Una foto proprio brutta. Cioè bella.

Ci siamo passati tutti. Chi dice il contrario mente spudoratamente. Infatti tutti dinanzi a qualsiasi opera d’arte – e qualsiasi fotografia – abbiamo decretato: bella! con le varie declinazioni oggi sempre più legate ai Social: capolavoro! Fantastica! Splendida! Wow!

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Col tempo molti si raffinano e cominciano almeno a fornire un minimo di spiegazione rispetto all’apprezzamento o anche al deprezzamento (ma è più raro). Una minoranza ancora più infima arriva ad articolare un ragionamento che definiamo critico, o addirittura estetico. I più, s’intende, continuano con i loro stucchevoli “wow!”.

Ora, definire bella o brutta una cosa – e nel nostro caso una fotografia – è una trappola mortale in un ecosistema sociale come il nostro in cui si cerca sempre di fingersi o esperti sufficientemente svezzati oppure principianti assoluti e ipso facto innocenti: “sai, non me ne intendo…” (che mi è sempre sembrata un’ottima ragione per non esprimersi e tacere).

Davvero bisogna capirci di fotografia per valutare un’immagine? E siamo sicuri che essere esperti, magari far parte della giuria di un premio o di un concorso, significhi invece saper intuire quanto una foto – e ancor più un progetto fotografico – valga davvero?

Estetica è un termine che oggi come oggi va per la maggiore e temo non sia un caso. Viene ovviamente utilizzato nel settore – neanche a dirlo – “estetico”, nella moda o affini, ma sempre di più come pezza d’appoggio per distinguere quel che è “artistico” e degno di considerazione da quel che invece è solo “robaccia”.

Estetica rinvia alle parole greche aisthesis (percezione), aisthanomai (sentire) e aisthetikos (cioè riferito alla sfera sensibile) dunque è un fatto percettivo, legato ai sensi, fallace e – soprattutto – definibile con difficoltà, perché varia con le società, le culture, i tempi che si vivono.

Oggi è esteticamente gradevole ciò che solo un secolo fa era considerato orrendo, e ciò che in Europa apprezziamo non è apprezzato affatto in Africa, ad esempio. Chi stabilisce cosa sia appunto “esteticamente gradevole”? Esiste un’autorità super partes? La risposta ovvia è no, ma in certi ambiti (come quelli che ci interessano) un ruolo dirimente lo ha assunto il “sistema dell’Arte”, quell’insieme di critici, mercanti, galleristi, espertoni che decreta con una certa sicumera chi vale e chi no.

Come osservava già nel 1972 Harold Rosenberg – critico d’arte statunitense inventore del termine “action painting“, tra l’altro – è davvero complicato decidere se quel che fa un artista contemporaneo “sia un capolavoro oppure ciarpame“.

Perché appena si esce dal “mondo dell’arte” ci si scontra con un’incomprensione totale e potremmo dire una feroce incomunicabilità tra l’artista e la società a cui pure dovrebbe rivolgersi.

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Quando nel 1926 lo scultore romeno Constantin Brâncuși (1876-1957) spedì la sua opera forse più famosa, “Uccello nello spazio“, alla Brummer Gallery di New York, un solerte funzionario della dogana statunitense, F.J.H Kracke, lo ritenne non un’opera d’arte (in quanto tale esentata dal pagamento delle tasse), bensí un utensile da cucina, commerciabile e tassabile. Me lo immagino di fronte all’oggetto misterioso: “questo pensa di fregare me, ma si sbaglia. Opera d’arte? Seeeee!”. Brancusi pagò la cifra richiesta ma poi decise di avviare un ricorso che portò a un famoso processo che lo vide vincitore, con sentenza emessa due anni dopo.

A mio parere il funzionario della dogana non è che avesse tutti i torti: la scultura non sembrava affatto un uccello, anzi, e la sua forma stilizzata non rientrava tra i parametri che la dogana americana aveva adottato sin dal 1916 per stabilire cosa dovesse essere considerato “arte” e cosa no, cosa dunque arricchisca la cultura – ed è duty free – e cosa invece è solo un “attrezzo”.

Se un orinatoio, purché valorizzato da Duchamp, diventa un’opera d’arte, come distinguerlo da un orinatoio vero, da mettere in un bagno pubblico, che dunque paga le tasse?

Durante il processo venne interrogato anche il fotografo Edward Steichen. A lui il giudice chiese: “lei come lo chiama questo?” (domanda tendenziosa a mio parere) e Steichen: “un uccello, come indicato dall’autore“. Mi vedo il giudice Waite puntare lo sguardo sul fotografo e incalzare: “e allora se l’artista lo chiama uccello vuol dire che per lei questo è un uccello?” (sempre tendenzioso ‘sto giudice). Steichen rispose affermativamente. Ma al giudice non lo freghi: “se dunque lo avesse visto per strada lo avrebbe chiamato uccello?“. Steichen balbettò: “no, vostro onore“. Fregato.

Se l’oggetto d’arte lo porti fuori dal contesto artistico perde il suo senso, sembrerebbe la conclusione. Così una fotografia che potremmo definire “scarsa” se vista sui Social, diventa un capolavoro quando è sui muri di un museo o una galleria? Pensaci: quante foto famose, importanti, di grande valore anche economico non passerebbero nemmeno la selezione iniziale in un concorso fotografico del dopolavoro ferroviario? L’ecosistema di fruizione dell’opera conta, eccome.

