Variabilità

Accade spesso che questi post F22 nascano in seguito a riflessioni che faccio per necessità personali e professionali. Anche stavolta è andata così: dovendo fare delle scelte di tipo “iconografico” per un mio progetto, sono stato costretto a riflettere su alcune possibilità che la fotografia ci mette a disposizione e su come, a volte, non sia affatto facile districarsi in questo dedalo.

 

Ma andiamo con ordine. Sto lavorando a un progetto che a suo tempo ho iniziato in bianco e nero. Trattandosi di foto soprattutto di tipo archeologico mi sembrava la scelta più ovvia. Ora, esistono fotografi che, lo sappiamo, hanno deciso una volta per tutte in che modo lavorare: a colori, in bianco e nero o con tecniche alternative, oppure in analogico. Insomma, non si pongono nemmeno il problema di variare il loro approccio: hanno già impostato la loro “personalità creativa” in un modo e a quello si attengono. Però ci sono altri fotografi – io tra quelli – che amano adattare la tecnica al tema del progetto, o semplicemente variare gli approcci per evitare di fossilizzarsi, ma anche per sperimentare. E allora la faccenda si complica.

Infatti, dicevo, il mio progetto a un certo punto in bianco e nero non mi convinceva più. Allora ho provato l’approccio a colori. Molte foto ho iniziato a farle daccapo, altre sono la versione di partenza di quelle che poi avevo convertito in monocromatico. Alcune centinaia di foto dopo, nemmeno il colore mi sembrava adatto. Qualcosa mi sfuggiva. E allora sono tornato al bianco e nero ma con l’aggiunta di una texture (tipo lastre al collodio, con graffi e vignettature) e con un viraggio seppia, per quanto leggero. L’altro giorno – mentre il progetto superava oramai le 400 foto selezionate – nuovo ripensamento. Contrordine, si torna al colore, ma desaturato…

Vedremo come andrà a finire, il tema di questo post non è il mio progetto, ma le possibilità che il digitale ci dà e di come questo sia un immenso vantaggio ma, a volte, anche qualcosa che crea incertezza e confusione. Possiamo variare le nostre foto su una scala che verte all’infinito per poi metterle a confronto e – mannaggia – ogni versione sembra interessante. Difficile scegliere l’approccio giusto. In effetti ai tempi dell’analogico non era così. Potevi certamente manipolare le foto, ma non così facilmente. In un mare di possibilità, la nostra vena creativa si alimenta, ma a volte travolge gli argini e crea disastri. E magari poderosi mal di testa. Voglio farti un esempio, semplice semplice. Mettiamo una foto, quella in apertura: l’ho scelta appositamente perché relativamente “neutra”. Si tratta di una pompa idraulica abbandonata.

Mettiamo di voler realizzare un progetto su queste strutture abbandonate che si incontrano in campagna. Magari siamo fotografi dediti con passione al bianco e nero e dunque, tornati a casa, sistemiamo l’immagine e la convertiamo per il BN.

Ma per l’uso che intendiamo farne, il bianco e nero tradizionale ci sembra un po’ troppo smorto o poco creativo e allora optiamo per un viraggio “caldo” e l’aggiunta di una texture, tenendola comunque poco visibile per non tradire l’immagine.

Ora la foto ci convince di più ma passato un po’ di tempo, riflettendoci bene, decidiamo che il progetto per il quale stiamo effettuando queste prime sperimentazioni sia meglio “vederlo” a colori, però per non perdere del tutto l’atmosfera potremmo anche decidere di aggiungere la stessa texture e il viraggio della foto bianco e nero alla foto a colori. Non male.

In effetti così la foto appare più calda e particolare, meno “straight”, diretta, e più “interpretata”. Ma a questo punto siamo presi dalla foga. Il digitale ci mette davanti così tante opzioni, diamine, come resistere? Basta qualche click e via, la foto cambia, e di parecchio. Perché non sfruttare un effetto “vintage” anni ’90 stile “cross-processing”, quello che si otteneva sviluppando una pellicola per diapositive nei bagni della pellicola a colori o viceversa? Voilà, è un attimo.

In effetti a questo punto si potrebbe giocare con il contrasto. Un tempo occorreva duplicare la foto (specialmente le diapositive) più volte per renderla super contrastata, un po’ come faceva Franco Fontana per ottenere i suoi famosi paesaggi della Basilicata con campiture di colori quasi uniformi. Oggi bastano trenta secondi, anche meno.

Beh, a questo punto potremmo provare a esagerare con la saturazione, tanto è facile…

Vabbe’, potrei continuare all’infinito, ma penso che tu abbia compreso qual è il punto. Il più grande vantaggio del digitale – la variabilità senza limiti dei risultati – può spesso diventare anche il più grande dei problemi, da un lato perché ci rende più insicuri rispetto alle scelte da fare, dall’altro perché ci pone dinanzi a una notevole responsabilità creativa.

Se possiamo fare tutto o quasi, invece di pensare alle foto, tendiamo a pensare agli “effetti” e generalmente il risultato è quello di esagerare. Le foto che si vedono in giro sono spesso il frutto di questa bulimia da effetto digitale, di cui ho elencato solo una parte infinitesimale, considerando tra l’altro che ogni effetto può a sua volta essere “mixato” con gli altri. Chi lavora con le fotografie singole ha certamente la vita più facile, ma un progetto fotografico dev’essere coerente sia dal punto di vista contenutistico che tecnico-espressivo e soprattutto non deve confondere lo spettatore, anzi deve coinvolgerlo e renderlo parte in causa. In fotografia nulla è neutro, ogni scelta che facciamo cambia il “messaggio” della foto o del progetto. Avere un vocabolario sterminato, anzi oramai avere la possibilità di parlare mille lingue diverse, è certamente una gran cosa, ma a volte può portare a disastri completi. Per questo scegliere è difficile.

Ti chiederai com’è finita con il mio progetto. Beh, ho fatto la mia scelta. Per ora. Penso funzionerà. Lo spero. Magari no.

Dannazione.

Tags:

Reflex-Mania
Logo