William Eggleston: il rivoluzionario del colore

Il grande merito di William Eggleston è stato quello di aver dato alla fotografia a colori una dignità che – parliamo degli anni Sessanta del secolo scorso – fino a quel momento non le era stata riconosciuta.

Parlarne oggi potrebbe sembrare un controsenso, dal momento che la fotografia si presume a colori, ma il dibattito sull’uso del colore cinquant’anni fa era uno dei topic più vivaci dell’arte contemporanea. E se ora il bianco e nero rappresenta una scelta stilistica raffinata e rétro, era invece la regola per chiunque avesse ambizioni artistiche, mezzo secolo fa. All’interno di questa accesa discussione, William Eggleston – come anche Stephen Shore – rappresentò una rivoluzione.

Eppure gli esordi di William Eggleston non furono a colori, influenzato com’era da un libro fondamentale come Il momento decisivo di Henri Cartier-Bresson. Poi, sul finire degli anni Sessanta, la svolta. Le sue immagini furono al centro di aspre critiche e tra i suoi colleghi erano più numerosi i detrattori degli entusiasti. In un’epoca in cui il bianco e nero era ancora l’unica via per dare alla fotografia lo status di arte (appena nata), le saturazioni di William Eggleston erano viste come un’eresia.

william eggleston

La scelta del colore non fu l’unica accusa mossa al fotografo americano, ma la maggior parte delle critiche puntarono il dito sui soggetti stessi degli scatti di Eggleston, ritenuti banali se non volgari. Eppure oggi basterebbe dare uno sguardo ai milioni di account Instagram con un minimo di ambizione fotografica per realizzare che… la lezione di William Eggleston è stata molto più importante di quella di molti altri suoi colleghi che ai tempi erano considerati migliori e più influenti del fotografo americano.

A distanza di anni la reputazione di William Eggleston è profondamente cambiata. Diversi curatori e critici contemporanei, infatti, vedono la sua opera come una rivoluzione nella storia della fotografia. Ed è difficile, oggi, non accorgersi della sua forte influenza in fotografi come Stephen Shore e Martin Parr o sulla fotografia dei film di registi come Wim Wenders e Gus Van Sant.

Gli esordi di William Eggleston

Nato nel 1939 a Memphis nel Tennessee, William Eggleston non fu sicuramente uno di quei talenti giovanili che a dieci anni decisero di diventare professionisti dell’obiettivo. La sua prima fotocamera acquistata, una Canon Rangefinder, è del 1957. Un anno dopo, la prima Leica della sua carriera. In questa fase William Eggleston si avvicina ai testi di Cartier-Bresson e al classico American Photographs di Walker Evans. I primi esperimenti sulle pellicole a colore risalgono a metà degli anni Sessanta, poco prima di recarsi a New York e presentare i suoi primi lavori a John Szarkowski, ai tempi direttore della fotografia del Museum of Modern Art. Era il 1967, data fondamentale per la carriera di William Eggleston e, più in generale, per la fotografia.

eggleston

Quando William Eggleston abbandona il monocromatico si serve del dye transfer, una tecnica brevettata dalla Kodak vent’anni prima. Con il dye transfer i negativi di partenza in bianco e nero, sono stampati in tricromia, attraverso filtri che sviluppano un’ampia gamma di rossi, blu e gialli. Questa tecnica permetteva di ottenere un’incredibile profondità delle immagini e una straordinaria intensità dei colori.

Nel 1974 ottiene il prestigioso Guggenheim Fellowship per la serie Los Alamos, titolo preso dalla tristemente nota base militare che diede vita alle prime sperimentazioni sulle armi atomiche. Nello stesso anno pubblica 14 Pictures che include uno degli scatti più famosi del fotografo, The Red Ceiling.

soffitto rosso eggleston

Due anni dopo, l’evento che cambiò per sempre la sua carriera: la sua personale al MoMA di New York è la prima di un artista che espone fotografie a colori. La mostra è distrutta dalla critica, che accusa William Eggleston di volgarità per il suo uso dei colori ritenuti eccessivi. Sempre nel 1976, Eggleston è impegnato a Plains per una serie di scatti commissionati dalla rivista Rolling Stone, prima dell’elezione del presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, originario della cittadina della Georgia. Il progetto diventa un libro, Election Eve.

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L’affermazione mondiale

Sul finire degli anni Settanta, la fama di William Eggleston esce dai confini degli Stati Uniti per diventare mondiale: prima è in Kenya per il progetto The Streets are Clean on Jupiter e poi in Europa per fotografare la serie Kiss Me Cracow, del 1983.

Nei primi anni Ottanta, William Eggleston è impegnato anche al cinema con Annie di John Houston – di cui fotografa il set – e con il documentario True Stories del leader dei Talking Heads David Byrne.

