così come le manifestazioni politiche, il ruolo dei sindacati, l’iconografia del comunismo.

Le riviste più importanti del paese si contendono i suoi scatti, mentre la frequentazione della scena intellettuale messicana la porta a conoscere la pittrice Frida Kahlo (con la quale probabilmente ebbe una relazione sentimentale) e lo scrittore John Dos Passos.

Frida e Tina

Dall’estate del 1928 Tina Modotti stringe una relazione con il giovane rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella. La sua fotografia è ancora più vicina alla militanza politica, ma la relazione con Mella dura poco perché Julio Antonio è ucciso nel gennaio dal 1929 da alcuni sicari di Gerardo Machado, dittatore di Cuba.

Tina Modotti, “Le mani del burattinaio”


1929 – Uno dei più celebri scatti di Tina Modotti, “Le mani del burattinaio”. Senso estetico simbolista e denuncia politica si fondono in una immagine simbolo della sua fotografia.

Con una sua mostra definita “la prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico”, la carriera di fotografa di Tina Modotti è al suo apice nel dicembre del 1929.

Qualche mese dopo, infatti, è costretta a lasciare la nazione perché accusata ingiustamente di aver partecipato a un attentato contro Pasqual Ortiz Rubio, il nuovo capo di stato. Arrestata ed espulsa dal Messico, Tina fa ritorno in Europa.

Gli ultimi anni di Tina

In Europa Tina Modotti mette da parte la macchina fotografica e si dedica completamente alla politica.

Prima in Russia, dove si unì alla polizia segreta sovietica, poi in Spagna per la Guerra Civile, accanto al politico italiano Antonio Vidali, il suo nuovo compagno fin dagli ultimi giorni in Messico.

In Spagna fino al 1939, rientra in Messico con Vidali sotto falso nome, per morire in circostanze sospette il 5 gennaio del 1942, ufficialmente vittima di un infarto.

Secondo il muralista Diego Rivera, invece, sarebbe stato il suo stesso compagno a ucciderla, in quanto troppo pericolosa per l’attività rivoluzionaria di Vidali.

Ad aumentare il mistero legato alla morte di Tina Modotti, alcuni storici hanno anche parlato di un suo coinvolgimento – insieme ad Antonio Vidali – nell’assassinio del politico russo Lev Trotsky, avvenuto proprio a Città del Messico.

Tina Modotti: lo stile e la tecnica

Come per un’altra grande fotografa italiana, Letizia Battaglia, lo stile della Modotti, specie quello della maturità artistica, è legato a doppio filo all’esperienza personale della società in cui viveva. Alla sua attività politica e rivoluzionaria.

Donna di Tehuantepec, Messico

1929 – Donna di Tehuantepec, Messico

Contadini in sciopero, Messico

Come già detto, nell’esperienza di Tina Modotti, il dato biografico e l’aspetto artistico sono praticamente la stessa cosa.

Ma nella sua breve ma intensa attività di fotografa ha lasciato un segno indelebile, mostrando di avere un’innata passione per quella che negli anni sarebbe diventata la “street photography”.

Uno stile fotografico, il suo, non attento ai soli aspetti estetici, ma in primis ai contenuti sociali.

La fotografia, proprio perché può essere prodotta solo nel presente e perché si basa su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina fotografica, rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento. Se a questo si aggiungono sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un’idea chiara sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico, credo che il risultato sia qualcosa che merita un posto nella produzione sociale, a cui tutti noi dovremmo contribuire.

In questa affermazione risalente al 1929, c’è tutta la poetica di Tina Modotti. L’obiettività della fotografia è al centro di tutto, e poi ci sono coscienza politica e attivismo sociale.

Purtroppo, gran parte della sua produzione è andata dispersa o è rimasta in mano ai privati, ma guardando le immagini negli anni si può intuire una crescita. Un veloce passaggio da una prima fase in cui dominavano le nature morte a una maturità artistica che sfocia nella fotografia “della rivoluzione”.

Nel periodo che va dal 1924 al 1927 si vede forte l’influenza della Bauhaus tedesca: oltre ai soggetti floreali prevalgono l’architettura e le forme geometriche. Anche il padre di Frida, Guglielmo Kahlo, fotografo di architettura, è un modello forte per Tina Modotti.

Dal suo stile coglie il minimalismo e l’essenzialità, la potenza della geometria.

Durante la relazione con Weston, Tina Modotti si cimenta anche nella ritrattistica. A differenza del suo compagno, però, Tina predilige un approccio più personale e meno organizzato.

Con la partecipazione politica, la sua fotografia si fa realista senza perdere il forte valore simbolico del primo apprendistato. Se i soggetti umani sono immortalati nella spontaneità quotidiana del lavoro, i ferri del mestiere diventano protagonisti di immagini fortemente simboliche e organizzate per lo scatto fotografico.

I detrattori di Tina Modotti hanno spesso sottolineato la scarsa nitidezza delle sue immagini e l’imprecisione tecnica di molte sue fotografie. Ma c’è una ragione precisa dietro a questa critica eccessivamente dura: una macchina fotografica come la sua Graflex non era il massimo per cercare di catturare la spontaneità nelle immagini.

Il peso eccessivo infatti non permetteva inquadrature veloci.

Per una fotografia del genere sarebbero stati perfetti i modelli piccoli e veloci della Leica che però, a quei tempi, non erano ancora lo standard abituale.