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La vicenda del processo insegna molto sull’arte contemporanea e dunque anche sulla fotografia. Il funzionario doganale continuò sempre a ripetere, riferendosi a Brancusi, “se quello è un artista, io sono un muratore“. Quanti di voi dinanzi a certe fotografie hanno sospirato: “se quello è un fotografo, io sono Leonardo da Vinci“?

Il problema è che siamo legati alle regole, alle modalità di visione che ci vengono dal passato e anche se facciamo finta di avere la mente aperta e di accettare che opere come quelle di Brancusi, di Duchamp o Picasso siano “grande Arte”, dentro di noi qualcosa oppone resistenza e ci diciamo – come fecero i giudici nella sentenza su “Uccello nello Spazio” – che in fondo è “piacevole da guardare e molto decorativo“, che a me ricorda più la definizione di un “utensile da cucina” che di una scultura.

Vedi che il doganiere un po’ aveva ragione?

Figuriamoci poi quando, come “Guernica” di Picasso, non è nemmeno piacevole da guardare o decorativa!

Diciamocelo: scontiamo la tradizione greca in cui l’artista non è definito come un creatore, ruolo che può ricoprire solo una divinità, ma è chiamato a riprodurre il mondo delle “apparenze sensibili” secondo le leggi della natura.

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Insomma, la sua individualità deve scomparire, deve cancellare nella sua opera le tracce della propria personalità, come suggerito da Aristotele. Più sa essere mimetico, meglio è. Non a caso solo in tempi assai più recenti le opere hanno iniziato ad avere un “autore”, prima al massimo si parlava di “scuole” e non c’era alcuna remora a copiare pedissequamente una scultura, come ad esempio facevano i romani con gli originali greci.

Ecco, oggi è ancora così per una parte importante del pubblico. Sicuramente per il pubblico delle opere fotografiche: una foto deve riprodurre nel miglior modo possibile la bellezza della natura (un paesaggio, un volto, un animale o anche forme derivate come edifici, oggetti e così via); se non lo fa come minimo è “strana”, di sicuro poco interessante. Sui Social riceve pochi “like”, questo è certo.

Il filosofo britannico Bernard Bosanquet (1848-1923) non a caso distingue una bellezza che definisce facile, in quanto agevolmente riconoscibile e accessibile a tutti, da una bellezza che invece richiede al fruitore di penetrarne la complessità e direi l’opacità. Per questo, a coloro che non sono in grado di apprezzarla, l’arte può talvolta apparire brutta laddove si tratta invece solo di un’arte piú difficile. Quelli del “sistema dell’arte” non li fregate facilmente.

C’è poi l’aspetto tecnico: compito dell’artista “classico” – dalla Grecia in poi, almeno in Occidente – è saper utilizzare sapientemente tecniche difficili: ad esempio ricorrere a fotocamere grandi e pesanti – e complesse – creare negativi grandi come un lenzuolo da stampare in Camera Oscura, manualmente, in formati giganteschi oppure utilizzare fotocamere da 60 megapixel che costano come un Tir con rimorchio (e altrettanto pesanti) e poi saper postprodurre i file in modo perfetto in modo che poi la stampa di 6×9 metri possa mostrare ogni più piccolo filo d’erba. Allora, a prescindere, devi per forza essere uno “bravo” anche se – scusate il francesismo – le foto fanno cagare.

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Ma negli ultimi tempi – in ogni campo dell’arte non solo in fotografia – l’accento si è spostato verso l’idea, verso un approccio molto più leggero in cui le capacità tecniche o non contano o possono essere delegate: ad esempio l’effettiva realizzazione della foto è opera di qualcun altro (un/una assistente ad esempio) mentre il fotografo/a è solo un/a “regista” di quel che si sta realizzando. Vale anche per gli scultori. Siamo ben lontani oramai dallo stereotipo dello scultore ricoperto dalla polvere di marmo di Carrara e con i calli alle mani: Jeff Coons o Maurizio Cattelan sono ad esempio dei “progettisti”, poi hanno schiere di artigiani che concretamente realizzano le loro opere.

E allora dov’è la bravura? sosterrà il buon navigatore online. Così son capaci tutti!

Infatti l’arte contemporanea nel suo complesso (ci sono infinite eccezioni) è decisamente semplice da realizzare, spesso si può ricorrere a delle macchine, come stampanti 3D o taglierine laser. A volte ci si limita a uno sgarro sulla tela, a gettare secchiate di colore su una parete, a spostare un sasso o – parlando di fotografia – a prendere foto di altri (da Internet, nei mercatini dell’usato, dagli album di famiglia) e creare così “progetti fotografici” senza aver mai premuto un pulsante di scatto, o anche a fotografare in modo casuale paesaggi anonimi, a creare foto sovraesposte, mal composte e diciamo pure brutte, quasi peggio di quelle realizzate da certi principianti un tempo, prima che l’AI negli smartphone impedisse pure a loro di sbagliare.

E allora, l’estetica? Il sentire, la percezione del pubblico?

Davvero debbo far finta di farmi piacere un libro fotografico o una mostra senza capo né coda (almeno apparentemente) con foto banali, tirate via, insignificanti solo per non sentirmi dare dell’incompetente?

Mi verrebbe da dire di si: occorre far finta di farsi piacere (tanto, altrimenti non vale) il contemporaneo alternativo-post-sub-infra e poi, di nascosto, farsi quattro dosi di Ansel Adams o Cartier Bresson, così, tanto per poter di nuovo respirare. Ma sia chiaro, io questo non l’ho mai detto. Come sostengono certi politici, se credi che io abbia realmente detto quel che ho detto risulta evidente che mi hai frainteso!

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