Nel 1984 esce la raccolta William Eggleston’s Graceland con un’ampia serie di immagini realizzate alla residenza di Elvis Presley. L’autore paragona il vuoto mausoleo del mito del rock n roll con le povere abitazioni di Tupelo dove era nato “The King”.

Il lavoro su Elvis è per certi versi introduttivo al progetto più importante di William Eggleston sul finire degli anni Ottanta, La ForestaDemocratica. Nel volume (1989) racconta all’amico Mark Holborn, il suo concetto di fotografia “democratica”, nato in seguito a un incontro con alcuni amici. Nel libro confessa l’influenza di Cartier Bresson e del suo “momento decisivo” e inserisce immagini con quelli che ormai sono diventati tratti distintivi della sua fotografia: da Berlino al Mississippi, ci sono le auto parcheggiate in mezzo al fogliame, i cavi del telefono e tutto quell’immaginario “on the road” che stava contribuendo alla creazione del personaggio William Eggleston.

Negli anni Novanta è protagonista di diversi viaggi, tra Europa, Cina e Stati Uniti. Collabora con la Coca-Cola ed è sul set di Easter, film di Gus Van Sant. Il nuovo Millennio lo vede impegnato in altri viaggi tra Giappone, Russia e Italia. Nel 2004 riceve il prestigioso Getty Images Lifetime Achievement Award all’International Center of Photography (ICP).

William Eggleston fotografo del banale

Per anni, si è parlato di William Eggleston come del fotografo del banale e dell’ordinario. Effettivamente i primi anni Settanta non erano ancora pronti a una poetica del quotidiano come quella che ha introdotto Eggleston. L’uso del colore non è solo una scelta stilistica, ma cambia radicalmente i soggetti della fotografia stessa. L’operazione del fotografo del Tennessee avvenne proprio in questa direzione: la realtà che lo circondava era quella della sciatta provincia americana che, per essere resa più bella e accettabile, andava immortalata con colori meravigliosi.

william eggleston lampadine

La grande differenza tra  Eggleston e i suoi precursori – Ansel Adams, primo tra tutti – risiede nella finalità del messaggio fotografico: Eggleston non spiega ciò che fotografa, ma lo mostra. È il pubblico che, in base al suo background culturale, interpreta soggettivamente l’immagine. Il banale di Eggleston è un resoconto culturale degli anni in cui si trovava a immortalare quei soggetti che erano il simbolo di un’economia di massa, di un consumismo che toccava anche i ceti meno abbienti della sua società. La banalità, infatti… sembra imporre questa domanda al fruitore: “secondo te perché ho fotografato questo soggetto, perché ho fatto questa scelta?”. E la lezione di Cartier Bresson, in tutto questo? Ognuno degli oggetti o delle situazioni banali di William Eggleston è in realtà… un momento decisivo.

eggleston ciclista

Il famoso Triciclo è un esempio che ben spiega quanto appena detto: è fermo, al livello della strada. Il periodo storico in cui è immerso è ben definito, lo si deduce dal tipo di abitazione sullo sfondo. È sicuramente un’immagine della seconda parte del Novecento americano. Eppure, tutto è surreale. L’oggetto è potentissimo e sta a simboleggiare un momento decisivo nella vita di una persona, quello dell’infanzia. Ed è così che l’oggetto sfugge alle leggi dello spazio-tempo, divenendo un simbolo fuori dal tempo.

L’eredità del suo stile

In un’epoca di filtri fotografici preimpostati come la nostra, è probabile che lo stile di William Eggleston abbia perso un po’ della sua forza detonante che ebbe nel momento in cui mostrò al mondo la sua vistosa scala cromatica e i suoi tipici motivi ricorrenti: automobili, elettrodomestici, cartelli stradali, fast food, pompe di benzina, gente comune in contesti quotidiani. Ma il suo enorme impatto sulla attualità è visibilissimo (e innegabile) se contestualizziamo la sua opera. Il suo sguardo democratico, ovvero l’attenzione verso gli oggetti e le situazioni meno eclatanti… non è forse – con esiti non sempre convincenti e in quantità inflazionata – lo stesso punto di vista che domina nei social media? Certo… la grande differenza è proprio la novità e la consapevolezza dell’operazione, assolutamente rivoluzionarie in William Eggleston.

Quel che rimane del suo lavoro è l’approccio provocatorio e innovativo. La questione del colore è un elemento che nel tempo ha assunto valenze relative. Ma l’atteggiamento nei confronti del pubblico, spiazzato e provocato, quello no. Ed è l’essenza di tutta la fotografia di William Eggleston. Un frigorifero, un phon, un’automobile, un parcheggio. Nel tempo, il pubblico ha capito che la provocazione risiede proprio in questo: rendere monumentali i soggetti che ci riguardano ogni giorno. Se non è una rivoluzione questa, allora… che cosa lo è?