Un percorso alle radici delle motivazioni della fotografia di viaggio – PARTE 2

Questo è un articolo di L’Uomo Nella Folla, rubrica di street photography a cura di Alex Coghe

Continuo questa mia riflessione sulla fotografia di viaggio (vedi qua la prima parte) stabilendo da subito un principio: per me il viaggio è qualcosa di già determinato in sé stesso, non è un medium.

Mi interessa cioè il viaggio in sé, e da ciò ne consegue necessariamente la mia maniera di viverlo realmente “all’avventura”.

Certo, parto con un programma, o meglio, un itinerario, almeno delle cose più importanti che voglio fare.

Ma per esperienza so già che in parte verrà disatteso per lasciare spazio all’istinto e agli eventi imponderabili. E alla fine è bello così.

Il viaggio per me è un’azione nervosa, sorprendente, misteriosa. Il viaggio sintetizza per me, in sostanza, la fragilità dell’immediatezza della vita, e dunque il passaggio del tempo. Ed è il tempo che concorre a strutturare qualcosa che in un viaggio non manca mai, tanto quanto presenza reale che metafisica: il paesaggio.

Quando sono in viaggio mi sposto a piedi, in macchina e in bus. L’idea di travelling è un elemento che influenza molto la forma del mio racconto visuale e che determina, di fatto, l’essenza stessa di molte delle esperienze fotografiche realizzate in questi anni.

In particolare a Oaxaca ho esplorato tanto anche se sono cosciente del fatto che ci sia ancora tantissimo da visitare. Lo stato di Oaxaca è vastissimo, e inoltre a renderlo ancora più grande è senza dubbio la particolarità delle differenti identità che lo identificano.

Il mio pensiero come fotografo è quello di rendere palese la percezione dell’esperienza errante.

Questo si può fare utilizzando alcuni escamotages visuali come ad esempio includere all’interno dell’inquadratura il parabrezza dell’auto nella quale sto viaggiando.

Un’attenzione formale che diventa dichiarazione di intenti: nell’era moderna la percezione del paesaggio si ha all’interno di un quadro offerto dal finestrino o il parabrezza di un’automobile appunto. Qualcosa che hanno celebrato in passato grandi maestri di certo tipo di fotografia che ci sta a cuore, ad esempio Joel Meyerowitz e Lee Friedlander.

Altra soluzione è quella di rendere evidente il movimento del paesaggio grazie alla velocità di navigazione del mezzo di trasporto nel quale siamo.

Questo significa tenersi lontano da 1/1000 sec e scegliere invece le velocità di otturatore più lente.

Perché quando fotografi da un mezzo di locomozione cioè che importa non è soltanto il soggetto che inquadri. Molta della motivazione della foto deriva infatti dal senso di passaggio temporale che riusciamo a dare attraverso l’immagine catturato.

Questo “senso di passaggio” crea un’atmosfera e dunque delle sensazioni.

La ampiezza di visione di certi luoghi crea un tipo di fotografia di paesaggio che rimarca quella poetica dell’immagine tanto cara ad una fotografia che amo in maniera particolare: Rebecca Norris-Webb.

La percezione dei volumi e i livelli di profondità che possiamo trovare in una sua fotografia in taluni casi sconfina nel metafisico, fornendo all’osservatore una comprensione inedita della geografia e del funzionamento del paesaggio in esame.

Questa idea ritengo sia particolarmente interessante e uno dei motivi propulsori dell’ispirazione a fotografare all’interno di un veicolo in movimento.

Inoltre la visione è dichiaratamente esposta alla soggettività, rimarcata dal fatto che forniamo un elemento diverso: la precisa sensazione di essere dentro un abitacolo.

Ma a parte gli aspetti tecnici, c’è qualcos’altro di cui mi preme parlare a proposito della fotografia di viaggio. Qualcosa che parte da una mia esperienza personale che voglio adesso condividere con te.

Quando sono a Oaxaca mi capita spesso di collaborare con una ONG, chiamata Puente a la Salud Comunitaria, documentando le attività di detta associazione sul territorio.

La missione di Puente a la Salud Comunitaria contribuisce alla sovranità alimentare e a migliorare la salute e il benessere delle comunità rurali in Messico attraverso la coltivazione, la trasformazione, il consumo e la commercializzazione dell’amaranto.

Infatti i cibi processati importati sono una delle principali cause della malnutrizione, e questo colpisce in particolare le comunità rurali. Solo a Oaxaca si calcola che almeno il 36% dei bambini soffra di malnutrizione.

Puente a la Salud Comunitaria cerca allora di favorire l’accesso a offerte di alimenti locali e di qualità.

Una delle sue attività più importanti è quella educativa, che svolge attraverso corsi estivi rivolti ai bambini di circa 30 comunità rurali, in particolare quelle della Mixteca e della Valle Centrale di Oaxaca.

Lavorare per Puente a la Salud Comunitaria ha contribuito a rafforzare in me la concezione di “viaggio” come esperienza di crescita culturale e spirituale, in cui la fotografia diviene al tempo stesso scusa e mezzo insostituibile per la comprensione e la diffusione di quello che osservo.

Nei  due brevi video che trovi qui sotto voglio condividere con te una delle esperienze di viaggio alla quale sono più affezionato.